Amare non è possedere

Amare non è possedere: l’affermazione, in sé, sembra scontata, tutti crediamo di averla compresa.
Diceva l’altro giorno una ragazza: “Nella crisi che ho con il mio partner, in una pausa che ci siamo concessi per decantare i problemi, ho avuto una storia flash con un uomo, solo sesso. Ora il mio partner mi rimprovera la cosa, ma non sa che l’amore che ho per lui è dedizione, costanza, presenza senza condizione e il sesso con quell’uomo non conta niente”.
Se tutti abbiamo compreso che l’amore non è possesso, perché ci fa così male quando ci troviamo in una situazione come quella descritta da questa ragazza?

continua..

Vero e necessario l’amore che vivono le persone?

Vero e necessario l’amore che vivono le persone?, chiede Samuele nel commento al post Oltre il vedere, la realtà sentita.
Necessario ai loro cammini esistenziali, senz’altro; vero direi che lo è con molte riserve.
Se per vero intendiamo qualcosa che esiste al di là dei bisogni, dei desideri e degli istinti, direi che l’amore di quella natura è sperimentato, nelle coppie e fuori di esse,  da ben pochi umani.
Provate a togliere da ciò che vi lega al vostro partner, il senso di appartenenza, l’appartenervi e possedervi reciprocamente.
Provate a togliere il desiderio e il sesso.

continua..

amore

La natura dell’amore

Vito Mancuso parla di amore come fenomeno che si sviluppa nella dipendenza, nel possesso, nella esclusività.
Alla fine del post trovate i brani salienti evidenziati e nel link l’intera intervista a Franco Calabrò in pdf.
Vito, nel parlare dell’amore, parla di ciò che noi chiamiamo affetto e che è, per sua natura, condizionato dai bisogni delle identità che condividono l’esperienza.
Se fosse solo questo, sarebbe una questione di termini e di niente altro. Ma Vito dice che è nella logica cosmica dell’amore essere l’agente che lega, che crea dipendenza e possesso.
Qui fa una notevole confusione e temo non abbia visto bene: l’amore attiva il processo dell’incontrarsi, dell’aggregarsi e attraverso quel processo conduce al superamento di ogni dipendenza e di ogni possesso.
L’amore è processo creativo innescato da una forza unitaria, non duale: quella forza, quando impatta con l’umano, diviene processo che da un punto conduce ad un altro punto, essendo tutto nell’umano soggetto al divenire e al tempo.
L’amore conduce due persone ad incontrarsi, ad innamorarsi, a vivere la stagione della maturità affettiva condizionata ancora dal bisogno uno dell’altro, da un certo tasso di dipendenza, da una possessività di vario grado: tutto questo è mosso da quella forza chiamata amore, ma non la esprime; certo, forse, per sommi tratti, la prefigura.
Siamo ancora lontani dall’amore perché ancora alto è il condizionamento che le identità introducono.
Molti di noi arrivano a miglior vita che mai hanno, se non per lampi e frammenti, vissuto l’esperienza dell’amore.
L’amore nulla ha a che fare con la dipendenza.
L’amore nulla ha a che fare con il possesso.
L’amore nulla a che fare con l’esclusività.
Quando la persona sperimenta l’amore non può dire: “Io amo!” perché l’amore non ha un soggetto, né un oggetto.
L’amore è un’esperienza che nella gratuità sorge e diviene sperimentabile, e nella gratuità tramonta e ci lascia dentro ai nostri piccoli attaccamenti.
L’amore è la forza che ci conduce ad incontrarci, ad intrigarci, a collaborare, a condividere e, mentre viviamo questi processi, ci rende liberi dalla dipendenza, dal possesso, da noi stessi.
Man mano che l’amore si innerva in noi, trasforma l’intero ambito del nostro vivere, delle nostre relazioni, del nostro essere.
Alla fine, quando la sua azione è giunta a maturità, l’amante e l’amato sono scomparsi come soggetti che possono affermare: “Io ci sono, io amo”.
L’esperienza dell’amore è, allora, universale e copre tutti gli esseri e tutte le creature.
La coppia non esiste più in quanto tale e i due, se hanno proceduto nella comprensione assieme, sono testimoni dell’amore senza nome che accade.


Intervista a Vito Mancuso di Paolo Calabrò
[…] Questo a significare che, quando parliamo dell’amore, parliamo certamente di un sentimento – è chiaro che la prima manifestazione dell’amore sia il sentimento, all’interno del mondo degli umani – ma questo sentimento a sua volta rimanda a quella logica di cui ho parlato finora: cioè quella logica cosmica che porta gli enti ad aggregarsi ad altri enti, quelli piccolissimi come quelli grandissimi.

Se si tratta di una cosa così innata e intrinseca a tutto ciò che esiste: perché è così difficile vivere liberamente e serenamente l’amore? Perché l’uomo rimane invischiato nelle tante autocensure e regolette morali tipiche della nostra cultura? Soprattutto: si può venirne fuori? È infine possibile vivere l’amore come libertà?

Comincerei col chiarire che è colpa della cultura soltanto in parte: è vero che sono tante le istanze culturali che tendono a trasformare il “fiore” dell’amore, sbocciato spontaneamente nel campo, in fiore di serra, e poi in pianta d’appartamento (​ride);​in una parola, a irregimentarlo. Però qui occorre chiedersi: com’è che queste regole sopravvivono al passare dei secoli, delle organizzazioni collettive e delle morali? Una parte va certamente addebitata alla società, che non è perfetta. Ma a mio avviso tutto nasce ancor più a monte, da quel sentimento delicatissimo e peculiare che è l’amore e che non è indipendenza. Se lo si guarda più da vicino si scopre che il senso del precetto, della legge, della convenzione, non nasce semplicemente dall’imposizione eteronoma di una società cattiva: esso sorge piuttosto dalla dimensione più viva che è alla radice del fenomeno dell’amore, che è un fenomeno di dipendenza: si vuole che l’altro – o l’altra – dipenda da noi. E il legame (o il legaccio, se vogliamo evidenziarne l’aspetto negativo) è già insito in esso: ciò spiega come mai gli esseri umani, ancora oggi, si leghino tra di loro. In passato c’era il clan che assegnava a ciascuno il marito o la moglie, e c’era tutta una struttura sociale che in maniera pervasiva legava il singolo dalla nascita alla morte: non c’era spontaneità nell’amore, i matrimoni erano programmati eccetera eccetera. Ma oggi non è più così, almeno in Occidente: e tuttavia gli esseri umani sentono ancora il bisogno di legarsi. Perché dunque è così difficile ritrovare quella spontaneità originaria, oggi, dove la libertà individuale lo permetterebbe? Perché si tratta di un equilibrio delicato, perché se c’è l​’amore -​vorrei precisare che non sto parlando d​egli amori (che è tutto un altro campo, anch’esso a suo modo interessante per l’esplorazione intellettuale), dell’avventura, quella di cui canta Battisti, dove meno legacci ci sono, meglio è – insomma, se c’è l’amore, cioè quel sentimento assoluto che provoca un’attrazione irresistibile, allora c’è, per così dire a​automaticamente anche il desiderio del possesso, dell’esclusività. Quando questa cosa viene meno, si può probabilmente dire che anche l’amore, nel senso più pieno, sia venuto meno (del resto non c’è da sorprendersi: l’amore è energia, è qualcosa che va e che viene), o che forse sia entrato in una nuova fase del suo sviluppo. […]


separazione

La separazione: il processo nostro, le responsabilità dell’altro

Ogni volta che i cammini delle persone si separano, sempre si ripete un copione che ricalca schemi logori; sempre, o quasi, la nostra attenzione è principalmente rivolta alle responsabilità dell’altro e, solo in seconda battuta, alle nostre.
L’altro con cui abbiamo camminato assieme diviene colui, o colei, che non è stato attento, non ha provveduto, ha prevaricato, ha eroso le basi dello stare assieme.
Nella fase della separazione dimentichiamo facilmente che con l’altro avevamo aperto un’officina esistenziale e che in quella noi facevamo il nostro lavoro, l’altro il suo.
A noi competeva interrogarci e lavorare sulle nostre reazioni, sulle nostre paure, sulle nostre resistenze, sui nostri limiti; all’altro spettava interrogarsi su ciò che la nostra presenza, il nostro modo di essere, il nostro limite suscitava in lui/lei.
Quando i due aprono l’officina comune di una relazione (sentimentale, amicale, comunitaria non importa) riconoscono che ci sono le condizioni per svolgere del lavoro assieme, che ci sono basi comuni, condivise, potenzialmente produttive.
Se non ci sono le condizioni di base non si apre l’officina ma, se questa viene aperta, allora ciò che spetta ai due, nel tempo, è qualcosa di molto articolato e complesso: la capacità di vedersi consapevolmente nelle mille piccole, o grandi, reazioni e dinamiche indotte dalla presenza dell’altro nella propria vita.
Senza sosta l’altro mette a nudo il nostro limite, il nostro giudizio, la nostra aspettativa.
Come lo fa? Semplicemente mostrando se stesso, nei limiti e nelle possibilità che lo caratterizzano come altro da noi.
Quando i due si separano, che senso ha dire: “Perché tu sei così!”, “Perché hai detto e fatto quello!”
Non è mille volte più importante riflettere sul perché non ha funzionato? Sul perché ad un certo punto abbiamo perso di vista il cammino comune e abbiamo cominciato a dare importanza ai dettagli, alle piccole ferite egoiche, al limite dell’altro che si mostrava a noi e non al limite nostro che si mostrava all’altro?
Non possiamo dunque dire niente all’altro, non possiamo imputargli responsabilità, non possiamo aiutarlo a capire anche le sue responsabilità?
Si, possiamo farlo, ma solo dopo aver esposto a noi stessi e all’altro le nostre responsabilità e la comprensione che abbiamo realizzato delle esperienze comuni: solo allora possiamo dire che, forse, quella modalità dell’altro non ci ha aiutati, che quell’attitudine in certi momenti ci ha appesantiti. Possiamo dire limitandoci agli aspetti esistenziali e generali, senza mai puntare il dito: perché?
Per una ragiona banale: ciò che abbiamo vissuto dell’altro non è ciò che l’altro è, ma ciò che è stato necessario che apparisse a noi affinché apprendessimo il necessario per i nostri processi interiori.
L’altro che abbiamo vissuto era il collaboratore efficace interno ai nostri processi: la questione centrale, e reale, è costituita dalle possibilità di apprendimento che ha portato, non dal perché o dal come l’ha portata: il perché e il come erano i mezzi più funzionali al raggiungimento della comprensione a noi necessaria.
La scena è nostra, sul palcoscenico accadono le rappresentazioni importanti per noi: la realtà non è oggettiva, ma squisitamente soggettiva.
Ciascuno dei due attori vive il proprio film personale funzionale agli apprendimenti che gli sono necessari. Là dove uno è l’attore principale, l’altro è la comparsa e viceversa.
Che cosa farà l’altro? Ci riguarda? Si interrogherà, comprenderà? Cambierà? Siete sicuri che ci riguarda, che dobbiamo occuparcene? O non è questione sua, perché sua è la vita e solo al suo sentire risponde?
Concludo.
Ci sono officine, a parer di chi scrive, che non possono essere che chiuse perché troppo faticose.
Ce ne sono altre che è semplicemente sbagliato chiuderle perché non hanno ancora esaurito il loro potenziale creativo.
Ce ne sono altre ancora che è ineluttabile chiudere, perché non abbiamo il coraggio di affrontare ciò che svelano di noi.
Infine, le ultime officine che non possono non essere chiuse, sono quelle che non avevano i presupposti per essere aperte: uno dei due, o tutti e due, non avevano ben guardato in se stessi quando avevano detto si: questo non toglie che non abbiano comunque imparato il necessario.

Quando in una coppia muore l’amore fino ad allora conosciuto

Quanti abbandoni del conosciuto e dello sperimentato, quante crisi dei riferimenti consolidati debbono sperimentare i partner in una coppia?
Quante volte il loro rapporto deve cambiare profondamente natura? Tante.
Prima o poi l’innamoramento lascia il passo all’affetto e questo, nel tempo, è così appannato dalla routine che sembra che i due non abbiano più legame.
Erano carichi di bisogni e sembrava che l’altro fosse colui, o colei, che poteva rispondere, poteva appagarli; sapeva comunque gettare uno sguardo, darti del tempo, esserci.
Negli anni l’hai perso/a di vista: ti dorme accanto, ci parli, avete forse anche dei figli insieme; uscite la mattina, tornate la sera ma la routine via ha piallato il cuore.
Non c’è più niente, dite.
I bisogni rimangono e l’altro non risponde, non li copre con la sua mano, con la sua presenza.
Dite anche un’altra cosa: siamo al capolinea.
Tutti i rapporti arrivano al capolinea perché tutti i rapporti mettono a nudo i nostri bisogni, il nostro esserci o non esserci, la nostra capacità di relazione e di donazione; la conoscenza di noi, dell’altro, i rifiuti, le paure: i rapporti sani arrivano al capolinea, ad un punto morto, allo svuotamento.
Le favole che la mente narra sull’amore possono condurre all’innamoramento senza fine: esperienza che alcuni conoscono; piccoli, grandi accecamenti autoindotti, quasi sempre.
I rapporti sani conoscono il deserto; le persone sane conoscono il deserto; le società sane conoscono il deserto.
Il deserto e l’assenza, la perdita del conosciuto e del rassicurante, il tempo della decantazione, dello stare, della sedimentazione.
I due, nella coppia, sedimentano: come nel silenzio, come nel sonno, come nella morte.
La sedimentazione dei vissuti, delle esperienze conduce alla consapevolezza e poi alla comprensione.
L’umano deve perdere per trovare; deve passare per il deserto per comprendere il valore dell’acqua, dell’ombra, delle risa dei bambini.
Quando a noi sembra che tutto sia finito, in quel momento il nostro problema non è chiudere l’esperienza, è indagare sui nostri bisogni e su quelli dell’altro, sul nostro esserci, sul nostro fuggire, sulla nostra dedizione, sulla nostra latitanza: in quel momento si apre a noi la possibilità di vederci, conoscerci, divenire consapevoli, comprendere.
A partire da questo movimento interno che ciascuno dei due vive, o che almeno uno dei due vive, si può riprendere il cammino comune: la stagione dell’innamoramento è lontana; quella dell’affetto routinario superata, che cosa ci attende allora?
La capacità, possibilità di imparare finalmente ad amare.

Di questo parleremo il 26-28 settembre durante l’intensivo del Sentiero contemplativo al monastero camaldolese di Fonte Avellana (PU)

Immagine da http://donna.nanopress.it/?p=323749


La coppia, post scriptum: cadute e opportunismi

Gli ultimi 12 giorni ho scritto un post al giorno sul tema della coppia: tre di questi post sono dedicati al tema della fedeltà. Può sembrare al lettore che io relativizzi la questione e nella sostanza affermi: “Dal momento che siamo limitati e in continuo apprendimento, se ci permettiamo di venire meno al patto di fedeltà non è un grave problema!”
Non dico questo ma qualcosa di molto diverso: i due procedono assieme e tra loro stabiliscono delle condizioni di base, una piattaforma di onestà cui fanno riferimento e a cui, anche quando possono cadere, fanno ritorno”.
L’espressione “anche quando possono cadere” non significa che si autorizzano a cadere, significa che conoscono sufficientemente la natura umana e sanno che gli assoluti non si confanno ad essa.
Non essere prigionieri della morale, che in sé tende a stabilire un assoluto, non significa autorizzarsi a tutti gli opportunismi, a quello che ci fa comodo nella ricerca delle molte gratificazioni, dimenticando il patto di onestà con l’altro.
Naturalmente dipende qual è questo patto e cosa prevede: i due possono anche avere contemplato il pascolo su diversi prati e, se questo è l’accordo, chi può dire qualcosa?
Se, invece i due si sono promessi coerenza e vicinanza mantenendo stretti i paletti del cammino comune, allora a quella condizione di base si sforzeranno di tornare e di rimanere coerenti.

L’immagine è tratta da: http://shotei.com/publishers/hasegawa/swordandblossom3/sb3.htm


La coppia 12: prendersi cura. L’esperienza dell’amore

Il cammino comune dei due giunge, può giungere, ad una maturità: liberato da tutto ciò che le menti dei protagonisti hanno aggiunto sulla natura di esso, su sé, sull’altro può finalmente emergere il tessuto di comprensioni cui il rapporto ha dato luogo.
Quando è divenuto ai due evidente che la loro unione è un processo, ed un fatto, esistenziale, questa consapevolezza che è maturata attraverso le esperienze mostra ora i propri frutti: l’accoglienza, l’accettazione, il non giudizio, la compassione.
Nomi diversi dell’amore.
Diviene chiaro ora, e solo ora, che quello che i due chiamavano amore, era solo innamoramento; quello che chiamavano amore era solo affetto; quello che chiamavano amore era solo sesso.
Ora i due comprendono che c’è qualcosa di molto più vasto che è fiorito in loro e che contiene innamoramento, affetto e sesso e, nel contempo, non sa che farsene di questi perchè, contenendoli, li supera ed è altro da essi.
Come una persona è più del suo corpo, delle sue emozioni e del suo pensiero, così l’amore è più, e radicalmente diverso, da innamoramento, affetto e sesso.
Ora ai due appare chiaro che tutto ciò che avevano in precedenza sperimentato era condizionato dai loro bisogni e dalla necessità di essere confermati come individui e come esistenti.
L’amore non si cura di esistere, è la natura di tutte le cose.
L’amore non è provato da un soggetto: è la natura della realtà che attraversa un soggetto. Non si può affermare: “Io amo”, è un’espressione che contraddice la natura dell’amore. Si può affermare: “C’è amore”.
L’amore non solo non ha un soggetto, ma non ha nemmeno un oggetto; non si può affermare: “Ti amo”, si può invece affermare: “C’è amore”.
L’amore non è un sentimento, non un’emozione, non un pensiero: tutto questo non centra niente con la natura reale dell’amore, semplicemente lo rappresenta, e non sempre, non comunque.
L’amore è uno stato di coscienza, una condizione dell’essere, una comprensione operante.
Certo, nel suo essere esperienza si veste di pensiero e di emozione ma la sua natura non è quella, non bisogna scambiare la forma per la sostanza, la forma è l’abito della sostanza, della comprensione.
L’amore non è rivolto a qualcuno e non è di qualcuno: là dove c’è amore, non c’è possesso.
L’amore conduce alla scomparsa dell’amante e dell’amato e lascia che affiori soltanto l’esserci unitario della realtà.
L’amore, nell’umano, diviene compassione: pieno inchinarsi di fronte alla natura delle persone e dei fatti; piena accoglienza, piena comprensione; piena vicinanza.
Infine, l’amore diviene esperienza così semplice e feriale da divenire non riconoscibile: diviene il semplice “prendersi cura”, piccoli gesti che nulla di eclatante hanno, che nulla chiedono, che nulla si attendono.
L’amore diviene semplice servire.

Immagine tratta da: http://goo.gl/crhrBJ


La coppia 11: la fedeltà esistenziale

Come abbiamo più volte detto, la coppia è un’officina esistenziale: i due lavorano il non compreso in sé grazie alla presenza dell’altro e allo svelamento che questo produce senza sosta.
La fedeltà esistenziale è il fattore che tiene aperta l’officina: qualunque sia il limite dei due, oltre le proprie cadute e i propri ragli l’officina rimane aperta finchè essi riconoscono il processo esistenziale che li lega.
I rapporti di lunga data sono tenuti assieme da questo, non certamente dal mutuo, dal sesso e non soltanto dall’affetto: quest’ultimo, se non è il frutto dell’attaccamento e della mancanza di autonomia, è l’aspetto visibile del legame esistenziale.
Qualsiasi siano le dinamiche della fedeltà esistenziale e di quella affettiva e sessuale, i due tornano a casa, magari affaticati, magari appesantiti ma tornano a casa, reiterano l’impegno, rinnovano l’officina comune; quando non ci sono più le condizioni per tenerla aperta, e molto spesso è l’identità a stabilire che le condizioni sono venute meno, non la coscienza, allora i due si lasciano e l’officina viene chiusa, il legame esistenziale transitoriamente sospeso.
Il processo interiore dei due, il lavoro sul non compreso, continuerà con altri partners o nella solitudine.
Il rapporto di coppia è un rapporto esistenziale.
Il rapporto con i genitori e i figli è un rapporto esistenziale.
Il rapporto parallelo con un terzo/a è un rapporto esistenziale.
Tutto ciò che un uomo e una donna vivono ha valenza esistenziale perchè tutto trasforma il sentire, tutto ci rende persone diverse, tutto ci aiuta a comprendere.
Il tradire e l’essere traditi ci trasforma, come il conflitto e la quiete, la sincerità e la bugia.
Il vendere il nostro corpo e il comprare il corpo di un’altro/a ci trasforma; l’ipocrisia e l’ignoranza ci trasformano.
Non c’è scampo: là dove la mente vede solo letame noi vediamo possibilità. Solo i bambini dell’interiore possono vivere nell’illusione del giusto e dello sbagliato, la realtà delle persone non è in bianco e nero, estrema è la creatività e la molteplicità delle vie che il sentire genera per comprendere ciò che gli è necessario.
Se i due, nella coppia, hanno compreso la natura esistenziale e trasformativa del loro stare assieme, molto potranno integrare, accogliere, perdonare.
Vi prego di riflettere sull’esperienza e sulla natura del perdonare: questo termine, violato ed abusato, ha un valore molto alto perchè esprime l’esperienza della comprensione avvenuta, la fine di un processo doloroso che non conduce al fiele o all’annichilimento, ma all’inchino al cammino dell’altro.
Concludendo questa serie di tre post sulla fedeltà sono consapevole che le menti di alcuni lettori piegheranno le mie parole ai loro bisogni di comodo alla ricerca di giustificazioni per il proprio operato: ciascuno faccia come crede e si narri la realtà come vuole ma, se può, provi a non nascondersi a se stesso e al processo esistenziale che lo attende.

Foto di Robert Doisneau tratta da: http://www.fotonotiziario.eu/index.php/robert-doisneau/