Divenire ed essere, operare e contemplare

[…] la vastità è pervasività del già preformato. Ed è proprio con questa visione della realtà che si scontra l’uomo che percorre quella via cosiddetta evolutiva (la via del migliorarsi e trasformarsi, ndr), perché non è abituato a mettere in discussione la sua voglia ed il suo sforzo tesi verso la costruzione di un obiettivo di crescita comune, di aiuto all’altro e di miglioramento di ciò che lo circonda, che però parlano principalmente di lui in un mondo “per lui”.
E quando sente questo suo assunto venir messo in crisi da una visione dell’esistenza in cui ciascun essere è inserito in una rete di incontri che è solo da riconoscere, quell’uomo ha difficoltà a decostruire ciò che ha edificato sulla vita e perciò a togliere via quei veli – i suoi concetti – che nascondono che tutto è già. (1)

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Agire nel non agire: la profondità del presente

[…] Vivere è essere in relazione con ciò che vi circonda, scoprendone una profondità che va al di là della superficie su cui ancora vi attestate.
È un mondo che esiste, ma che voi potete intravedere soltanto attraverso fugaci flash che vi fanno intuire che c’è altro che non è possibile trattenere, e far proprio, perché è irriducibile ad ogni pretesa.
Lo stato interiore di cui parla la via della Conoscenza porta l’uomo a permanere in una immobilità interiore, pur continuando a vivere i suoi tre elementi costitutivi, che sono pensiero, emozione e capacità di azione. In colui che vive questo stato interiore il punto d’osservazione rimane fisso, mentre voi umani siete continuamente sballottati dal modo con cui la vostra mente reagisce ad ogni sollecitazione della vita.

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Tutto perde importanza

Da dove deriva l’importanza che diamo ai fatti, agli stati, ai processi?
Da due fattori almeno:
– dalla spinta della coscienza ad imparare;
– dall’identità che ne trae sostanza d’esistere.
Viene una stagione in cui entrambe queste spinte si attenuano fino a scomparire.
Nella persona si afferma uno stato fondato sul non agire, sullo stare: uno stato contemplativo.

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Agire per comprendere

d-30x30Agire. Dizionario del Cerchio Ifior

Le Guide non si stancano mai di ripeterci che «agire» è importante per alimentare le nostre possibilità di comprensione: immergersi nell’esperienza diretta, infatti, permette all’individuo incarnato di vivere quello che l’esistenza gli presenta con tutti gli strumenti che ha a disposizione, ovvero i corpi transitori (fisico, astrale e mentale) che gli permettono di agire, emozionarsi e ragionare, permettendo agli elementi che gli servono di giungere al corpo akasico completi nella loro complessità di interazioni.
Certamente, dicono inoltre, anche il non-agire risulta non essere inutile e, alla fin fine, porta elementi di comprensione alla coscienza, ma sarebbe come accontentarsi di guardare una tavola imbandita in un programma televisivo quando si ha accanto una vera tavola imbandita colma di ogni ben di Dio!
Le Guide ci hanno esortato sempre, dunque, a interagire con la vita che viviamo durante l’incarnazione, a cercare di non subirla soltanto in maniera passiva, ma di mettere in atto il più possibile quel complesso di azioni e reazioni che permette alla coscienza di arrivare a comprendere quello di cui ha bisogno e di aiutarci ad effettuare, nel contempo, i miglioramenti che sarebbe necessario effettuare nella conduzione della nostra vita, col risultato di riuscire più facilmente ad allontanare o a rendere più sopportabile la sofferenza che spesso ci sembra pesante come un macigno sulla nostra esistenza.

Messaggio esemplificativo

La vita che vivete vi presenta in continuazione qualcosa da affrontare, riuscendo, molte volte, a prendervi impreparati e di sorpresa; cosicché, volenti o nolenti, siate costretti a lavorare su voi stessi e sulle vostre azioni in modo tale da interagire con la realtà di quanto vi accade e capire, quindi, qualcosa di più di voi stessi, avvicinandovi alla vostra realtà interiore. Questa è la bellezza e la necessità della vita; questo è il perché voi vivete; tuttavia non sempre è facile, osservando gli accadimenti dal vostro punto di vista, trovarsi impreparati di fronte a ciò che accade ed ecco, così, che molto spesso voi tendete a cercare di evitare i problemi, le situazioni difficili, le controversie, dicendo – forse più a voi stessi che agli altri – «Non ci posso fare niente», o «Non so cosa fare». Moti

In poche parole, creature, non fate altro che scaricare le responsabilità. Pensateci un attimo: «Non ci posso fare niente»… Lasciamo da parte l’Insegnamento, che – negli anni – ha giustificato il fatto che, in realtà, in qualsiasi situazione che si presenta voi «potete» sempre e comunque fare qualcosa; perché, se così non fosse, la situazione non vi si presenterebbe neppure! Vero, creature? L’Insegnamento ha cercato negli anni di insegnarvi questo. Ma, per chi non sapesse l’Insegnamento, io dico: «Creatura, osserva un attimo una situazione con sincerità, con attenzione: tu ti trovi davanti a una situazione che ti fa in qualche modo star male e pensi di non poterci fare niente; allora, cosa hai intenzione di fare? Di diventare la vittima della situazione? Lo so che questo può anche essere appagante, perché magari ti attira le simpatie di qualcuno che dice: ‘Oh, poveretto!’, ma non risolve il problema. Resta il fatto che, comunque, ciò che stai evitando di affrontare esiste, persiste e continuerà fino a quando tu non lo avrai affrontato per risolverlo in qualche maniera».
Dovete, quindi, cercare – nell’affrontare le situazioni di questo tipo – di entrare in un’ottica differente da questo vostro ritirarsi di fronte agli avvenimenti, e rendervi conto che con gli avvenimenti, comunque sia, siete, e dovete – in qualsiasi frangente – interagire; quanto meno (pensateci bene) per un interesse egoistico e personale, perché fare qualche cosa fa soffrire molto meno che restare impotenti di fronte alla situazione; il che significa che, se riuscite a soffrire molto meno, qualcosa avete già fatto ed è anche, poi, una cosa di poca importanza; vero, creature? Quindi, io vi esorto a non dire più quella frase quando vi è l’occasione per dirla o, se la dite, di ripensare a quanto io ho appena detto e, allora, osservare quella frase, ribaltarla su di voi, cercare di essere più obiettivi e decidere se veramente voi, in quella situazione, non potete fare qualche cosa. Scifo

Più difficile è il caso in cui vi trovate in frangenti tali per cui la vostra reazione è quella di dire: «Io non so che cosa fare», ma anche qui, figli e fratelli, dovreste porre maggiore attenzione a quello che dite perché non è vero che non sapete cosa fare, è impossibile che voi non sappiate cosa fare in qualsiasi situazione vi si presenti perché, per quanto difficile possa essere una situazione, vi è sempre qualche cosa da poter fare: può essere un reagire, può essere anche un ritirarsi dalla situazione; in fondo, se ci pensate, anche questo è fare qualche cosa, pur non essendo, secondo noi, l’atteggiamento migliore.
Noi non possiamo fare altro che consigliarvi, suggerirvi in una situazione di quel tipo di cercare di capire cos’è che voi volete da quella situazione e, in base a quello che voi volete, desiderate, ecco allora, a quel punto, agire. Rodolfo

Eh già, creature, agire, agire, agire … «È facile, per voi, – direte – Voi che sapete come son le cose, avete raggiunto una certa evoluzione, sapete gli errori, sapete qua, sapete là, sapete su, sapete giù …» eppure dimenticate tutti quanti che anche noi siamo passati attraverso lo stesso tipo di tormenti che adesso attanagliano voi, e il fatto che ne siamo usciti significa che abbiamo trovato qualche cosa da poter fare, altrimenti ci saremmo rivoltolati nel nostro fango ancora per vite, vite e vite.
Se così non è stato è perché, evidentemente, a un certo punto abbiamo trovato il coraggio – perché è di questo che si tratta – di metterci davanti allo specchio osservarci negli occhi e decidere ciò che si ritiene sia meglio per noi; e poi agire di conseguenza. Intendiamoci, non intendo dire con questo che quello che uno ritiene che sia meglio per lui sia giusto;  potrebbe  essere un «quello che è meglio per me: per soddisfare il mio Io», tuttavia è ancora un «fare qualche cosa» e, anche dall’errore, si può ricavare un utile non indifferente. E voi lo sapete benissimo, creature; sapete benissimo quanti errori fate nel corso della vostra giornata, e sapete anche – se volete essere sinceri con voi stessi – che, alla fin fine, forse ricavate più utile dai vostri errori che dalle cose giuste che fate. Ed è chiaro ed evidente perché questo accade: le cose giuste che fate sono conseguenza di una comprensione che avete già acquisito; quindi, se fate qualche cosa di giusto, non vi porta nulla di più, magari, che una soddisfazione particolare per averla fatta; mentre l’errore che avete fatto è frutto di un’incomprensione e quindi significa che, osservando l’errore che avete fatto, potete veramente acquisire qualcosa di nuovo per voi stessi.
La morale, creature, non può essere che una sola: come diceva qualcuno «Non siate freddi né tiepidi, ma siate caldi» (parafrasi tutta mia particolare, chiaramente) o, meglio ancora, per essere ancora più semplici e terra-terra: «Non ristagnate, ma agite»; perché, più si passa il tempo a ristagnare, più diventa difficile trovare le soluzioni. Scifo

Dal volume del Cerchio Ifior, Dall’Uno all’Uno, Volume secondo, parte prima, pagg. 19-21. Edizione privata

Indice del Dizionario del Cerchio Ifior

Il cambiamento, la volontà, il non-agire

Chiede Caterina: Ma se le cose cambiano in continuazione e il cambiamento avviene anche quando si sta fermi, perché scegliere una cosa piuttosto che un’altra?
La domanda di Caterina viene dalla lettura di questa frase di Lao TzuLa vita è una serie di cambiamenti naturali e spontanei. Non opporvi resistenza – avresti solo dispiaceri. Lascia che la realtà sia realtà. Lascia che le cose fluiscano naturalmente verso la propria direzione.
La frase di Lao Tzu si presta a diverse letture e, quando queste non tengono conto del paradigma entro cui quelle parole sono state generate, la confusione può essere grande.

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