Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’esperienza unitaria che sorge da divenire ed essere

Se ciò che accade è qualcosa che viene per me e, simultaneamente, un fatto che accade e basta e che non mi riguarda in quanto soggetto e artefice, come minimo esco frastornato da questa antinomia.
Come tenere assieme questi opposti? La mente dice che una scelta sarebbe opportuna: delle due, una può essere l’opzione coltivata.
E invece la mente non vede, come quasi sempre le accade, l’evidente: il divenire che si palesa è l’espressione dell’essere che ne è l’origine e dunque, nel mentre vivo i fatti che parlano a me come soggetto e artefice, posso cogliere la natura più intima di quei fatti e scoprire che essi sorgono dall’essere senza tempo e senza scopo e quello sono e testimoniano.
Tutto ciò che a me appare come mio e rivolto a me, in effetti non è altro che realtà neutrale, fatto che accade e che non è né mio, né tuo, appartiene all’essere della realtà che diviene mio solo nel momento in cui me lo attribuisco.
Simultaneamente posso cogliere la lezione di quel fatto che parla ad un certo mio livello di conoscenza, di comprensione e di sentire, e decodificare nel sentire l’altro livello di realtà che, attraverso quel fatto, dichiara semplicemente d’essere.
Dal mondo dell’identificazione e della centralità di sé, passiamo al mondo della libertà da sé, dell’affrancamento dal proprio limite, dal bisogno, dal desiderio, dalla necessità di dichiararsi come protagonisti di una qualche scena.
E’ una realtà completamente nuova perché non tratta del semplice cammino identitario, né della semplice liberazione da sé: tratta invece del procedere nel cammino della propria umanità conoscendola e vivendola e, nel contempo, di avere una apertura nel compreso tale da abbracciare l’immenso che è oltre la nostra limitata percezione.
Quella che l’umano ha sempre creduto essere la realtà, ora si svela come essere la sua realtà e altro che non conosce bussa alla porta e gli chiede di tenere assieme il suo e l’irriducibilmente altro.
Troppo elementare abbandonare la visione limitata per stare solo nell’irriducibile, e viceversa, non per questo che siamo incarnati e viviamo la rappresentazione personale del nostro film: molto più complesso tenere assieme il limite e il non limite, il divenire e l’essere, lo scopo e l’assenza di scopo.
Alcuni possono scegliere, altri no e possono solo veder fiorire nel loro intimo questi nuovi occhi che vedono simultaneamente il divenire e l’essere.
Se la realtà ha due volti e può essere vista nell’aspetto del divenire come in quello dell’essere, allora la meraviglia che coglie alcuni di noi è quella di poter vedere entrambi i volti simultaneamente, sapendoli entrambi reali: nell’ottica del divenire, tutto diviene e parla di me; nell’ottica dell’essere, tutto è e non esiste alcun soggetto.
Questi occhi nuovi – che vedono una realtà da sempre esistente ma che ora ci appare come nuova –  permettono di unificare la frattura profonda che condiziona ogni umano: la separazione tra il basso e l’alto, tra l’umano e il divino, tra il limite e la perfezione trova ora una sintesi, si ricompone nella percezione simultanea ed unitaria dei due livelli di realtà.
Unitaria, questa è la chiave: come gli occhi essendo due permetto una percezione unitaria del visibile, così la comprensione matura conduce a sintesi gli opposti e di due apparenti e alternativi mondi mostra la mirabile sintesi.
Concludendo: ciò che viviamo non ha mai un solo volto, è composto da un livello che colpisce i sensi e la percezione e da un altro livello che impressiona il sentire.
La realtà unitaria si mostra nella sua dualità, sempre narra, attraverso un fatto o una sequenza di fatti, di un simbolo e di un essere, di qualcosa che ci chiama e ci induce, e di qualcos’altro che ci consegna ad una immobilità interiore, ad uno stare e ad un essere.


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  1. Non posso altro che allinearmi con quanto scritto nei commenti dagli altri 4 “operai” dell’officina. Con pazienza e fiducio anche io mi incammino…

  2. Nel momento in cui ho cominciato a dare spazio a ciò che credo sia l’essere, non perché lo abbia compreso, ma semplicemente perché ho dovuto arrendermi alla pretesa di gestire la vita, molto del dolore si è placato, la fatica di vivere è diventata esperienza quotidiana, con tutto ciò che porta. Sempre meno intralciato dal giudizio, dall’aspettativa e dalla pretesa.

  3. Percepisco, o meglio, intravedo l’enorme novità di questa visione simultanea. La capisco ma non la comprendo, ancora non è comprensione esperita. Con pazienza mi incammino.

  4. Già conoscere la propria umanità e viverla non è facile; avere poi una “apertura nel compreso” tale da abbracciare l’immenso che va oltre la nostra percezione….mi viene da dire: “riuscirò a farcela?
    Mi rassicura la tua conclusione: “ciò che vivo colpisce i sensi e la percezione e in contemporanea impressiona il sentire”……con molta calma e fuducia posso farcela.

  5. Rumino queste parole che a tratti mi par di comprendere e a tratti ancora in parte mi sfuggono nella loro piena portata

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