La sfiducia nella possibilità di cambiare la propria realtà

Dice Maria B. commentando il post I piccoli fatti e il nostro modo di viverliMi rendo conto di vivere una specie di saturazione del fare, con un senso quasi fisico di nausea. La mente s’infrange nei tanti, troppi compiti di cui è spesso artefice. Ciò che resta è solo un grande desiderio di abbandono e leggerezza. Eppure se io arrivo a varcare il mio limite, a tirare troppo la corda, è per sfiducia che la vita provvederà comunque? In altre parole se io sono esausta e non mi concedo al fare, devo sperare che qualcuno preparerà la cena?
Si Maria, “se io arrivo a varcare il mio limite, a tirare troppo la corda, è per sfiducia che la vita provvederà comunque?“, è per sfiducia.

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Dire “no”

d-30x30Dire “no”. Dizionario del

Come mai è così difficile dire «no»; un «no» deciso, convinto, nel rispetto sia degli altri che di noi stessi e ci nascondiamo invece sempre con un «non so», «vedremo», «forse»? Lo facciamo per paura della reazione degli altri o per continuare a nasconderci dietro alle nostre incertezze?
Questa è una domanda da cento milioni, perché in realtà le possibilità potrebbero esserci tutte; dipende chiaramente da persona a persona, da situazione a situazione.
Quello che però c’è – secondo me – sempre, o praticamente sempre, è un altro fattore.
Certo può esserci la paura della reazione dell’altro, può esserci il tentativo di nascondersi, e via dicendo, però nel «no» e nel «sì», rispetto al «non so» vi è sempre e comunque un’assunzione o meno di responsabilità. Pensateci un attimo: il fatto di dire di no o di sì è una cosa che comporta una scelta, indubbiamente, mentre il «non so» dà la possibilità di muoversi in una direzione o nell’altra. Ecco, quindi, che l’Io della persona ha sempre paura, in qualche modo, a pronunciarsi nettamente con un no o con un sì, perché può venire il momento in cui si accorgerà che ha sbagliato o gli altri gli faranno capire o vedere che ha sbagliato e, a quel punto, dovrà assumersi le sue responsabilità.
Apparentemente, sembra che sia più facile dire «sì» che «no», perché dire «sì» solitamente porta a una reazione favorevole da parte dell’altro, che viene accontentato; quindi l’Io della persona è più appagato: «Gli ho detto sì, quell’altro è contento, siamo tutti contenti» e così via; però considerate un attimo una cosa: nel momento in cui è stato detto «sì» e ci si rende conto che questo sì è stato catastrofico la sofferenza è grande, forse si soffre ancora di più che nel momento in cui si è detto «no» e si aveva sbagliato a dirlo. Senza dubbio accondiscendere a qualcosa provoca all’Io molti meno problemi che opporvisi.
Eppure, ci dicono le Guide, spesso per il bene dell’altro sarebbe estremamente importante riuscire a dire «no», portando come esempio il «no» che si dice ai bambini quando cercano di fare o vogliono qualcosa che può loro nuocere.
L’ago della bilancia, come accade per tutto ciò che riguarda le azioni dell’essere incarnato nell’osservare i temi dell’insegnamento etico-morale, non può essere che l’intenzione che sta alle spalle di ogni nostro comportamento.

Dal volume del , Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte seconda, Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior

Il coraggio di creare e la ricerca di senso

Il cammino di liberazione è, ad un certo punto, essenzialmente un processo di de-condizionamento.
Da influenze esterne, sociali, culturali? Interne, derivanti dall’educazione e dalla formazione? Non direi.
Nessuno ci obbliga ad aderire a degli archetipi, se vi aderiamo è perché corrispondono al nostro sentire. Certo, dato un certo sentire, possiamo scegliere se aderire all’archetipo A o B e magari aderiamo ad A perché i nostri colleghi, o i nostri amici vi aderiscono e quindi c’è un condizionamento, ma è marginale.
La realtà è che avendo un sentire di un certo grado, potevamo accedere solo agli archetipi A e B, non anche a C e D.

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L’inaspettato, la tensione, l’osare

Il vivere ha sempre un grado di imprevedibilità, non c’è giorno che non porti scene inaspettate, impreviste, fuori dalla possibilità del nostro controllo.
L’impossibilità di controllo e l’essere in balia del non previsto, sempre generano una tensione interiore di vario grado.
Non sappiamo se saremo in grado di affrontare la situazione e, molto spesso, un senso sottile e profondo di inadeguatezza mai risolto definitivamente, riaffiora.

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Vivere fino in fondo: non costruire sulla sabbia

vivere fino in fondo

Una mente intende per vivere fino in fondo avere motivi di eccitazione.
Un corpo emozionale si ritiene vivo quando è attraversato da continue sollecitazioni sensoriali ed emotive.
Una identità si sente profondamente viva quando la vita le offre opportunità e conferme, gratificazioni, prove edificanti, situazioni anche dure ma comunque interpretate come necessarie ed evolutive.
In altri termini, l’identità avverte che la vita la costituisce e le conferisce senso quando c’è identificazione con ciò che accade.
Senza identificazione, l’identità si sente morire e la vita diviene vuota ed inconsistente.

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I limiti della morale e la necessità di sperimentare della coscienza

Gruppo di approfondimento del Sentiero contemplativo, sabato 9 novembre, ore 15,45-18,30.
Il tema:
La piena manifestazione di sé e il pieno dimenticarsi per lasciare spazio a qualcosa di più vasto.
Osare esistere ed essere.
I limiti posti dalla morale e le necessità della coscienza di sperimentare.

Immagine tratta da www.ilpost.it, Keith Haring.