Le sensibilità da coltivare

Divenire sensibili alla voce del deserto interiore, deserto di sé. Conoscere quell’orizzonte sterminato e monotono, la difficoltà di sostenerlo allo sguardo subendone lo scacco.
La cruna dell’ago di ogni monaco: come potrà essere attraversata dalla gomena dell’ingombro di sé?

Eppure un mondo vasto è lì, appena oltre sé, ma è solo per i fragili, solo per coloro che accettano il personale collasso delle pretese, delle speranze illusorie, delle narrazioni patetiche.

Si tratta di vedere, di ascoltare, di mettersi nei panni delle creature: secchi vuoti, concavità esistenziali. Non si tratta di coltivare questa o quella sensibilità, si tratta di divenire sensibili.

Questo è il Sentiero, ma fatico a farvelo comprendere.
Basta ascoltare, osservare, vuotare il secchio e dire: “Ci sono, a prescindere”.

Ma come è difficile da dire quel ‘a prescindere’, eppure di lì passa tutto, ogni resa.
Se la mente/identità non si vuota di sé, della propria preminenza, non sorgeranno altre sensibilità.

Se le lacrime della compassione non prenderanno il posto dell’orgoglio, se l’umiltà non sorgerà come comprensione e non solo come figlia della disfatta, se il cuore non sarà aperto all’enigma della vita e al rischio di perdere tutto, come potremo vibrare come tamburi percossi dall’Ineffabile?

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3 commenti su “Le sensibilità da coltivare”

  1. “Non coltivare questa o quella sensibilità, ma divenire sensibili.”
    Diventare vuoti di sé, per farci risuonare da piccoli insignificanti fatti e sfumature di fatti.

  2. Innanzitutto la Via. Difficile da digerire per le identità che voglio essere sempre al centro. Occorre morire a se stessi e alle proprie pretese, da qui passa tutto. Lavoro non facile.

  3. “L’umiltà che nasce come figlia della disfatta. .”
    È così che avviene per me talvolta, ma non è conquista durevole perché non nasce come comprensione.
    Grazie

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