Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’esperienza della via spirituale nell’Eremo dal silenzio

Un aggiornamento, gennaio 2017

L’eremo non è tanto e non solo un luogo fisico, è innanzitutto uno stato del sentire e una profonda esperienza esistenziale.
Una esperienza che oscilla tra il tempo e il non tempo: nella sfera del divenire – in cui l’eremo si colloca – ogni fatto è assorbito dall’essere, come la luce assorbe le ombre, come il caldo evapora la goccia.
Il corpo dell’esperienza dell’eremita è come la pietra del fiume che nei millenni si lascia invadere, scaraventare, rotolare, accarezzare e placare dalla corrente ora agitata, ora pigra e indolente.
Pietra di fiume è un eremo e l’esperienza che in esso avviene: ha bisogno di tempo, spazio e silenzio non condizionati, non mediabili più di tanto, non contrattabili.
La pietra e il fiume sono radicali nella loro relazione e non c’è posto per l’ignoranza del presente: vivida è l’intelligenza del reale, completa la permeabilità ad esso.
L’eremo ha un suo respiro, le sue stagioni sono dilatate, il suo tempo è irreale e straniante, la sua vita irriducibile ad ogni schema di consumo, ad ogni funzionalità e scopo preordinati.
Il dorso della pietra si riveste di alghe, quando l’acqua scorre pigra nei lunghi periodi di apparente stasi; in altre stagioni, la corrente e i detriti lo rendono specchiante, vivida presenza che tutto osserva scorrere: il fiume e la pietra hanno bisogno di un tempo sospeso, di un non tempo, lasciano che i processi avvengano e ciò che deve venire, viene, e ciò che deve andare, va, e non si preoccupano di quel che resta.
Nella relazione pietra/eremita – fiume/vita, la prima si lascia attraversare dalla seconda senza opporre resistenza e quando un attrito sorge, allora il ritmo dell’osservare, dell’ascoltare, dello stare apre senza fine al defluire dell’acqua affinché scorrendo e rendendo palese l’attrito, lo superi.
L’eremita osserva l’attrito e il flusso dell’acqua, lo stemperarsi e lo scomparire dell’opposizione e il ritorno all’essere naturale delle cose.
L’osservare, l’ascoltare, lo stare è tutto ciò che viene attuato: associato allo scorrere del fiume è sufficiente e ogni aspetto del presente torna ad armonizzarsi.
La vita nell’eremo è questa sottile disposizione che come un manto trasparente  e lieve copre il tempo e il divenire: tutto viene, tutto impatta nella profondità e nella delicatezza dell’intimo, tutto fluisce lasciando dietro sé solo ordine ed equilibrio.


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  1. Mi ritrovo nell’esperienza e nei ritmi descritti.

  2. Sin da bambino amavo molto lo stare, l’osservare. L’allergia alle graminacee e alle paretarie già da bambino mi ci costringeva pure, a stare alla finestra ad osservare gli amici giocare, in quei casi con una buona dose di dispiacere. Ora un eccesso di sollecitazioni mi allontana da quella che forse è una mia inclinazione naturale. Grazie al sentiero posso conoscere, fare esperienza consapevole e pian piano comprendere.

  3. Una banalità. Lo so che è scontato, ma colgo la distanza che separa le tue parole dalla mente, con la quale non possono avere nulla a che fare se non nell’azione di verbalizzazione di quanto sorge altrove. Questo è evidente.

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