Madre nostra
Tu che ci sostieni ed alimenti
Concedimi un altro passo
Affinché questo essere possa meglio comprendere il suo camminare
Madre nostra
Poco conosco delle Tue mille forme che uso ed abuso in ogni istante
Madre nostra
Mostrami ancora la via da percorrere
Ch’io, umilmente, possa divenire un poco più ponte fra cielo e terra
Eddy

Una sintesi delle condizioni necessarie per realizzare una disposizione interiore unitaria:
7 brevi post | Formato A4 per la stampa

Letture per i giorni del mese di settembre
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Pubblicato 19.9Promemoria
CI, L’umano e la Realtà conseguenza dell’incontroVia del monaco, 6.10
Intensivo, 21-23.9

continua..

Meditazioni quotidiane 3.2

 

 


Padre, Padre mio, io a volte guardo ciò che sono e non mi riconosco;
io a volte, Padre, mi chiedo se vivo o se muoio ogni giorno.
Padre, cosa mi puoi dire, cosa puoi dirmi per rendere la mia vita più semplice?
Per farmi capire se quello che vivo è vivere oppure è morire?
Quand’è, Padre, che io sono nato?
Viola

Figlio mio, non è come tu credi:
tu hai l’illusione, l’impressione di essere nato nel momento in cui,
per la prima volta, hai aperto gli occhi al mondo, ma non è così, figlio.
Se il tuo nascere fosse limitato soltanto al breve volgere di un’esistenza
la tua vita non avrebbe, in realtà, alcun senso, perché quale uomo,
per quanto evoluto egli possa essere, riesce davvero,
e soltanto nel breve volgere di un’esistenza, a cambiare il suo intimo,
fino a riunirsi a me?
Nessun uomo, figlio mio, può riuscire a tanto,
e perché tu vi riesca è necessario e indispensabile
che tu muoia ad ogni momento.
Ma fermati un attimo a guardare questo tuo morire.
Certamente, da un momento all’altro tu muori e non sei più lo stesso.
Certamente tra un intervallo e l’altro tra le tue vite, tu muori e cambi.
Ebbene, figlio mio, non fermarti soltanto ad osservare quest’aspetto
negativo della tua evoluzione perché – se è vero che tu muori in continuazione –
è altrettanto vero che io ti ho dato la possibilità di rinascere continuamente,
e se esiste in te un dolore che ti fa sentire la morte vicina,
che ti fa sentire il tuo essere impotente, indeciso e fragile,
è anche vero che l’attimo dopo, inevitabilmente, io metterò in te la speranza
che ti farà sentire nuova vita 
crescere dentro di te e rinascere,
ti farà sentire dentro di te il desiderio di dare agli altri, di creare, di costruire,
di fare,
perché soltanto in quel modo, figlio mio,
tu puoi continuare a sentire d’essere,
puoi continuare a sentire che vivi e che la tua vita non è limitata soltanto
a portare avanti i tuoi giorni nel modo meno peggiore possibile,
a sentire che tu vivi per creare in te e al di fuori di te ciò che io sono,
per tirare a galla dal tuo intimo essere ogni anelito che da me ti proviene;
perché tu, figlio, non soltanto vivi, non soltanto continui a nascere, a morire,
a rinascere e a rimorire tra una vita e l’altra,
tra un secondo e l’altro della tua esistenza,
ma anche, continuamente, fai morire e fai vivere tutto ciò che ti circonda,
contribuendo con la tua morte e con la tua vita non soltanto alla tua evoluzione,
non soltanto alla tua spinta verso di me, ma all’evoluzione di tutto il Creato.
Figlio mio, nascere non vuol dire gioire sempre,
morire non vuol dire soffrire sempre,
ma nascere e morire sono due estremi che in realtà combaciano
e sono una cosa sola, 
e chi ha la fortuna di far nascere qualche cosa,
molte volte deve avere il coraggio di far morire qualche cosa in sé,
per poter controbilanciare ciò che crea.
Figlio mio, per nascere in me,
devi morire in te.
Scifo


 

 


Padre, Padre mio, io voglio rivolgermi a te
perché credo che tu soltanto possa riuscire a comprendere
quello che io in questo momento sto vivendo, sto provando.
Padre mio, io sento che la vita si allontana da me,
io sento le mie energie spegnersi,
io sento le mie forze diventare sempre più deboli,
io sento le membra non reagire quasi più.
La vita mi vuole abbandonare, Padre mio,
e vedo la morte che mi sta venendo incontro
ed ha puntato su di me i suoi freddi occhi.
Tutto questo mi fa paura e,
sebbene da tempo io segua il tuo insegnamento, Padre mio,
sebbene da tempo faccia questo,
non riesco
a darmi una ragione di questo fatto.
Non so per quale ragione la vita voglia abbandonarmi,
non so neanche come mi
abbandonerà:
forse perché sta crescendo in me qualcosa di abnorme,
forse perché una sera chiuderò gli occhi per non riaprirli mai più,
forse perché mi capiterà qualcosa di imprevisto e di imprevedibile,
comunque sono certo e sicuro che la vita si sta allontanando da me.
Una morte prematura la mia, una morte che lascerà degli affetti sconsolati,
che lascerà le persone che hanno vissuto con me e per me
nella più profonda disperazione.
Io mi rivolgo a te, Padre mio,
chiedendoti di darmi in questo momento delle ragioni valide
perché io possa credere che al di là di
questo fatto,
al di là della mia sparizione dal mondo fisico,
esista veramente qualcosa affinché io possa continuare a vivere,
a vedere se non altro i miei cari
continuare almeno  a seguirli.
Padre mio, ti prego, aiutami,
dammi una
ragione di questo mio morire!
Federico

Fratello, figlio e amico, a te sto parlando,
a te che mi hai chiamato con il pianto in gola,
a te che mi hai implorato, che mi hai domandato aiuto,
che hai chiesto, sentendo avvicinare l’ora che per tutti gli esseri incarnati,
prima
o poi, arriva.
Ma che posso fare io per te, creatura,
che posso fare di più di quanto l’esistenza stessa ha già fatto?
Io non posso, figlio mio, convincerti
– se tu non vuoi – che la tua vita non finisce in un momento e per sempre;
e non posso figlio mio renderti consapevole che,
oltre al mondo fisico che tu osservi, vi è qualcosa di talmente immenso
che tu neppure riesci a immaginare.
Eppure, anche se inconsapevolmente, tutto questo è dentro di te;
tutto questo, se tu vuoi, figlio mio puoi riuscire a 
raggiungerlo,
a comprenderlo, a toccarlo, e nel momento stesso in cui tu riuscirai a fare ciò,
le tue paure svaniranno, il tuo timore
diventerà pace,
e non avrai più bisogno di piangere e di soffrire, di chiedere aiuto,
e il momento del «passaggio» sarà un attimo che non lascerà tracce.
Figlio mio, non posso far nulla di più di ciò che tu, se vuoi,
puoi fare per te stesso.
Tutto quello che posso ancora una volta dirti,
tutto quello che posso ancora una volta ricordarti,
è che non serve a nulla disperarsi, che non serve a nulla perdere la fiducia,
la fede, la speranza, che non serve ad altro che a rendere i tuoi ultimi giorni
più tristi
e peggiori, sia per te che per coloro che ti circondano.
Cerca, quindi, di trovare in te la fiducia:
cerca, quindi, di trovare in te la certezza che ciò che stai vivendo
è soltanto un attimo senza poi una grande importanza;
cerca di convincerti che è molto meglio abbandonare il piano fisico
nella speranza che nella disperazione;
fa questo figlio mio, non soltanto per te,
ma principalmente per amore di coloro che ti stanno accanto
e che come te, quanto te – e, forse, anche più di te – soffrono,
si disperano e piangono.
Se riuscirai in questo, figlio mio,
non avrai bisogno di null’altro per chiudere gli occhi e sognare.

Scifo


 

 


«E già – dice colui che soffre – parole belle, parole sante e verissime, forse!
Ciò non toglie che parli e, intanto, non soffri.
Io, invece, conduco la mia vita e soffro in continuazione.
Avrai anche ragione a dire quello che dici,
però quando sei all’interno della sofferenza,
quando la sofferenza la vivi in prima persona non è poi così facile pensare
agli insegnamenti e dire «tanto è il mio Io che soffre e buona notte al secchio!».
Se, infatti, io osservo la vita che sto vivendo, vedo che la sofferenza,
il dolore costellano ogni attimo delle mie giornate,
non sono una cosa passeggera che dura un istante,
che dura un giorno, una settimana, o un mese;
fosse così sarebbe anche facile, in fondo, non lamentarsi e sopportare,
per quel breve periodo di tempo.
In realtà, la sofferenza è come una goccia che cade in continuazione
e intanto approfondisce le ferite, impedendo che si rimargino,
questo, almeno, dal mio punto di vista.
Mi guardo intorno, guardo la televisione, leggo i giornali,
osservo la società
così com’è strutturata e, inevitabilmente,
mi ritrovo davanti la sofferenza, sofferenza che
è magari degli altri
ma che si ripercuote inevitabilmente anche al mio interno:
soffro per le persone morte in un terremoto,
soffro per le persone assassinate, rapite, sequestrate,
soffro per i vecchi abbandonati, per i malati, per le persone
che hanno perso dei figli o dei compagni o dei genitori,
soffro per la gente povera che viene alla fin fine persino derisa
da chi ha di più,
soffro per l’ingiustizia che vedo continuamente intorno a me,
per coloro che tutto hanno e coloro che, invece,
non riescono ad avere nulla e, purtroppo, questa
sofferenza
non mi riesce proprio di superarla.
E allora le tue belle parole a che cosa mi servono a questo punto,
cosa me ne faccio, che senso hanno per me?».
Scifo

Senza dubbio, figlio che ti trovi incarnato e vivi la sofferenza,
posso comprendere come il fatto di soffrire ti renda così difficile
accettare ciò che vedi intorno a te.
Tuttavia – lo ripeto ancora – la sofferenza ha la funzione di spronarti
e non di limitarti a brontolare o a fare del vittimismo,
di aiutarti a fare qualcosa di attivo,
di fattivo affinché le cause di questa tua sofferenza, un po’ alla volta,
si leniscano, in modo che tu ti senta in una posizione costruttiva,
e non in quella di chi subisce senza nulla poter fare.
Tu parlavi della sofferenza che provi per essere inserito
in una società che ti comunica soltanto sensazioni di dolore.
Bene, figlio, l’errore principale che tu commetti è quello di aspettare
che siano gli altri
a fare qualcosa;
di aspettare che sia lo Stato ad aiutare la gente;
di aspettare che siano gli uomini politici a fare le leggi;
di aspettare che siano gli uomini della religione a consolare;
di aspettare, insomma, che gli «altri» facciano qualcosa
per alleviare la sofferenza.
Ma pensa bene, figlio mio:
chi ti dice che, in realtà, gli altri che con te sono incarnati
non stiano a loro volta aspettando che sia tu o
altri a loro esterni
a fare ciò che tu aspetti che essi facciano?
E questo diventa, alla fine, la vera causa del male all’interno della società;
se, infatti, tu stesso, in prima persona,
incominciassi ad
osservare le leggi che ritieni giuste,
se incominciassi a tendere la mano appena vedi qualcuno che ne ha bisogno,
se incominciassi a consolare quando vedi una persona piangere,
se incominciassi a dare – quanto meno – ciò che possiedi di superfluo
e che ad altri manca,
chissà quante altre persone, mosse dal tuo esempio e comprendendo
qual è la via giusta, seguirebbero, magari, ciò che tu fai?
E questo, inevitabilmente, si ripercuoterebbe poi nella società e, prima o poi,
te lo garantisco, la renderebbe diversa da quella che è.
E’ facile, infatti, lamentarsi di ciò che si sta vivendo, crogiolarsi nel dolore,
nelle parole, nel vittimismo aspettando che siano gli altri a fare qualcosa
perché il dolore venga annullato o, quanto meno, lenito.
Moti


 

 


Padre mio, io vivo nel mondo che tu hai creato,
trascorro i miei giorni a contatto con le
altre creature
che Tu hai messo accanto a me, e vedo di continuo,
con una tremenda continuità, il succedersi di avvenimenti violenti,
come se le migliaia di anni di storia dell’uomo non fossero serviti a nulla,
e questo mi fa arrivare a dubitare non soltanto del fatto che Tu, davvero,
sia all’interno di ognuno di noi,
non soltanto che Tu sia all’interno della
nostra coscienza
ma addirittura che Tu esista.
Moti

Figlio mio, ti ringrazio per le tue parole,
perché con le tue parole tu dimostri a te stesso prima ancora che a me,
che stai osservando nel tuo intimo la realtà,
ed osservare nel proprio intimo la realtà significa cercare di arrivare,
piano piano, poco alla volta, a raggiungermi.
Ed io ti sto aspettando, figlio mio,
non ho
voltato lo sguardo da un’altra parte anche se,
osservando gli avvenimenti nel mondo fisico, così potrebbe anche sembrare.
Come spiegare a te, figlio mio,
a te che sei immerso nella relatività, nell’illusione, che
il male non esiste?
E’ difficile quanto riuscire a farti comprendere che non esiste neppure il bene.
Quello che esiste sei tu.
Quello che esiste sono gli altri tuoi fratelli,
che compiono il loro percorso evolutivo,
illusione anch’esso, ahimè!
Quelli che esistono sono i Cosmi che popolano le notti.
Quelle che esistono sono tutte le realtà che tu neppure riesci a percepire.
Quello che esiste veramente sono Io, sei tu.
Ma dove sta poi veramente la differenza, figlio mio?
E se ognuno dei fratelli che ti sta accanto è come te,
se essi sono tanti ed ognuno di essi ha in sé diverse pulsioni,
diversi problemi, diverse motivazioni, diversi modi di agire,
diverso modo di sentirsi emozionati,
diverso modo di soffrire o di gioire, allora,
tu forse potresti renderti conto che parlare di bene o di male,
di gioia e di sofferenza non ha alcun senso,
poiché tutto alla fine arriva ad un
pareggio per creare l’Unica Verità,
che non è bene né male,
ma semplicemente,
e così incomprensibilmente per te, E’.
Scifo


 

 


Padre mio, io guardo il mondo intorno a me e non mi riconosco in esso;
vedo dovunque nel mondo bimbi che soffrono la fame,
bimbi che vengono sballottati in famiglie distrutte
in 
cui di tutto ci si ricorda fuori di ciò che è la priorità,
ovvero la responsabilità verso queste piccole creature;
vedo ovunque accendersi focolai di guerra con decine e decine di morti
nel nome, teoricamente, di conflitti magari religiosi
ma, in realtà, sotto l’egida dell’interesse;
vedo dovunque produrre alimenti con sostanze che si sa benissimo
essere dannose al fisico dell’uomo eppure continuamente
usate
perché ciò abbassa i costi e aumenta la produttività;
vedo individui che vivono in case simili ad alveari,
con centinaia e centinaia di persone eppure, in mezzo a quella
folla
che condivide con lui una ristretta porzione di territorio,
egli continua ad essere
solo e a non avere alcuna comunicazione reale
con tutte queste altre persone che gli stanno attorno,
sì che la solitudine finisce con l’essere una delle componenti principali
della sua esistenza.
Padre mio, se veramente Tu esisti,
è mai
possibile che questo sia il mondo che Tu hai creato?
Dovresti essere buono, giusto, dovresti saper donare il sorriso
là dove si tende a piangere,
dovresti saper dissetare là dove si ha sete
e calmare i morsi della fame quando la fame si fa insistente,
dovresti accarezzare la guancia di un bambino
quando nessun
altro riesce a farlo.
Padre mio, ma è davvero questo il mondo che Tu hai creato?
Moti

Figlio, ciò che io ho creato è quello che tu possiedi
nella parte più intima di te stesso,
è quell’amore che ti spinge ad osservare intorno a te e a vedere
tutte le brutture che riconosci esistere nel mondo in cui stai vivendo.
Esse sono state create, discendono dagli errori che nel corso di tutte le tue vite
tu hai compiuto, tu e tutti gli altri fratelli,
quindi ricorda che se c’è un bimbo che piange perché ha fame,
o perché non ha affetto, è perché sei tu che non hai creato le condizioni
perché egli possa mangiare e sentirsi amato;
se vi sono cannoni che sparano nel nome di una religione,
o di religioni che non mi appartengono – perché io non voglio essere adorato –
questi cannoni sparano perché tu hai contribuito nel corso delle tue vite
a far sì che i cannoni venissero costruiti;
se esistono uomini che, pur vivendo in mezzo alla folla,
vivono in una condizione di solitudine e di infelicità,
ricorda che questi uomini sono soli e infelici perché la società
che tu hai contribuito a creare ha fatto della solitudine e dell’infelicità
uno degli assi portanti dell’indifferenza che governa l’agire dell’uomo contemporaneo;
e se non ti va bene, se tutto ciò che accade non ti va bene, allora,
più che guardarti intorno, e lamentarti,
e cercare magari di dare la colpa a me,
guardati allo specchio e chiediti:
cosa sto facendo io, nel mio piccolo, per cambiare tutto ciò che mi sembra sbagliato?
Certo, non potrai impedire una guerra,
non potrai impedire che alimenti nocivi vengano portati sulle mense degli uomini,
ma puoi comunque sempre accarezzare al mio posto la gota di un bimbo
che ha bisogno di sentirsi amato,
o rivolgere una parola di conforto, di condivisione,
di partecipazione
all’uomo che, accanto a te, si sente solo e infelice.
Scifo


 

 


Padre mio,
da te mi è arrivato l’insegnamento «Ama gli altri come te stesso»;
com’è difficile farlo, Padre mio!
Com’è difficile, dal momento che difficilmente io riesco ad amare me stesso!
Se io fossi contento di me,
riuscirei certamente a guardare con occhi diversi coloro che mi stanno attorno;
se io fossi felice, certamente riuscirei più facilmente a dare felicità agli altri;
se io fossi convinto fino in fondo della Tua esistenza,
come potrei non far partecipi gli altri di questa mia convinzione!
Padre mio, come posso fare per amare veramente gli altri come me stesso?
Moti

Figlio mio, per amare veramente gli altri come te stesso
devi, giustamente, riuscire
ad amare prima di tutto te stesso!
E tu mi chiedi: «Come posso amarmi, se io mi vedo meschino,
egoista, distante, disinteressato, pronto a prendere, poco disposto a dare;
se in me vedo di volta in volta tutti i possibili difetti immaginabili?».
C’è una sola via, figlio mio, perché tu possa amare te stesso
pur continuando a guardare nelle tue profondità:
questo modo è osservare tutti i tuoi possibili immaginabili difetti,
esserne consapevole ed accettarli;
ma «accettarli» non significa dire semplicemente «io sono così»
e girare l’attenzione da un’altra parte,
significa invece essere consapevoli di essere in una certa maniera
ed operare nel corso della giornata per trasformare il proprio modo di essere.
Questo significa «amare se stessi»;
ovvero non restare immobili in ciò che si è,
ma agganciarsi al treno del proprio movimento
e mutare di volta in volta col mutare della propria interiorità;
non restare attaccati a ciò che si era ieri,
ma vivendo sul momento quello che si è nell’attimo
in cui ci si sta osservando;
ed essere consapevoli che il momento dopo si sarà diversi,
e che questa non è una colpa per cui ci si debba macerare o affliggere,
o piangere, o sentirsi diseredati, abbandonati o rifiutati,
ma è, invece, un motivo di consolazione e di sprone
perché significa che il cammino va sempre avanti
e che ciò che
adesso ci appartiene domani sarà superato e migliore;
e nel momento in cui sarà superato voi potrete veramente amare voi stessi,
e amare se stessi significa amare gli altri.
Scifo


 

 


Padre mio, guardo il mattino nascere dietro i monti,
il cielo che si rischiara,
l’aria fredda della notte che lentamente si intiepidisce,
ed ecco che mi prende un’emozione improvvisa:
sento che tutto mi parla di Te.
E vivo la mia giornata, una giornata come tante,
con le mie speranze, le mie delusioni,
le mie illusioni, i miei trasporti,
e la sera, guardando l’orizzonte al di là del mare,
vedo il sole che si tuffa nelle acque in un tripudio di colori
dalle mille sfumature accese;
e in quel momento penso che davvero
tutto mi parla di te.
Anonimo

Figlio mio, sono pochi i momenti in cui tutto ti parla di me!
Se tu sapessi veramente cercare,
se tu sapessi veramente muovere la tua attenzione verso 
ciò che Io Sono,
anche la donna che all’angolo della strada vende il suo corpo ti parlerebbe
di me,
anche il drogato che in un vicolo oscuro si cerca la vena per compiere il suo destino,
anch’egli ti parlerebbe di me.
Se tu guardassi le tue mani,
ogni più piccola
linea del palmo di esse ti parlerebbe di me,
perché io non sono, figlio mio, soltanto nelle cose belle,
Io sono il Tutto che in Tutto esiste,
Io sono Colui che E’ e tutto, veramente tutto, figlio mio,
ti può parlare di me.
Anonimo


 

 


Dio mio, io Ti cerco, ma qualche cosa in me,
fa sì che io non Ti riconosca.
Eppure la mia ricerca continua, non mi fermo un attimo,
ed anche quando non me ne rendo conto,
i miei occhi si posano intorno al mondo cercando
in esso i segni della Tua presenza.
Dio mio, com’è possibile – a volte mi chiedo –
continuare a cercarTi, presumendo che Tu
esista
quando vedo intorno a me tante cose che potrebbero farmi pensare
e credere che la 
Tua esistenza sia simile all’esistenza di quella chimera
che c’era e non c’era, che tutti cercavano e nessuno mai trovava,
e che si rivelava, alla fine, essere soltanto un miraggio, 
un’illusione?
Eppure, Dio mio, io continuo, malgrado tutto e contro tutto,
anche contro me stesso, a volte, a cercarTi.
Com’è possibile questo, Padre?
Che senso ha questa mia ricerca,
se ogni logica, ogni ragione, ogni pensiero,
ogni sentimento mi dovrebbero invece
portare
a diventare completamente ateo?
Anonimo

Figlio mio, mio piccolo dolce figlio che ti senti abbandonato,
abbandonato a te stesso e perso in un mondo che sembra non appartenerti.
Figlio mio che ti chiedi il perché di questa tua affannosa,
ansiosa ricerca che sembra già fallita in partenza.
Figlio mio che ti chiedi come mai continui a ricercarmi malgrado tutto;
il fatto è, figlio, che la ricerca è qualche cosa che ti appartiene così intimamente,
così intimamente legata a te che non potrai mai scioglierti da essa;
e come potrebbe d’altra parte essere diversamente, figlio, se Io sono in te,
se Io sono al tuo interno e se tu appartieni a me,
se Io costituisco te e tutti gli altri fratelli che con te vivono
nel mondo che vi circonda?
Fermati un attimo figlio, chiudi gli occhi,
lascia per qualche secondo fuori della tua mente
e da te stesso gli avvenimenti che ti circondano,
cerca di ascoltare non il silenzio ma quella vibrazione che in te giace,
e che pure, pur essendo nascosta nel tuo intimo sentire,
vibra in maniera tale da condizionare tutto il tuo essere.
Ascolta quella dolcezza che senti venire dentro di te
nei momenti in cui meno te lo aspetti,
ascolta quel desiderio che ti prende, in alcuni momenti,
di porgere la mano all’altro;
odi le lacrime che sgorgano dai tuoi occhi
per un momento di felicità inaspettata.
Renditi conto che tutte queste piccole cose, sono per te,
per la tua ricerca, gli effetti di quella vibrazione che dentro di te
si muove e cerca di spingerti a trovare ciò che sei davvero.
Perché solo allora, figlio, soltanto allorché tu scoprirai ciò che sei
veramente dopo esserti
tolto tutte le maschere
che celano il tuo vero essere,
soltanto allora scoprirai che la tua
fede esisteva e che era riposta in te,
e che,
essendo riposta in te, amato figlio, ti parlava di me,
di me che sono nascosto nel tuo profondo
così come nel profondo di ogni essere,
attraverso a quella piccola scintilla che di me fa parte,
e che ti unisce come essenza a tutti gli altri tuoi fratelli.
Cercami, figlio, continua a cercarmi
e senza dubbio verrà il giorno,
giorno verrà che tu mi troverai.
Pace.
Anonimo


 

 


Padre mio, osservando la mia immagine di Te
che vado formando al mio interno,
mi accorgo che i tuoi contorni si fanno sempre più indecifrabili,
sempre più vaghi, sempre più incomprensibili e questo mi spaventa
e sbilancia la mia mente che pensava che più elementi avesse raccolto
su di Te,
più Ti avrebbe conosciuto.
Forse non ho capito nulla,
forse mi sto dibattendo in una ragnatela nella quale, a ogni mio sussulto,
resto più prigioniero che mai?
Florian

Figlio mio, quello che tu hai fatto è già un grande passo avanti:
hai superato l’immagine che ti era stata posta di me
e non sono più, ai tuoi occhi, il Dio vendicatore,
il Dio capriccioso e volubile, il Dio che dona la salvezza
o la dannazione eterna, il Dio che lotta contro Satana,
quella specie di Dottor Jeckill e Mister Hide che le mille
e mille religioni mi hanno costruito addosso.
Tu hai capito che Io Sono il Tutto,
e che in me Tutto è racchiuso,
la gioia e il dolore, il perdono e il castigo, l’amore e l’odio
ma non perché io sono ora l’uno o l’altro dei due estremi,
bensì perché tutte le cose che vivete come divenire mi appartengono,
parti mutevoli di un Essere immutabile poiché tutto comprende.
Comprendo, e come potrei non farlo poiché sei una mia parte,
la tua sofferenza e la tua confusione e l’accetto come un segno
della tua trasformazione, quella trasformazione che ti porterà
inevitabilmente a riunirti dolcemente e consapevolmente a me.
Cosa posso dirti, figlio mio,
per rendere
meno turbato questo tuo travaglio interiore,
senza crearti ulteriori catene?
Tu pensavi di potermi conoscere conoscendo i miei aspetti
ma non hai la possibilità di definirmi,
poiché non vi è nulla che non sia un mio aspetto e,
di fronte all’immensità di questo nulla,
la tua mente non può che vacillare.
Osserva ciò che sta intorno a te prima ad occhi aperti
e poi ad occhi chiusi: ciò che vedevi ad occhi aperti è parte di me,
ciò che non vedi allorché chiudi gli occhi è sempre
e comunque una parte di me, ancora maggiore dell’altra
e sconosciuta e inconoscibile dai tuoi sensi e dalla tua mente,
tanto che, in
verità, è impossibile esprimerla a parole.
Che fare, allora?
Gettarti a capofitto nella vita aggiungendo piccole tessere
al mosaico della mia immagine?
Accontentarti di sapere che esisto
e accettare 
la sconosciuta realtà che vibra al di là
delle tue palpebre chiuse?
Getta via la mente, figlio mio,
getta via le
parole, getta via le idee, getta via i colori,
getta via i pensieri, tutti così inadeguati e «sentimi», figlio mio,
con quel sentire che,
solo, ti può far essere abbastanza vicino a me
da riconoscermi.
E poi? E poi, nel momento in cui mi avrai riconosciuto,
con una forza che va al di là della certezza della mia esistenza,
riprendi la tua mente, le tue parole, le tue idee, i colori,
i pensieri
e vivi la tua vita consapevole che qualsiasi sofferenza, qualsiasi dolore,
qualsiasi tormento tu stia attraversando non può essere che un necessario,
importante, insostituibile eppur piccolo granello di sabbia sulla spiaggia
che il mio mare lambisce e, poco a poco, sommerge rendendo eterne
le parole «ti amo» che avevo scritto su di essa e che ti erano sembrate
così effimere prima di comprendere che restavano scritte nello stesso mare
che sembrava averle cancellate.
Ti amo, figlio.
Moti


 

 


Padre nostro, io cerco in me stesso la certezza della tua esistenza
perché sento dentro di me che qualcosa deve esistere nella Realtà,
nella Realtà con la «r» maiuscola che va al di là 
di ciò che io sono,
di ciò che io vivo, di ciò che io spero, di ciò che io architetto,
di ciò
che io conduco nella mia quotidianità.
E questa mia ricerca, questa mia convinzione della Tua esistenza
si fa più forte, più urgente, più necessaria, più disperatamente necessaria
nel momento stesso in cui io affronto la sofferenza perché, Padre mio,
soffrire non è mai facile e, a ogni nuova sofferenza,
questa sembra più grande, anche se magari così
non è;
e ad ogni nuova sofferenza cerco di ritirarmi in me stesso
o di allontanarmi per non affrontarla;
ed è qua, Padre mio,
che io ho bisogno di sentire di credere nella Tua esistenza,
perché soltanto allorché veramente riuscirò a fissare dentro di me questa sicurezza,
soltanto allorché io riuscirò a convincermi pienamente, fino in fondo, della Tua Realtà,
soltanto allora sarò veramente consapevole, senza che le mie siano soltanto parole,
che ciò che accade non può che accadere per il mio bene;
e allorché la sofferenza mi farà soffrire di meno, anche i momenti di dolore
saranno
visti sotto un’altra prospettiva che me li farà accettare,
e accettarli invece che lottare contro di essi farà già sì che essi
siano meno difficili da superare.
Padre mio, io spero di riuscire veramente a sentire la Tua presenza dentro di me.
Anonimo

E a te, a te, figlio, che mi chiedi nel silenzio e nell’oscurità
com’è possibile rendere migliore il mondo in cui ti trovi
a condurre avanti la tua esistenza;
a te, figlio, non posso dire altro che questo accadrà
quando tu diventerai
bastone per lo zoppo,
vista per chi è cieco,
suono per chi è sordo,
parola per chi è muto,
sorriso per chi piange,
allegria per chi è triste,
amore per chi odia.
Allora il mondo, figlio mio, cambierà.
Moti


 

 


La mia vita è un continuo avvicendarsi di esperienze ed io, Padre mio,
mi rivolgo e mi sono rivolto spesso in passato per chiedere,
per tendere la mano verso di Te nell’attesa che Tu la stringa
e mi dia ciò che Ti chiedo.
Ma cosa posso chiederTi ancora che non t’abbia già chiesto?
Troppe volte ho implorato il Tuo aiuto e, anche se non me ne sono
accorto,
me l’hai dato.
Quante volte t’ho chiesto di farmi avere un atto d’amore e,
anche se magari ho girato la testa dall’altra parte
perché non era quell’amore che io volevo,
l’atto d’amore
l’ho avuto.
Quante volte t’ho chiesto di farmi diventare ricco
e non mi sono accorto che più ricco di come sono, in realtà,
non potevi farmi.
Quante volte Ti ho chiesto, Padre mio, di alleviarmi le sofferenze,
senza rendermi conto che queste sofferenze erano tali soltanto perché
io volevo che tali fossero e che sarebbe stato così facile, se l’avessi voluto,
essere un individuo che non soffriva più.
Tutto ormai t’ho chiesto in questi lunghi anni delle mie vite ma,
se proprio volessi ancora trovare qualcosa da chiederTi, Padre mio,
ve n’è una sola che sento premere in me e che desidero
con tutto il cuore chiederTi:
Ti prego, Padre mio, comunque sia, sempre, in ogni attimo delle vite
che ancora vivrò e ancora oltre, per tutta l’eternità,
fino a quando io non riuscirò ad abbeverarmi alla Tua Fonte,
non smettere mai di amarmi.
Scifo

Figlio mio, figlio mio amatissimo,
è con un certo compiacimento che ti osservo nel tuo cammino
allorché tu incontri le tue prime conquiste, le soluzioni ai tuoi problemi,
le
risposte ai perché che possono tormentarti.
E’ con una punta di rammarico che ti osservo nel corso del tuo cammino
allorché le paure, le ansie, i timori, il dolore sembrano frenarti, bloccarti,
inibirti nel tuo stesso cammino verso la comprensione.
E’ con immensa gioia, invece, che t’osservo quando non solo tu riesci
a darti una ragione della sofferenza che ti si è abbattuta addosso,
ma quando riesci ad intravedere il motivo,
a intravvederne la collocazione nel Grande Disegno che,
come tu nel tuo essere più
profondo sai, ci rende uguali.
Ti amo, figlio mio amatissimo,
ti amo e che la pace sia con te.
Pace.
Viola


 

 


Io vorrei poter non lavorare.
Io vorrei essere ricco.
Io vorrei avere a portata di mano tutti i libri di questo mondo
per potermi catapultare tra quelle pagine e assorbire
tutta la conoscenza possibile.
Io vorrei che il mondo fosse fatto di cioccolata
e che le nuvole nel cielo facessero cadere gocce di panna.
Io vorrei che nel mondo non ci fosse più fame,
che tutti avessero da mangiare,
che non ci fossero bambini smagriti,
che non ci fossero anziani ammalati,
che non ci fossero donne seviziate,
che non ci fossero animali abbandonati,
che non ci fossero figli dimenticati,
che non ci fossero genitori tristi,
che non ci fossero malattie,
che non ci fossero dolori,
che non ci fossero rimpianti,
che non ci fosse tristezza,
che non ci fosse.
Sia fatta la Tua volontà e non la mia,
Padre mio.
Anonimo

Tu vorresti che non ci fosse più sofferenza,
tu vorresti che non ci fosse più dolore,
tu vorresti che non ci fossero più bambini abbandonati
o maltrattati,
o costretti a lavorare,
tu vorresti che non ci fossero più animali abbandonati
lungo le autostrade,
tu vorresti che non ci fossero più persone anziane
lasciate a loro stesse senza possibilità
di sussistenza,
tu vorresti che nessuno si ammalasse più,
tu vorresti che il tuo fisico riuscisse a sopportare qualunque
cosa la tua golosità ti inducesse a mangiare, e poi dici:
«Sia fatta la tua volontà e non la mia»?!
Figlio mio, se tu davvero pensassi e sentissi
che è la mia volontà che deve essere fatta e non la tua,
ti renderesti conto che i tuoi desideri
– per quanto giusti nella loro essenza –
nascono da tuoi errori interiori,
poiché come puoi sapere tu quant’è giusto che accada
ciò che tu vorresti non accadesse più?
Come puoi sapere, tu, quanta evoluzione, da quelle esperienze,
le persone che tu vedi soffrire possono ricavare?
Come puoi pensare di sapere, tu, qual è il cammino giusto
per ogni mia creatura che
io ho posto nella Realtà?
Non è possibile, figlio mio, ed è per questo che concordo con te
nel dire: 
Sia fatta la mia volontà e non la tua!
Scifo


 

 


Padre mio, ho visto, ho visto, ho visto una principessa schiantarsi
con un’automobile e ho visto questa principessa diventare il cibo
per avvoltoi mai sazi e sempre pronti a strappare fino all’ultimo pezzo
di carne pur di appagare se stessi.
Ho visto, ho visto trecento persone – un intero villaggio – sgozzate,
e passate praticamente sotto silenzio alla coscienza di tutte le persone,
nell’indifferenza pressoché totale al di là dello scalpore
della notizia del momento sul telegiornale.
Ho visto, ho visto, ho visto, ho visto i funerali di una suora:
«la madre dei poveri», e i poveri tenuti lontano dal suo funerale
con cordoni di polizia, e persone importanti che mestamente seguivano
le spoglie mortali di una persona che non conosco ma, certamente,
per avere funerali così, doveva essere importante!
Chissà. Ho visto uomini politici che parlano,
parlano, parlano, parlano, parlano e non si ricordano che sono lì,
invece, per fare, per
fare, per fare.
Ho visto capi religiosi, sempre! dappertutto, in tutti i luoghi della Terra,
quasi come se viaggiare fosse il loro hobby preferito, e mi chiedo,
Padre mio: «Ma com’è possibile che
il mondo sia fatto di persone
con una tal
coscienza?».
Me lo chiedo e non riesco a trovare alcuna spiegazione a tutto questo.
Scifo

Figlio mio, per poter criticare qualunque altro tuo fratello è necessario,
quantomeno, che tu – prima di tutto – sia in pace con la tua coscienza.
Se nulla hai da rimproverarti, se nulla hai da nascondere agli altri,
se nulla hai che gli altri ti possono imputare, allora sì, forse,
che hai un piccolissimo diritto di puntare il dito su ciò che ti sembra
sbagliato, altrimenti taci,
osserva te stesso e ricorda che comunque
ognuna di quelle persone che tu hai citato è un essere umano
e ha i suoi bisogni, i suoi perché, le sue necessità,
che certamente non rendono meno errati i suoi comportamenti
ma tuttavia ti devono mettere in grado di far sì che tu, proprio tu intanto,
in prima persona, non faccia gli stessi errori che imputi agli altri;
e in quel momento, figlio mio, non troverai più nulla da ridire contro nessuno.
Moti


 

 


Quante volte mi sono trovato di fronte ad un Maestro,
e a lui ho rivolto le mie preghiere,
talvolta sono state esaudite, talaltra sono cadute nel nulla,
ed allora tu, Maestro, che ora in questo momento di questa vita
mi stai davanti dimmi, ti prego, qual è il modo migliore
affinché io ti rivolga le mie preghiere.
Baba

Figlio mio, le tue preghiere non hanno, in fondo, alcun significato,
perché vedi, mio caro, tutto ciò che io posso fare per te,
tutto ciò che io posso darti,
io te lo darei comunque senza bisogno che tu me lo chieda,
e la tua preghiera invece è soltanto una speranza del tuo Io
per essere esaudito in ciò che egli vuole e nulla di più.
Se davvero vuoi rivolgere una preghiera efficace,
una preghiera che ottenga grandi risultati,
una preghiera che cambi la tua vita,
una preghiera che ti renda diverso,
una preghiera che ti faccia modificare la tua realtà,
allora: 
assapora la tua vita.
Pace a te, amatissimo figlio.
Moti


 

 


Padre mio, io mi scontro tutti i giorni
con quella che è la mia realtà interiore
e
con quella che è la realtà intorno a me.
Quale è giusta: questa o quella?
Ciò che io sento veramente è il mio sentire,
o è il mio Io che si è messo l’ennesima maschera
e mi impedisce di vedere qual è la
mia realtà?
Ciò che vedo all’esterno di me è davvero la realtà
o è soltanto una proiezione di ciò che
io voglio vedere?
Quanta insicurezza, Padre mio, in tutto questo!
In alcuni momenti la confusione è
tale
che mi sembra di non riuscire più a
raccapezzarmi.
Se solo potessi trovare un po’ di luce in questo buio
che, a volte, mi piomba addosso come una cappa,
forse, un po’ alla volta,
riuscirei a percorrere la strada
che si perde
in lontananza, sfumando nell’oscurità.
Moti

Figlio mio, ancora una volta tu rivolgi le tue parole tormentate
a me come se io non avessi già fatto abbastanza per aiutarti,
al punto tale che neppure io saprei cosa fare di più.
Io ti ho dato un mondo intero da osservare,
dispiegando davanti ai tuoi occhi le mille e mille meraviglie
che ho saputo creare affinché tu ti specchiassi in esse
e riconoscessi non soltanto te stesso
ma anche la mia mano e la mia presenza.
Ho popolato questo mondo di centinaia di creature diverse
che poi son diventate migliaia,
e ognuna di esse l’ho resa una piccola perla con delle sfumature
che non combaciano mai con quelle delle altre affinché tu,
in ognuna di esse, riuscissi ad osservare quelle sfumature
e a fare il paragone con quelle che puoi vedere dentro di te.
Ti ho dato un corpo fisico per far sì che tu potessi sentire
con i tuoi sensi fisici la realtà del mondo materiale perché,
magari – pensavo – non ti sarebbe bastato osservare
ciò che ti
circondava, ma avresti potuto aver bisogno
di qualcosa di più vicino, di un contatto più immediato
per poter sentire in modo più
profondo la tua appartenenza al Tutto;
ti ho donato un corpo astrale perché tu interagissi con le altre creature
che ho posto intorno a te e mostrassi a queste altre creature
ciò che provavi interiormente, affinché le tue emozioni provocassero
un’eco in loro e questa eco ritornasse in te, e tu riconoscessi
che questo doppio scambio in realtà era un fluire fra te e te stesso;
ti ho dato la facoltà di pensare e un corpo mentale,
in modo tale che tu potessi tirar le fila di tutti questi elementi
che a te ho donato per appagare anche il più esigente degli osservatori,
in modo tale che tu avessi la possibilità di passare al vaglio
della tua ragione il motivo di ciò che ti circonda
e il motivo di ciò che sei per arrivare, alla fine, a comprendere
che non sono due motivi diversi, no, non è vero, non è così:
il motivo è uno solo ed è ciò che unisce te e l’esterno.
Ti ho dato tutto, figlio mio;
la tua strada, che a te sembra perdersi nell’ombra,
è lì, dritta e sicura davanti a te;
chiudi gli occhi, non hai bisogno di vederla per percorrerla,
non hai bisogno di correre per raggiungerla,
metti con pazienza un piede davanti all’altro senza tentennare,
senza aver paura di cadere a destra o a sinistra, avanti o indietro;
stai tranquillo che, anche se cadrai, potrai sempre risollevarti;
dov’è il problema?
A volte cadere serve per riuscire a mantenere intatto
il proprio senso dell’equilibrio.
Metti un passo davanti all’altro con pazienza ed ecco che,
dopo pochi passi, senza che neanche tu te ne accorga,
sei giunto alla fine della strada.
Vedi, figlio mio, non era così difficile come tu pensavi,
sei già qui accanto a me.
Anonimo


 

 


Padre mio, io ascolto talvolta le parole che da fonti diverse
giungono fino a me e mi sembra di aver capito
che tutta la mia esistenza all’interno del piano fisico è regolata
da uno stupendo equilibrio di dare e avere,
come se un grande ragioniere tirasse le fila dell’esistenza
e riuscisse a compensare, in modo incredibilmente splendido,
la vita di ogni individuo.
Eppure, malgrado forse possa aver capito questo,
non riesco a rendermi conto di quando sarà che il dare e l’avere
avranno un senso reale, un senso meno egoistico, un senso più sentito.
Come vorrei poter capire se e quando ciò potrà mai accadere.
Moti

Figlio mio, attraverso il meccanismo del dare e dell’avere
tutta la realtà che io ho creato si struttura e si completa;
nulla esiste in essa che non porti ad uno scambio di vibrazioni
e da questo scambio di vibrazioni il risultato che si ottiene
è un perfetto equilibrio tra ogni più piccolo fattore di ciò
che io ho «sognato».
Tu adesso mi chiedi quando il dare e l’avere,
nei rapporti con gli altri, diventerà un Dare
e un Avere
con la «d» e con la «a» maiuscole;
è semplice, figlio mio, molto semplice:
questo accadrà nel momento in cui nessuno dei due interlocutori
avrà ancora la spinta
a dire «Io ho dato di più»
o «Tu hai ricevuto di più».
Scifo

 

Meditazioni quotidiane 2.1

 

 


Padre mio,
la Tua immensa bontà ha tracciato per noi
innumerevoli strade che portano alla nostra realtà,
e ogni strada ha il volto, il corpo e la voce
di chi, quotidianamente, viene a contatto con noi.
Aiutaci a pensare agli altri uomini
come vie per raggiungerTi,
consapevoli della loro presenza,
certi della loro utilità,
riconoscenti per la loro esistenza,
felici del fatto che se loro sono qui per me
a mia volta io son qui per loro,
sicuri di ritrovarli tutti, uno per uno,
lungo le innumerevoli strade
che dalla nostra realtà portano a Te.

Rodolfo


 

 


A Te, Padre,
a Te che sembri così insensibile,
a volte, così indifferente,
così lontano dalla mia realtà,
così apparentemente freddo,
così incapace di fare un miracolo per me
allorché io Te lo chiedo,
così insensibile da non saper togliere dal mio cammino
tutte le cause di sofferenza,
a Te, Padre mio, io rivolgo il pensiero
sicuro che, in realtà, sono io l’insensibile,
sono io l’incapace, sono io il freddo,
sono io che guardo Te
e, cercando d’immedesimarmi in Te,
non faccio altro che creare
una brutta copia di ciò che io sono.

Moti


 

 


Altissimo Signore, Padre nostro,
in questa sera non possiamo che ringraziarTi
per averci donato,
in mezzo
a tutti i doni che ci hai elargito,
anche la speranza.
La speranza che ci fa superare
gli 
ostacoli e le difficoltà;
la speranza che dà la forza di vivere,
la speranza che ci fa sorridere
anche nel momento più profondo del dolore
e, soprattutto, quella speranza che
accompagna
l’uomo dal suo nascere
e che, nel momento dell’estremo saluto,
così ci fa dire:
«Padre, sia fatta la Tua volontà, e non la mia».

Florian


 

 


E se io, Padre mio,
riuscissi ad essere
veramente me stesso;
se io, Padre mio, riuscissi a far arrivare sul piano fisico
ciò che veramente sono,
ciò che
il mio sentire è arrivato a comprendere,
se io fossi in grado di comunicare agli altri
questo profondo sentire che è dentro di me
e che non riesce ad arrivare pulito alla manifestazione esterna,
chissà come apparirei agli occhi degli altri!
Forse un Maestro?
Forse una persona presuntuosa?
Forse un millantatore, un imbroglione,
uno che si mette al di sopra degli altri?
Se io veramente possiedo un sentire che mi permette di aiutare gli altri,
di mettere la
parte migliore di me stesso a disposizione,
devo per forza possedere, Padre mio,
anche quell’umiltà che, sola, può far accettare
la mia condizione a chi mi sta attorno.
In realtà chi possiede un’ottima evoluzione
molte volte corre il rischio di venire isolato,
di non venir compreso,
di venire ora amato ora ripudiato,
ora stretto ora allontanato.
Eppure tutto questo sembra un nonsenso;
alla vostra mente sembra
inconcepibile il pensiero
che l’evoluto non riesca a manifestare se stesso
in maniera tale da cambiare la vita propria,
ma principalmente anche – come ci si aspetta da ogni buon evoluto –
la vita degli altri.
Non è così strano come può sembrare,
poiché si può cambiare la vita degli altri
soltanto nel momento in cui gli altri sono disponibili a cambiarla,
altrimenti – e Tu lo sai molto
meglio di me, Padre mio –
nessuno può
essere in grado di fare nulla.

Scifo


 

 


E’ a Te, altissimo Creatore,
che talvolta rivolgo il mio pensiero
cercando di raggiungerti laddove Tu sei,
incerto, ogni volta, di esserci riuscito.
Io Ti prego, Altissimo Signore,
stai vicino a tutti noi che soffriamo,
tendi una mano a tutti coloro che,
in preda alla sofferenza fisica,
hanno bisogno di sentire
la carezza di una persona amata;
metti nei nostri occhi,
nei momenti di sofferenza,
la capacità di osservare
e meravigliarsi e stupirsi,
di commuoversi per un semplice tramonto;
aiutaci a trovare dentro di noi
quella saldezza, quella forza che ci fa credere
che Tu, Altissimo Signore,
sei sempre e comunque accanto a noi.

Vito


 

 


A Te, Signore del giorno e Signore della notte,
Signore del passato, del presente e del futuro,
a Te e a Te soltanto io dedico le mie lacrime;
a Te, a Te soltanto io dedico ogni sorriso
che trovo nel corso della mia vita;
a Te, a Te soltanto dedico la mia ansia di comprendere,
il mio tentativo di andare incontro agli altri
e il mio dispiacere quando gli altri
sembrano 
allontanarsi da me;
a Te, soltanto a Te dedico la paura delle mie notti,
l’ansia dei miei giorni,
la felicità della mia vita;
a Te, soltanto a Te dedico tutto me stesso
perché è 
a Te, soltanto a Te, che tutto me stesso fa capo.

Vito


 

 


Se io Ti amassi veramente, Padre mio,
allora amerei tutto ciò che Ti appartiene.
Amerei il mondo che vedo intorno a me.
Amerei ogni gioia e ogni dolore
che vedo manifestarsi in questo mondo.
Amerei tutti i colori che lo rendono vivo.
Amerei la più piccola delle creature
che 
lo animano.
Arriverei persino ad amare me stesso.
Ma, ahimè, io non Ti amo veramente,
Padre mio, mi illudo soltanto di farlo,
poiché trovo sempre qualche cosa
da
criticare in ciò che Tu hai creato.

Vito


 

 


Padre mio, io incomincio ad arrabbiarmi
con me stesso.
Perché, perché continuo a non capire niente?
Perché continuo a dibattermi nei miei problemi
senza riuscire a venirne fuori?
Perché devo essere così testa di cavolo
da continuare a ripetere in continuazione gli stessi errori?
Perché sto sprecando così la mia vita?
Perché, perché, perché, perché.
Perché qualche volta non sto attento,
invece, a cercare qualcosa di positivo in me stesso?
Forse, se riuscissi a vederlo, a trovarlo,
a disseppellirlo dalla mia coscienza,
questo renderebbe diverso tutto il mio chiedermi
i «perché» e cambierebbe 
anche i «perché» stessi,
Padre mio.

Rodolfo


 

 


Padre mio,
Tu sei il mare ed io sono una goccia,
eppure, nel mio essere una goccia
contengo il Tuo essere mare.
Verrà il giorno, Padre mio,
in cui goccia e mare non saranno più distinguibili,
e allora l’opera tua sarà compiuta.

Scifo


 

 


Se io fossi capace, Padre mio,
di guardare veramente in fondo al mio cuore cosa troverei?
Forse riuscirei a trovare Te,
la Tua voce o il Tuo silenzio,
o forse non troverei nulla,
neanche la più piccola apparenza di emozione;
e magari mi accorgerei che nel corso delle mie giornate
tutto quello che dico e faccio è una recita,
per me stesso o per gli altri.
Il più grande mistero che io posso affrontare, Padre mio,
non è la Tua esistenza,
non è l’esistenza della Realtà con la «R» maiuscola:
cosa mi importa, in fondo, della sua esistenza se io non ci sono?
Il mio mondo è centrato sul fatto che «io» esisto in questa realtà;
ed è questa realtà, la mia piccola realtà, la mia soggettiva realtà,
la mia a volte triste a volte allegra realtà
ciò che deve costituire il perno, la ragione di questa mia stessa esistenza.
Io credo profondamente che, se sono qua,
in questa mia soggettiva e unica realtà
è perché è di questa mia soggettiva e unica realtà che ho bisogno.
E allora bisogna che la osservi,
bisogna che la guardi,
bisogna che la comprenda,
bisogna che la analizzi,
bisogna che entri dentro la mia realtà
invece di restarne sempre e comunque fuori,
come se fosse qualcosa che non mi appartiene,
qualcosa che ho paura
di osservare,
qualcosa che esiste per gli
altri
o per far da specchio agli altri
e non per essere lo specchio di ciò che io sono
e di ciò che, invece, potrei essere.
Padre mio,
dammi fino in fondo la forza
di osservare veramente me stesso.

Moti


 

 


Padre nostro,
come possiamo noi ringraziarTi
di aver messo sulla nostra strada la felicità,
la vera felicita che è soltanto quella di essere consapevoli
che Tu sei noi e noi siamo Te?

Viola


 

 


Padre mio,
non è in un giorno prefissato
che io mi ricordo di Te,
ma ogni giorno
della mia vita Tu sei presente nel mio sentire
e da questa Tua presenza io traggo 
ciò che penso
di poter adoperare per venirti incontro,
affinché la distanza che sembra
separarci
possa diminuire più velocemente.
Se il primo giorno sarà il mio lavoro
che
richiederà la mia attenzione,
io mi osserverò mentre lo starò compiendo,
per riuscire a trarre da esso
la capacità di essere giusto
e onesto.
Se il secondo giorno sarà la mia famiglia
che avrà bisogno di me, ad essa mi donerò
cercando di capire perché ha dovuto chiamarmi
senza che io mi accorgessi da solo
del suo bisogno.
Se il terzo giorno i miei amici mi cercheranno
per raccontarmi le loro gioie e i loro dolori
io li ascolterò, cercando nelle loro parole
la comprensione delle gioie e dei dolori che mi appartengono.
Se il quarto giorno avrò il desiderio di divertirmi
non mi nasconderò questo desiderio
ma dedicherò quei momenti di distensione
alla speranza di affrontare me stesso con maggiore serenità.
Se il quinto giorno i miei problemi mi assaliranno,
cercherò di ricavare da essi quella forza
che so che Tu hai messo a mia disposizione.
Se il sesto giorno vedrò una mano che si tende
farò in modo di trovare, anche se le mie tasche saranno vuote,
almeno il bagliore di un sorriso.
E il settimo giorno mi volterò ad osservare
quell’uomo che mi sono lasciato alle spalle
e che è solo appena diverso da me, fisicamente,
ma che, in realtà, non mi assomiglia più per nulla.

Scifo


 

 


Mio Dio, Padre Celeste di tutte le creature!
Colui che Tutto È, Assoluto, Amore,
come posso io, piccola creatura, avere l’ardire
di comprenderTi,
come posso io misera creatura pensare ad avvicinarmi a Te?
Eppure io so che, nonostante queste paure,
nonostante questi timori che mi frenano in alcuni momenti,
la  ragione del mio esistere è proprio l’avvicinarmi a Te,
l’arrivare a comprenderTi e so che anche Tu
ti aspetti proprio questo dalle Tue creature.
Le cose del mondo, le cose più belle del mondo,
ad un certo punto non avranno più alcun interesse
per l’individuo che sentirà nascere in sé un bisogno più intimo,
più profondo, più impellente di arrivare a comprenderTi,
perché saprà che nel momento in cui avrà compreso Te,
avrà compreso anche tutta la Realtà.
Sì, certo, le cose del mondo serviranno ancora agli individui,
all’uomo, per il suo sostentamento fisico se non altro,
pur tuttavia sarà soltanto una piccola necessità
che sarà nulla al confronto della gioia e del piacere
che egli proverà nel compiere quei piccoli passi
per arrivare a Te ed alla Realtà.
Perché Tu sei la Realtà,
perché Tu sei Colui che Tutto È
e noi siamo consapevoli di essere una piccola parte di Te,
e siamo consapevoli che anche se ci tenessimo per mano,
unendoci gli uni agli altri, non riusciremmo mai,
tutti quanti assieme, ad essere Te;
eppure sappiamo che deriviamo da Te,
che ognuno nel nostro cuore porta questa parte di Te
che lo fa sentire unito agli altri fratelli,
e questo afflato, questo bisogno di amare e di amore
giace in ogni creatura.
È impensabile credere che esistano individui
che non sentano al loro interno questo bisogno,
questa necessità,
questa spinta all’amore;
magari è un bisogno, una necessità inconscia, non razionalizzata,
magari non avvertita dell’individuo stesso ma senz’altro c’è.
Perché se tutto è amore,
se noi stessi
– piccole e misere creature – siamo amore,
ogni fratello ed ogni sorella portano con sé questo Amore.
Dio, Dio mio, Padre Celeste,
Padre di tutte le creature,
che grande gioia ci dai nel poterTi riconoscere!

Viola


 

 


Sia lode a Te, o Signore,
per tutto ciò che Tu hai creato.
Sia lode a Te, o Signore,
per la bellezza che vivifica il mondo.
Sia lode a Te, o Signore,
unico Principio Reale 
esistente di ciò che ha creato la Realtà.
Sia lode a Te, o Signore,
la cui energia guarisce il mondo.
Perché da ogni dolore ricavo la possibilità
di 
esaminare me stesso e di comprendere
quel
lo che avrei dovuto e potuto fare
per non far sorgere
 in me e in altri questo dolore.
Perché dal mio tormento nasce il dubbio,
a ogni dubbio io ho la possibilità
di rinascere 
nuovo a me stesso.
E di questo sia lode a Te, o Signore.

Anonimo


 

 


Padre mio, mio dolcissimo Padre,
ah, se io Ti amassi, anche soltanto
una piccola parte di quanto Tu mi ami,
se io credessi, anche soltanto una piccolissima
parte di quanto Tu credi in me,
se io avessi fede in Te, anche soltanto una piccolissima
parte di quanto Tu hai 
fede in me.
Ma vedi, Padre mio,
la differenza forse 
sta semplicemente nel fatto
che Tu sai 
che io sono parte di Te,
ma io non so, 
sicuramente, del tutto, in modo convinto,
di essere parte di Te.

Moti

 

Meditazioni quotidiane: 1.2

 

 


Questo non è certo il Dio
che la
maggior parte delle religioni propone.
Non è forse quantificabile.
Non è forse definibile come immagine.
Non è forse legato ad altro che ad impressioni,
a sentire, a sensazioni,
a qualcosa che, quindi, a voi appare inesprimibile,
indescrivibile,
irraggiungibile.
Pur tuttavia, al di là di qualsiasi immagine sacra,
vera o non vera,
al di là di qualsiasi grande Maestro,
vero o presunto,
al di là di qualsiasi dottrina religiosa,
al di là di qualsiasi discorso,
al di là di qualsiasi immagine individuale,
l’esistenza di Dio viene sempre recepita,
prima o poi, da un individuo nella sua Realtà,
e questa esistenza compenetra 
la realtà che voi vivete,
in modo così soggettivo da farsi presente,
da farsi sentire nei momenti meno prevedibili, più inaspettati.
C’è chi, nella storia dell’uomo,
ha trovato, sentito, riconosciuto, incontrato Dio
durante un rapporto amoroso con un’altra persona.
C’è chi l’ha incontrando sulle ali di una canzonetta fischiettata.
C’è chi l’ha trovato semplicemente vivendo una giornata di lavoro,
normale, come tutte le altre.
C’è chi l’ha trovato nella sofferenza,
chi l’ha trovato nella gioia,
ogni individuo può trovarlo in mille e mille cose che sono in Lui,
ed ognuna, creature, una per una,
vi parla proprio di Lui stesso.

Scifo 


 

 


Io non sono nulla,
sono una piccola goccia di pioggia
durante un temporale,
un minuscolo granello di sabbia
in uno sconfinato deserto,
un ago di pino
in un bosco di conifere,
un fiocco di neve in una tormenta,
un meteorite in un cielo
popolato
da miliardi di stelle;
eppure, senza di me,
quel temporale, quel deserto,
quel bosco e quel cielo
non sarebbero più gli stessi.
E questo, già da solo,
mi dovrebbe rendere felice di esistere
e di far parte di Te, Padre mio.

Hiawatha


 

 


In qualunque posto Tu risieda,
dovunque Tu sia,
qualunque cielo Tu possa occupare,
qualunque dimensione Ti appartenga,
io a Te dedico la mia gioia,
io a Te dedico la mia allegria,
io a Te dedico le mie passioni,
io a Te dedico i miei desideri,
io a Te dedico la mia sofferenza,
io a Te dedico i miei dubbi e i miei perché,
le mie resistenze, i miei rimpianti,
i miei rimorsi, i miei sensi di colpa
e le mie disperazioni.
Io Ti dedico, Dio mio, tutta la mia vita,
certo che Tu l’accoglierai tra le Tue mani
e saprai con esattezza ciò che di essa va fatto.

Moti


 

 


Mi hai insegnato la via dell’umiltà, Padre,
mi hai indicato, attraverso mille esempi,
la strada della semplicità.
Mi hai fatto dire di essere sola e semplice.
Mi hai insegnato a non pretendere nulla dagli altri,
ma a pretendere molto da me.
Mi hai insegnata ad osservare con occhio benevolo
i miei fratelli, le mie sorelle,
i miei genitori, i miei figli,
i miei compagni di viaggio.
Mi hai insegnato a non giudicare,
mi hai insegnato a non criticare,
mi hai insegnato a sentire
ciò che fa parte
del Creato
come cose che mi appartengono
anzi, come una parte di me.
Ma, malgrado tutto questo,
io mi sento un essere meschino,
un essere che accetta soltanto con la mente
le cose che Tu mi invii,
un essere che, da un momento all’altro,
pensa solo a se stesso,
giudica il comportamento degli altri,
è distruttivo nei confronti della natura e del mondo,
è distruttivo nei confronti
di se stesso.
Ma anche questa, Padre mio,
così come Tu mi insegni,
è una delle strade che mi condurranno fino a Te.
Io vorrei, però, riuscire ogni giorno ad imparare,
a compiere un piccolo sforzo,
affinché le mie parole non siano veleno,
affinché il mio sguardo non sia aggressività,
affinché il mio porgere una mano
non sia solo per prendere,
affinché il mio modo di accarezzare,
o di chiedere una carezza,
non sia un modo di giustificarmi,
o di farmi perdonare.
Aiutami, Padre mio, ogni giorno
a compiere uno di questi piccoli sforzi;
piccoli sforzi che, alla fine, mi porteranno
a poter dire 
di vivere gli altri,
di vivere i miei compagni,
i miei genitori, i miei figli, i miei amici
e gli stessi estranei come dei veri e propri fratelli.
Non chiedo molto, Padre mio,
in realtà non chiedo molto,
ma sono sicura che il Tuo aiuto giornaliero
mi potrà condurre veramente all’unione
con i Tuoi figli e con Te.

Viola


 

 


Padre mio,
ho sentito i Tuoi figli parlarmi di evoluzione.
Ho sentito che suggerivano l’idea che Tutto è Uno
e ho pensato anche che, se davvero Tutto è Uno,
dalla più piccola cosa, mi è possibile Padre mio,
se davvero lo voglio, riuscire ad arrivare fino a Te.
E assieme a questo pensiero, Padre mio, io ho gioito.
Ho gioito perché se davvero Tutto è Uno,
ho compreso che io sono Tutto
e sono Uno con gli altri fratelli che mi stanno attorno.
E che ogni carezza che a me non viene data,
che a me viene tolta per essere donata ad un mio fratello,
ha lo stesso valore della carezza che io avrei dovuto ricevere.
E che le stesse parole e lo stesso affetto che prima,
magari, era rivolto a me e adesso vedo rivolgere ad altri,
questo affetto, queste parole, ho compreso, Padre mio,
che sono
ancora e sempre miei.
E di questo Padre mio,
di questa mia
comprensione,
di questo mio sentirmi unito veramente fino in fondo con Te e con i Tuoi figli,
di questo riuscire a condividere senza invidie,
senza rancori, senza accidia ciò che gli altri hanno
e che apparentemente a me manca,
di tutto questo, Padre mio,
io Ti ringrazio dal più profondo del mio essere.

Moti


 

 


Padre mio,
sento su di me il peso dell’evoluzione,
i secoli sono sfilati davanti
ai miei occhi,
i millenni sono scivolati alle mie spalle come un fiume
che si perde
e si confonde con l’oceano.
Ed io mi trovo improvvisamente accomunato ad altri esseri
che hanno minore esperienza di me,
che hanno forse compreso qualcosa in meno
e con i quali io cerco di intrattenere
un rapporto,
un contatto perché sento che
essi hanno bisogno di me,
ma che anch’io,
in fondo, ho bisogno di loro.
E com’è difficile, Padre mio, fare tutto questo,
com’è difficile far comprendere a loro
quanto essi di me hanno bisogno e quanto io,
a mia volta, abbia bisogno di loro.
Perché se mi metto al loro stesso piano
essi finiscono con il considerarmi un individuo
da assoggettare, da sfruttare, 
da usare
senza tenere in debito conto, senza accorgersi, magari,
di ciò che cerco di far pervenire loro
attraverso la mia
esperienza passata.
Se io invece mi elevo al di sopra di loro
finisco col vederli ritrarre se stessi quasi spaventati,
ritirarsi in soggezione per ciò
che io sono.
Aiutami, quindi Padre mio,
a far loro comprendere che se pure il mio cammino evolutivo
è molto più lungo di quello da loro
percorso,
ciò non significa che anche io non dovrò ancora camminare,
perché se sono più avanti nel cammino,
non è per particolari capacità,
ma semplicemente perché ciò doveva essere
e che anche loro, prima
o poi, giustamente,
attraverseranno il mio
stesso sentiero.
Come far comprendere loro, Padre mio,
che in fondo se io sono ricoperto di materia fisica
questo sta a significare che io sono
un essere umano,
in questo momento,
così come lo sono loro?
Come far loro comprendere
che anche io sono capace di soffrire,
che anch’io incontro la disperazione,
che anche per me la disillusione,
le illusioni infrante possono far male,
che il dolore m’addolora e che la morte a volte mi spaventa?
Come far loro comprendere, Padre mio,
che anche se sulle mie spalle
c’è il peso dei secoli e dei millenni,
che se anche i miei capelli sono diventati bianchi
a forza di essere immersi nella
sofferenza in tutte le epoche
che si possano ricordare a memoria d’uomo,
malgrado tutto questo, io sono ancora un essere che abbisogna d’amore
e che amore cerca ancora di
poter donare e di poter ricevere?
Padre mio,
forse io non riesco ad essere 
abbastanza umile in quanto faccio,
o forse non vi è la possibilità da parte degli altri
di poter penetrare la mia corazza,
così come un bambino osserva le lacrime di un adulto
e pensa che quelle lacrime siano, magari, soltanto un gioco.
Fa’ loro comprendere, Padre mio,
che anche le mie lacrime, i miei sorrisi,
le mie tristezze non sono un gioco,
ma sono vere e sincere così come lo sono le loro.

Scifo


 

 


Padre, Padre mio,
io comprendo la Tua grandezza,
comprendo il Tuo Amore,
io comprendo la Tua pace,
comprendo che Tu, per farmi giungere a Te,
hai posto sul mio cammino anche la distruzione,
hai posto sul mio cammino la rabbia,
l’odio, 
il rancore, l’invidia;
hai posto sul mio cammino
tutto quello 
che di negativo
in un individuo possa esserci.
Io comprendo per questo la Tua realtà,
comprendo per questo la Tua grandezza, Padre mio,
perché so che Tu hai permesso che io uccidessi
e che venissi a mia volta
ucciso
per farmi giungere fino a Te.
Hai permesso che prevaricassi gli altri,
tutti i miei fratelli,
e che gli altri prevaricassero me,
per farmi giungere fino a Te.
Hai permesso che io odiassi gli altri,
le persone che avrei dovuto, invece, amare,
e che gli altri mi odiassero, per farmi giungere fino a Te.
Padre mio, la Tua grandezza è fatta anche di questo;
Padre mio, adesso lo so.
E se la Tua grandezza è fatta anche di questo,
anche il Tuo Amore è fatto di questo,
e sono felice per quanto mi hai amato,
sono felice che Tu mi abbia insegnato
a diventare l’Amore stesso.   

Viola


 

 


Padre nostro,
se ancora una volta ci hai rivestiti di materia,
se ancora una volta ci siamo trovati in mezzo agli altri,
incatenati ai bisogni, ai desideri,
alle necessità del nostro Io,
è perché soltanto Tu sapevi
che di questo noi avevamo ancora bisogno.
Padre nostro,
se ancora abbiamo versato lacrime,
se ancora abbiamo pianto,
perché non siamo riusciti a dare la mano
ad un nostro fratello che soffriva,
se ancora non siamo riusciti ad asciugare quella lacrima
prima che il vento l’asciugasse per noi,

è perché Tu sapevi che il nostro cammino,
la nostra strada, così doveva essere.
Padre nostro,
chissà ancora per quante vite,
chissà ancora per quante esistenze,
così dovremo essere.
Tu non puoi darci la certezza
che 
questa sia l’ultima esperienza,
Tu non puoi fare questo, Padre nostro,
ma noi confidiamo in Te e speriamo che,
prima o poi, Ti raggiungeremo,
perché siamo certi che Tu,
come un ottimo padre con un’infinita pazienza,
ci aspetterai.

Viola


 

 


Padre nostro,
Ti ringraziamo per aver messo lungo la nostra via
il dolore, la sofferenza,
perché da essa noi siamo rinati forti, felici.
Ti ringraziamo per averci dato la gioia,
la felicità nell’osservare anche il solo volo di una farfalla
perché con essa ci hai insegnato 
a capire,
a comprendere la Tua presenza
ovunque.
Padre nostro,
Ti ringraziamo per averci dato tanti altri fratelli
diversi da noi, ma identici a noi,
con i quali abbiamo potuto confrontarci,
scontrarci e comprenderci gli uni con gli altri.
Padre nostro,
Ti ringraziamo per averci offerto l’opportunità
di ascoltare la Tua voce 
attraverso le creature
che ci circondano,
di contemplare la Tua voce
attraverso i semplici fatti
che Tu continuamente ci invii.
Padre nostro,
Ti ringraziamo soprattutto per averci dato
la possibilità di esistere.

Viola


 

 


Padre nostro che sei dovunque
sia resa grazie alla Tua esistenza,
il Tuo regno è già qui
sia in cielo che in terra,
sia fatta fa Tua volontà
perché essa è ciò che muove l’intero creato,
e il Tuo regno è ovunque un essere vive,
muore, soffre, gioisce e sente.
Dacci ogni giorno
l’impulso di migliorare noi stessi,
affinché alla nostra fame di Te
possa sempre essere dato il pane
necessario a saziarci,
e aiutaci a donare agli altri
ciò che sentiamo che da Te
ci viene donato.

Viola


 

 


Padre nostro,
ti ringraziamo per averci donato
occhi per vedere, orecchi per udire,
bocca per parlare, mente per pensare
e spirito per sentire.
Ma quante volte facciamo buon uso
di ciò che, nel Tuo Amore, ci hai elargito?
Quante volte i nostri occhi
hanno visto solo ciò che volevano vedere?
Quante volte i nostri orecchi
hanno udito solo ciò che volevano udire?
Quante volte !a nostra bocca
si è aperta solo per oltraggiare?
Quante volte la nostra mente
si è soffermata davvero a pensare?
Quante volte il nostro spirito
si è sentito davvero una parte di Te?
Padre nostro,
Ti chiediamo umilmente perdono
per il cattivo uso che facciamo dei Tuoi doni.

Moti


 

 


Motore di ciò che è.
Dio presente in ogni dove.
Signore di ogni essere.
Dio che doni e che disponi.
Dio che per creare
ti è bastato affermare:
«Sia l’uomo e sia la donna».
Fa sì che chi hai creato e reso vivo
possa condurre la sua esistenza
sempre libero e sempre in pace.
Tu che sei dentro a ogni cosa,
Tu che sei fuori da ogni cosa,
nelle nuvole e nella notte, ascoltami:
fa sì che io viva i miei giorni,
fino a che avrò bianchi i capelli,
e quando le mie membra saranno stanche,
prendimi fra le Tue braccia
e aiutami a giungere fino a Te,
ovunque Tu sia!

Viola


 

 


O Altissimo Signore,
Tu che mi hai indicato la via,
questa via che porta dentro di me.
Signore, io credo in Te,
Signore, io “sento” che Tu esisti;
mio Signore, percorrerò per Te questa via;
affronterò la sofferenza che la costella,
affronterò gli ostacoli
che si pareranno 
davanti a me,
affronterò i pensieri che mi diranno:
“Torna indietro
perché più avanti c’è la sofferenza,
e alle tue spalle può esserci la pace”.
E questo perché so, o Signore,
perché ho capito, mio Dio,
che se Tu quella via mi hai indicato
è perché alla fine della strada
Tu sei là ad aspettare.

Florian


 

 


Padre mio,
ho cavalcato mille cavalli imbizzarriti
e da essi ho trovato in me le parole e i suoni
che li rendevano docili e capaci di seguire i miei desideri,
conducendomi lungo le
strade paurose della mia interiorità.
Ho incontrato sul mio cammino orde di lupi ringhianti
dai denti snudati come barriere 
poste sulla mia strada
per fermare il mio
avanzare verso di Te,
ma ho saputo tranquillizzarli con la luce di un mio sorriso,
con la forza della mia serenità.
Mi sono imbattuto in tempeste
che facevano rivoltare i mari,
portando in alto quello che era in basso
e ricacciando negli abissi più profondi
quello che era in superficie,
e sono rimasto
a galla sopra il pelo delle acque turbolente
solo grazie alla convinzione che io,
qualunque cosa potesse accadere,
non sarei mai morto veramente.
Ho sfidato il fuoco più ardente,
il lampo più abbagliante,
la grandine più tambureggiante
riparandomi sotto la volontà di giungere indenne
nel porto
della mia anima.
Ho attraversato momenti in cui il mio corpo
mi è sembrato 
un peso inutile ed ingombrante
di cui avrei voluto poter fare a meno.
Ho percorso ore interminabili in cui orgoglio,
paure e rancori 
cercavano di ridurmi come un fuscello
in balia del vento, pronto a spezzarsi
frammento dopo frammento.
Ho vissuto periodi in cui i miei pensieri
sembravano essere pensati soltanto allo scopo
di ferire me stesso o, peggio ancora,
di ferire gli altri.
Eppure, sempre, qualcosa dentro di me
è riuscito a modificare ciò che attraversavo
aggrappandosi con tutta la sua speranza
al piacevole soffio di un vento primaverile
o alla risata senza imbarazzo di un bambino
o all’incontro con una nuova, inaspettata, meravigliosa idea.
Infine, Padre mio, ti ho scorto
e tutto ciò che ho vissuto mi è apparso nella sua grandezza,
facendomi riconoscere 
che di tutto ciò, indubbiamente,
avevo
bisogno per arrivare ad essere una parte cosciente di Te.

Andrea


 

 


Padre mio, quante volte, nel corso della mia esistenza,
io mi rivolgo a Te per chiederTi qualcosa,
eppure è un po’ di tempo, Padre mio,
che non provo più il desiderio di chiederTi nulla
perché penso di aver oramai compreso che Tu
già mi dai tutto ciò di cui
io posso aver bisogno
e che è soltanto la mia mancanza di comprensione
in determinati momenti che mi impedisce di vedere
quanto grande è la Tua magnificenza.
Padre mio, io osservo le mie mani,
osservo
il mio corpo,
osservo il mio viso allo specchio e mi tuffo nei miei occhi,
e in essi resto catturato come se fossero delle porte
su degli universi incommensurabili;
guardo le espressioni che un lieve muovere delle ciglia riesce a comunicare,
guardo la gioia, la felicità, la tristezza, l’amarezza, l’ira che,
con pochissimo sforzo, riescono a manifestare e mi chiedo:
«Se una cosa così piccola riesce a fare così tante cose diverse,
stupefacenti nel loro
piccolo eppure meravigliose,
che complessità ha l’interezza del mio corpo
e quali enormi possibilità di espressione esso possiede
che io neppure riesco a immaginare, a comprendere fino in fondo?».
A quel punto, quasi annichilito dalla grandezza di quel microcosmo che io sono,
di quella grandiosa realtà che Tu rifletti e in Te si riflette,
non posso far altro, Padre mio,
che ringraziarTi per la Tua bontà.

Scifo


 

 


Io volevo chiederti, Padre mio,
quand’è che raggiungerò la Realtà con la ‘R’ maiuscola,
ma ho l’impressione che una
domanda del genere
non mi avrebbe fruttato molto perché,
ascoltando quanto i Tuoi deva hanno manifestato nel tempo,
posso arrivare da solo ad una conclusione,
che da una parte
è logica ed evidente
e dall’altra parte è
disarmante.
Infatti, mi sono risposto da solo
che arriverò alla Realtà con la ‘R’ maiuscola
soltanto nel momento in cui avrò svelato tutta l’illusione.
Certo, non può essere che così!
Questa non può essere che la verità,
ma per me, immerso nell’illusione di tutti i giorni,
immerso nei veli d’illusione che l’Io quotidianamente mi mette davanti,
non posso che sentirmi a volte stanco e quasi disperato
nel rendermi conto di quanta difficoltà incontro
nel mio tentativo di alzare il sipario
di questo Teatro delle Ombre.

Scifo

Meditazioni quotidiane: 1.1

 

 

 


In nome dell’Uno che nei cicli generatori
prende l’universo stesso come sua forma,
in nome della vita unica che respira in tutto l’universo,
che si limita e manifesta nelle forme,
in nome dell’irrefrenabile e incessante evolversi di ogni vita,
possiate riconoscere l’illusione delle forme,
possiate riconoscere la radice di ogni vita
animatrice,
possiate riconoscere l’unità spirituale dell’universo
affinché possiate essere
consapevolmente Uno col Padre.
Amen

CF 77

 


 

 

 


Il problema dell’individuo
non è quello di divenire,
ma quello di essere.
Non è quello di conoscere,
ma quello di comprendere.
Non è quello di sapere,
ma quello di sperimentare.
Nell’individuo la volontà
è la base della potenza.
La comprensione quella dell’amore.
La consapevolezza quella della saggezza.

CF 77


 

 

 


Sia che crediate in noi,
sia che ci avversiate,
sia che ci ascoltiate con amore,
sia che vi tappiate le orecchie per non sentirci,
sia che vi commuoviate per la nostre parole
sia che deridiate chi ci ama,
fermatevi un attimo ad ascoltare voi stessi;
entrate in voi in silenzio ed ascoltate quella musica dolce
che sentite vibrare nel più riposto segreto del vostro essere,
dietro allo schermo dei vostri pensieri,
sotto la coltre del vostro razionalismo,
accanto ai vostri sentimenti, ai vostri slanci, al vostro amore.
Potrebbe essere che, ciò che noi chiamiamo «spirito»
sia proprio ciò che voi riuscite a sentire.
E allora perché non cercare di raggiungerlo e di capirlo
visto che – malgrado sia così celato dentro di voi –
riuscite tuttavia a percepire la sua dolcezza?
Quanto spesso, figli, vi fermate a guardare all’esterno di voi,
senza riuscire a portare tra le vostre mani quella scintilla che è lì,
nel vostro profondo sentire, appositamente per illuminarvi il cammino,
indicarvi la vostra strada e rendervi più semplice
e meno doloroso il vostro avanzare?
Quanto spesso, figli, siete pronti ad erigervi a giudici
di coloro che vi stanno attorno e che sfuggono alla vostra comprensione,
dimenticando che siete con essi un cosa sola e che, giudicando loro,
giudicate anche voi stessi, in quanto siete stati,
siete o sarete ciò che oggi essi sono?
La pienezza che andate cercando non è fatta di barriere
e renderà sazia la vostra sete d’amore solo allorché,
nel corso della vostra inconsapevole e, così spesso,
disperata ricerca di Dio attraverso voi stessi,
saprete affermare con certezza,
non di fronte al mondo, ma nel profondo del vostro intimo:

«Ho visto uomini che chiamavano e cercavano Dio;
ognuno di essi lo chiamava con un nome diverso e li ho sentiti fratelli.
Ho visto tanti uomini che aiutavano gli altri uomini nel nome di un ideale
e li ho sentiti fratelli.
Ho visto uomini che aiutavano altri uomini nel nome della libertà,
e anche questi li ho sentiti miei fratelli.
Ho sentito, poi, un uomo che non aveva nomi per Dio,
un uomo che diceva di non credere alla Sua esistenza,
un uomo che si teneva lontano da qualunque religione,
un uomo che, parlando con gli altri uomini delle sue idee,
si definiva ateo convinto.
L’ho visto asciugare la lacrima di un bimbo che piangeva
e ho sentito me stesso».

Moti


 

 

 


Mi sono visto appallottolare la mia vita
come una lettera sgualcita e indesiderata
senza neppure cercare di leggere e comprendere quello che c’era scritto.
Io ho sempre guardato ma non ho mai visto,
pensavo di fare e non facevo,
cercavo di agire e restavo immobile,
volevo abbracciare ma le mie braccia sapevano soltanto stringere
l’angoscia della mia incapacità.
Ora, dopo lettere e lettere appallottolate e mai lette
riconosco i miei errori:
innumerevoli volte potevo dire e non ho detto,
potevo tramutare in lacrime ciò che
vivevo
ma ho preferito nasconderle dentro
di me,
potevo manifestare l’intensità delle mie emozioni
e invece le ho tenute chiuse
così in profondità
che io stesso non riuscivo
a riconoscerne la forza.
Più di questo non sono riuscito a fare:
la paura della mia verità è stata così forte
da indurmi a chiudere gli occhi su me stesso
avvelenando a poco a poco i miei rapporti con me stesso e con gli altri.

Il Poeta


 

 

 


Credevo che fossero i tuoi occhi
ciò che accendeva il mio amore,
poi mi sono accorto che il mio amore non diminuiva
quando tu dormivi.
Pensavo che fosse il tuo sorriso a rendere vivo
il sentimento che provavo per te,
poi mi sono accorto, con stupore,
che il mio amore continuava a essere sempre più forte
anche nei momenti in cui il sorriso era ben lontano dal tuo volto.
Avevo pensato che il mio amore fosse acceso
e scatenato dal tuo corpo fisico,
poi, col passare degli anni, del tempo,
il tuo corpo fisico non è più lo stesso
eppure scopro con stupore che il mio amore
per te è rimasto inalterato.
Ho immaginato che il mio amore
venisse acceso dall’affetto che tu mi dimostravi sempre,
eppure, adesso che tu non mi puoi più  dimostrare quell’affetto,
il mio amore continua ad essere infuocato come una volta,
forse con maggiore tenerezza,
con maggiore comprensione,
ma non per questo meno forte, meno importante.
E, allora, mi sono interrogato sul mio amore
e ho capito che esso era acceso dalla stessa luce
che brillava dentro di me e dentro di te,
e che questa luce aveva fatto di due esseri diversi due esseri uguali,
che diventavano un essere solo talmente legato
che nulla e nessuno lo poteva più separare.
E allora, anche nel momento in cui le tue mani
non potevano più essere strette dalle mie,
il mio amore ha continuato ad amare
ed io ti ho sentito sempre e comunque,
fortemente, accanto a me.

Scifo


 

 

 


Io sono una creatura di Dio, come voi.
Come voi non nasco perfetto
e in grado di muovermi con sicurezza nelle regioni in cui vivo.
Nasco bambino con tutte le mie incomprensioni,
come un bimbo penso di aver capito e mi comporto di conseguenza
ma basta una piccola azione sbagliata
per farmi rendere conto che ciò che avevo capito
era solo frainteso e non era giusto.
Ad ogni esperienza rinasco a me stesso più ampio,
più consapevole, più vero,
ad ogni esperienza abbraccio una nuova parte di me stesso
ed una nuova parte della Realtà di cui anche io, come voi,
faccio parte via via più consapevole.
So quale sia il mio destino:
abbracciare per intero me stesso,
verso questo fine sono
attratto e spinto
da qualcosa che è vivo al
di sopra di me
e che, nel contempo, mi permea e indirizza tutto me stesso.
Io cerco di afferrare questa entità che, senza capirne il perché,
amo di un amore intrinseco a me ma così forte
da muovere ogni mia
azione alla ricerca di espandere me stesso
nella speranza di arrivare a fondermi, finalmente,
con l’oggetto del mio amore.
Non piango se sbaglio,
non mi abbatto se
fallisco,
non mi sento frustrato se non riesco,
non mi vergogno se non capisco,
non mi
adiro se non trovo subito la soluzione
ma
sono sempre pronto a rinnovare me stesso,
a trarre frutti dai miei sbagli,
a rendere utili
i miei fallimenti,
a lottare contro ciò che mi frustra,
a cercare di comprendere ciò che sembra sfuggirmi,
a provare mille soluzioni diverse fino a quando non troverò quella
giusta.
E so che solo allorché sarò pienamente maturo
e tutto il mio essere sarà fuso in un’equilibrata e funzionale entità
io troverò la gioia di unirmi con quell’Amore sconosciuto ma potente,
dolce ma tiranno,
forte ma delicato,
costante ma immenso,
che in continuazione mi chiama a Sé,
e che costituisce il vero perché della mia esistenza.

Il cammino della coscienza, Scifo


 

 

 


Ascolta
il frusciare degli alberi sotto la tempesta:
è il Grande Spirito che ti parla.
Ascolta
il canto del fiume lungo le sue rive, ascoltalo:
è il Grande Spirito che ti parla.
Ascolta
le voci degli anziani, ascoltale:
è sempre il Grande Spirito che ti parla.
E ascolta
il pianto e le risa dei tuoi figli:
in essi, ancora, troverai il Grande Spirito che ti parla.
E poi, infine, ascolta
il silenzio del tuo cuore,
e anche quel silenzio è il Grande Spirito che ti parla.

Hiawatha


 

 

 


In un limpido mattino,
sdraiato sulla cima di una collina,
osservavo nel cielo il volo di un’aquila,
maestoso, imponente,
come una enorme farfalla
padrona del cielo stesso.
E’ stato allora che ho trovato
la via della mia umiltà,
quando mi sono reso conto
che neanche nella mia più fervida
fantasia o immaginazione,
sarei mai riuscito a creare
un’immagine di tal fatta!

Scifo


 

 

 


Mio padre è il sole,
con i suoi 
raggi accarezza il mio corpo.
Mia madre, è la luna,
illumina 
anche i miei giorni più bui.
Mio padre è il mare,
circonda tutto il mio mondo.
Mia madre è la terra,
mi offre
in continuazione i suoi frutti.
Mio padre è il vento,
porta le nubi e le allontana.
Mia madre è la pioggia,
ristora la mia sete
e pulisce la mia anima.
E io, chi sono io?
Io sono mio padre,
io sono mia madre,
io sono mio figlio,
io sono un uomo.

Anonimo


 

 

 


Se riuscissi ad ascoltare la Tua voce,
se riuscissi a risuonare con essa,
se riuscissi ad unirmi al coro della vita,
fondendo la mia voce con quella della vita stessa,
se riuscissi ad ascoltare veramente
invece di ascoltare in maniera frammentaria,
se fossi sincero con me stesso quando mi osservo
invece di notare solo una
frazione di me stesso,
se riuscissi ad ammettere serenamente i miei errori
invece di cercare continuamente motivi per giustificarli,
se capissi che non devo perdonarli bensì comprenderli,
se fossi capace di accettarli come segni di mie incomprensioni
invece di volerli a tutti i costi ritenere giusti
ma non compresi dagli altri,
se andassi incontro alla mia coscienza
almeno quanto tendo ad andare incontro al mio Io,
la mia vita sarebbe più facile,
i miei sensi di colpa sarebbero più utili,
i miei rapporti sarebbero più sinceri,
il mio amore saprebbe perdonare,
la mia speranza non vacillerebbe mai
e io sarei un uomo migliore
di quanto mai avrei sperato di diventare.

Rodolfo


 

 

 


Perché le stelle brillano nel cielo?
Perché l’universo è così grande
che non riusciamo a vederne la fine?
Perché sì vive?
Perché si muore?
Perché si lotta tutti i giorni?
Perché si smette di lottare?
Perché si ride?
Perché si piange?
Perché io esisto?
Perché, invece di chiedermi tutte queste cose,
non mi chiedo il perché dei miei perché?

Scifo


 

 

 


Ci siamo incontrati ancora in una sera
della mia vita in cui mi sono scoperto
inesorabilmente solo con me stesso.
I nostri occhi erano un unico sguardo
pieno di rimpianti irrecuperabili,
di promesse e compromessi, di speranze e disillusioni,
di musica mai suonata e canzoni mai fatte nascere
ma tenute imprigionate nel profondo del mio cuore.
Io ti amerò per come sei non per come vorrei che tu fossi,
e vorrei che anche tu mi amassi per le mie bellezze
ma anche per le mie
incomprensioni.
Se ti vedrò, se mi vedrai, se ci vedremo
il più possibile così come siamo
io sarò la stampella che ti sorreggerà
nel tuo cammino verso il cambiamento,
e tu sarai lo specchio che mi mostrerà incessantemente,
con fermezza e con
costanza,
quello che devo trasformare in me,
lasciandomi aiutare per poterti aiutare.
Così, guardando con attenzione dentro ai miei occhi,
riconoscerò finalmente me stesso senza più sentirmi solo,
perduto,
incompreso, tradito, deluso, abbandonato,
frustrato, impaurito, ferito, spezzato.

Il Poeta


 

 

 


Guardami negli occhi
e dimmi cosa vuoi da me,
è una vita che sei al mio fianco
presenza costante ma silenziosa,
fedele e inflessibile, e adesso cosa vuoi da me,
perché mi guardi così?
«Stai arrivando infine nel mio porto,
io esisto per essere al tuo fianco
e sono tua da sempre, finché non sarai tu
ad essere mio, quando avrai accettato il riflesso
dei miei occhi senza luce,
nei quali un bagliore del sole, per caso,
è sembrato riflettersi».
Ma cosa stai dicendo?
«Per caso» non esiste,
è solo un modo per seppellire le proprie responsabilità
fingendo d’essere disarmati davanti alla vita.
«Per caso» è una frase fatta,
una consolazione disperata,
un’ammissione di impotente sconfitta,
un silenzio che non raggiunge una fine in attesa di perché
che non trovano fiato per esprimere se stessi.
Non è per caso che l’aria
fa dondolare la foglia che si stacca dal ramo,
non è per caso che l’aquilone si scaglia nel cielo
alla ricerca di un’illusoria libertà,
non è per caso che un bimbo reclama a gran voce
il suo primo sorso di vita,
non è per caso che io mi sono specchiato nei tuoi occhi
e non ho avuto paura.

Il Poeta


 

 

 


Inconoscibile e inconosciuto,
di volta in volta, nei secoli, madre o padre,
persecutore o lenitore del dolore,
infinitamente buono o irrimediabilmente
severo, quintessenza di bontà
oppure indifferente persecutore.
Col cuore non sono riuscito a definirti,
con la logica e la ragione non ho potuto descriverti.
Passano i secoli, trascorrono i millenni,
le società e le civiltà sorgono e tramontano
alla fine del loro ciclo,
la polvere si condensa in forme
e le forme si disciolgono in polvere,
ma la mia conoscenza sembra sfiorarti
senza mai raggiungerti,
e tutto quello che la mia scienza può dire di Te
continua ad essere un «non so»
ora sussurrato con dispiacere,
ora gridato con rabbia,
ora imposto con prepotenza,
ma quasi sempre proferito con ben poca umiltà.
Niente mi prova veramente la Tua esistenza,
eppure in me permane da sempre la certezza che Tu,
così inconoscibile e inconosciuto,
esisti veramente.
Perché questa mia fiducia
in un’esistenza mai provata?
Perché mi rivolgo a Te
nei momenti di insopportabile dolore,
anche quando la mia vita sembra essere stata
ben lontana dal manifestare
veramente la fede in Te?
Perché, travolto dalla sofferenza,
arrivo a maledirti negandoti con forza,
dimostrando con la mia maledizione che,
in realtà, nel mio cuore, sono convinto che Tu esista,
perché non avrebbe senso maledire ciò che non esiste!?
Da qualche parte deve esistere una risposta
che spieghi il mantenersi vivo di questo incredibile amore
che continua contro ogni logica,
anche nell’ignoranza dell’oggetto di sì tanto amore.
E così, spesso avvolto nella mia inconsapevolezza,
io ti vado cercando in continuazione errando faticosamente
lungo i tortuosi
sentieri delle mie esistenze,
giustamente mai del tutto soddisfatto delle risposte
che incontro nel mio cammino,
senza posa spinto ancora alla Tua ricerca
proprio dalla mia insoddisfazione
e dall’irragionevole, inesprimibile, inarrestabile sensazione
che fino a quando non ti avrò incontrato
non avrò raggiunto né compreso veramente il vero fine del mio esistere.

Moti


 

 

 


E quando non avrò più bisogno
di rivolgermi al Padre
accetterò in ogni istante della mia vita
la Sua volontà.
Quando la mia volontà,
i miei desideri,
i miei bisogni
collimeranno perfettamente coi Suoi,
solo allora potrò dire
di essere in contatto con la Realtà.

Florian