Riflessioni sulla vita contemplativa [2]

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Nei momenti più bui del non senso
mi dico: non conta dove quella parola cade,
conta che sia potuta divenire tale.

Dall’indifferenziato Essere
prende forma il possibile a ciascuno:
siamo come piccoli stampi
riempiti di granelli di sabbia.

Da chi questo stampo d’Essere
sia percepito, capito e compreso
non deve riguardarci:
L’Essere che prende forma,
è come l’albero che genera
moltitudini di semi
e non si cura dove cadono. 23.3.20


Se poni una domanda ad una persona, e questa ti risponde scrivendoti alcune centinaia di parole, quel testo è una miniera di simboli: per il contenuto, la forma, il non detto.
La decodifica di quei simboli è assimilabile all’interpretazione degli ideogrammi: questi non hanno mai un significato univoco, ma evocano mondi, ambiti, concetti, simboli appunto.
La costruzione della frase, la sintassi, parla della persona e del suo mondo interiore; l’uso dei sostantivi, dei verbi, degli aggettivi la svela e la rivela; la punteggiatura, i ritorni a capo, le spaziature tra paragrafo e paragrafo parlano di ritmi, di tempi o di non tempi concessi a sé e agli altri.
Il testo nel suo complesso può costituire un gesto di apertura o di chiusura; può essere il tentativo di mostrare aspetti di sé o di celarli, rimuoverli, occultarli.
Chi ha posto quella domanda, e deve accogliere la risposta che gli viene, ha un compito ingrato, se è un insegnante nella via spirituale: deve aiutare a svelare la trama occulta di ciò che viene detto, dove c’è comprensione e dove non c’è, dove c’è fuga e rimozione, dove c’è superficialità e incapacità di vedere.
L’insegnante, insomma, tratteggia una prima, sommaria e provocatoria lettura simbolica degli ideogrammi, e la specchia all’allievo il quale ha il compito di elaborarla.
Questa relazione, fondata sullo svelamento, è quanto mai energivora per tutti i protagonisti, e questo a prescindere che sia una relazione in presenza o attraverso uno scritto: è più facile quella in presenza perché meno focalizzata sull’ambito concettuale.
Rifletto su questo perché cerco di comprendere la complessità senza fine della relazione con l’altro, e la fatica che essa comporta, fatica che diviene peso rilevante quando non si ha una motivazione sufficiente a sostenerla.

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