La conversione interiore, il deserto, l’unità tra Essere e divenire

Marco 1,9-13
9 In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano. 10 A un tratto, come egli usciva dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui come una colomba. 11 Una voce venne dai cieli: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».

12 Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto; 13 e nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana. Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.

La pericope si apre con il battesimo di Gesù: il battesimo non era, e non dovrebbe esserlo neppure oggi, un atto formale, ma il segno di una scelta interiore, libera e consapevole, conseguenza di un processo di comprensione giunto a maturazione.

È il primo rito dell’iniziazione cristiana, con esso il candidato alla vita cristiana dichiara di voler superare la separazione e la divisione interiore, di voler seguire il suo Maestro, di cercare e realizzare l’unificazione in Dio.

Anche il figlio del falegname si fa battezzare, sente la necessità di quel segno, spartiacque, evidentemente, nella sua vita.
Gli evangelisti Matteo, Luca e Giovanni danno ognuno la propria lettura teologica del fatto; Marco presenta il simbolo, e con il simbolo l’archetipo della conversione interiore.

Ecco, dobbiamo sapere che stiamo parlando della conversione interiore: da una vita spesa nell’ottica della separazione e della divisione, della dualità, della preminenza del divenire sull’Essere, ad una vita dedicata all’Unità.

Ciò che Marco narra riguarda ogni umano, di qualunque tempo e di qualunque religione e cultura: lungo il peregrinare di vita in vita, pian piano sorge la consapevolezza che non si può continuare a vivere prigionieri dei bisogni, dei desideri, dei pensieri, della propria egoica centralità.
Sorge la consapevolezza che la vita, il suo fine ultimo, è altro, radicalmente altro.

Evidentemente anche il figlio del falegname era giunto a questo spartiacque.
Ad un tratto, come egli usciva dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere su di lui..”
Come usciva dall’acqua“: non è necessario essere degli esoteristi incalliti per abbinare l’immersione in acqua, e l’uscirne, con l’acquisizione della consapevolezza di essere soggetti ai desideri e ai bisogni propri del corpo astrale e dell’identità, di cui l’acqua è simbolo, e sentire sorgere in sé la necessità di uscirne, di liberarsi da quel condizionamento per acquisire un maggior grado di libertà.

Infatti “Vide aprirsi i cieli“: visto il condizionamento, vide anche la libertà nuova conquistata e da consolidare, l’orizzonte aprirsi, la prospettiva esistenziale farsi vivida nel suo disegno, nella direzione che prospetta, nel significato che conferisce ad ogni gesto, ad ogni gioia e dolore.

Si sentì pervaso da una interezza nuova: “lo Spirito scendere su di lui“.
Non più la sintesi di frammenti si sentiva, ma la consapevolezza di Essere Uno, intero, integro, parte indissolubile di una Interezza e di una Integrità.

Non è quello che, ad un certo punto del loro cammino esistenziale, provano tutti coloro che, deliberatamente e per comprensione conseguita, rinunciano al vivere frammentati?
Il versetto 10 è la sintesi mirabile, il simbolo universale, l’archetipo di ogni conversione interiore:
– consapevolezza del proprio limite e del condizionamento nel quale si vive;
– decisione di superarlo, resa possibile dalle comprensioni raggiunte che accendono un fuoco interiore, il fuoco della fede, l’azione del Dio-in-sé che dice: “È tempo che tu mi vedi, che mi guardi negli occhi, che mi riconosci e, così facendo, finalmente, riconosci la tua natura autentica”;
esperienza dell’Essere Uno, finalmente a casa.

Altrettanto potente, simbolico, universale e archetipale è quanto viene affermato nei tre versetti successivi, l’11, il 12 e il 13.
L’esperienza di Essere Uno diviene l’esperienza dell’essere amato: «Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compiaciuto».
Tutte le ferite conseguenza della consapevolezza amara del limite e della separazione, della dualità e del divenire, sono sanate: “Io ti amo e ti prediligo!”
Quale creatura, figlia di altre creature, non vuole sentirsi dire questo?
Questo prova il figlio del falegname nel suo intimo: “Per quanto io possa essere limitato, il Tuo amore mi genera ad una Infinitezza, mi libera dal limite e mi fa comprendere come esso sia illusorio, come io e Te non siamo due, ma siamo e saremo sempre Uno, uniti dal Tuo amore, l’unica cosa reale.
Il Tuo amore mi genera in questa consapevolezza e mi fa traboccare di senso e pienezza l’esistenza intera!”

I versetti 12 e 13/1 altro non sono che la narrazione della vita consapevole dopo la conversione: “Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto; e nel deserto rimase per quaranta giorni, tentato da Satana.”
La coscienza spinge il figlio del falegname incontro alla vita, consapevole che non può più aderire a quanto aderiva in passato, prima della conversione interiore, non ricava più senso alcuno da quelle adesioni ai bisogni, ai desideri, alle logiche dell’identità, ma, nel contempo, l’esperienza dell’Unità non è ancora consolidata, non è divenuta vita pienamente incarnata: egli si trova in un deserto, il passato identitario non è più frequentabile, il futuro unitario non è ancora stabile e ferialmente disponibile.

In questo non più, ma non ancora, vive tra equilibrio e squilibrio, tra Essere e divenire; tra pienezza e limite, e, a volte, gli sembra che il condizionamento torni a bussare sempre più forte, sempre più imperioso.
La pace si alterna alla tempesta, la forza al timore di soccombere: si alimenta al fuoco della fede, persevera, torna incessantemente all’Essere, al Dio-in-sé e su quella roccia fonda la sua casa.

Non parlano questi versetti di tutti noi? E di chi sennò? Non viene qui descritto il lungo viaggio nel deserto tra il non più e il non ancora?
Noi che cerchiamo l’Unità, in vario grado non viviamo questo deserto dove tutto perde senso ma il nuovo ancora non si vede, non abbastanza, troppe volte?
È evidente che Satana è il simbolo della tendenza propria della identità a dividere, a frammentare, a cercare di dire: “Io sono“, “Io esisto” quando nell’interiore sorge sempre più forte e più vasta la consapevolezza che “Io sono solo una rappresentazione, solo Tu sei!

Il fuoco della fede che ci brucia e ci trasforma, è anche quello che ci destruttura come identità separate e ci rende altro: avete mai visto la legna bruciare e rimanere se stessa?
La combustione della fede libera dal “legno il calore e la luce”: nulla in noi rimane quello che era, ma questo processo avviene nel tempo e, man mano che si perde, non si vive una simultanea integrazione del nuovo, si perde il vecchio e il nuovo sembra non arrivare.

Perché?
Perché siamo incarnati, immersi nell’apparente separazione e la conversione che dobbiamo attuare è così radicale che cozza con le meccaniche proprie del tempo del divenire, dei corpi transitori, delle mille rappresentazioni del vivere prodotte dall’immagine di noi cui abbiamo aderito per una vita.
È una metanoia così intima, così particolare e così riguardante le mille sfumature del nostro pensare, provare, agire che ci sembra infinita: più vediamo, più ci sembra ci sia da cambiare.
Dettagli che un tempo non ci riguardavano, oggi ci colpiscono come schiaffi.
Non di rado ci sembra di peggiorare; sempre più spesso oscilliamo vertiginosamente tra Essere e identificazione: potente l’Essere, irruenta l’identificazione. Silente l’Essere, infida l’identificazione.
Sbattuti da un estremo all’altro.

Ma è una stagione, per quanto lunga: deserto, oasi, deserto, questo è il ciclo vissuto consapevolmente dopo la conversione: ma non è infinito.
Il versetto 13/2 fornisce lo sbocco: “Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Le bestie selvatiche, le forze interiori, i bisogni, l’immagine di sé mutano, alcune rimangono ciò che sono, ma si fanno avvicinare, altre si fanno conoscere e gestire: la persona vive integrata nel proprio zoo personale.
Non più io e le forze; io e il combattimento, io e il conflitto tra me e con l’altro da me, ma la piena accoglienza di quel-che-è basata sulla conoscenza, sulla consapevolezza e sulla comprensione.


Gli angeli lo servivano: il simbolo dell’elemento spirituale e unitario che vive assieme alle bestie selvatiche; l’umano diviene il laboratorio in cui questa sintesi accade, l’Unità nella carne e nel sangue, il divenire che non è più l’ambito dell’illusione ma quello del Reale, il Regno di Dio realizzato.
Dunque l’umano non diviene angelo, essenza spirituale, ma pienamente umano, colui che è Essere e divenire in perfetta sintesi.

Stava tra le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
La dimensione incarnativa si configura come immensa officina, luogo del conflitto tra la bestia e l’angelo che trova una sintesi in virtù delle comprensioni conseguite: non c’è bestia, non c’è angelo, c’è il Reale da scoprire attraverso l’esperienza, da condurre a piena consapevolezza sradicando così ogni forma di dualismo.
Bestie e angeli assieme significa che il duale è superato: solo allora l’umano si unifica efficacemente, solo allora supera l’angoscia del vivere e impara e sperimenta senza aver necessità di passare per la porta stretta del dolore.

Questo è il cammino del figlio del falegname e di tutti noi: questi simboli che da due millenni attraversano, incrociano e impattano le nostre vite parlano di noi parlando della meravigliosa parabola del figlio del falegname, figlio dell’uomo.


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15 commenti su “La conversione interiore, il deserto, l’unità tra Essere e divenire”

  1. Ti ringrazio per la spiegazione di questi versetti che al primo sguardo mi recano ancora una specie di “orticaria”. Con il tuo chiarimento si apre un’altra immagine una visione completamente nuova, ancora grazie.

  2. Lettura chiara e profonda ,passando nel deserto dove tutto perde di senso si arriva all’Unità. Nasce gratitudine

  3. Pane per l’Anima.
    La chiarezza e la profondita’ del post e’ un grande contributo alla possibilita’ di comprensione dei testi del Vangelo, a cui fino ad ora non avevo avuto accesso. Posso riconoscermi e sentirmi confortata sapendo che il percorso del figlio del falegname. non e’ stato meno difficile o doloroso di quello che ognuno di noi si trova a percorrere per raggiungere l’Unita’. Mi sento ancora cosi’ lontana dall’aver compreso la portata di tutto l’insegnamento, ma so che la meta e’ una e li’ la vita ci conduce. Emerge gratitudine.

  4. Il deserto, sia fisico che simbolico, ha sempre esercitato un certo fascino su di me.
    Tuttavia camminarci attraverso è un’altra cosa e quel sapore di mistero e solitudine che creano fascinazione scompare dopo pochi passi.
    Recentemente si è affacciato un parallelismo curioso tra deserto e oceano, sostituendo le gocce d’acqua con granelli di sabbia il gioco è fatto, chissà, magari, al prossimo transito potrei provare a nuotare!
    Mi permetto di citare Rumi :
    “Nel tratto più bianco e secco del deserto infinito del dolore, ho perso la sanità mentale e ho trovato questa rosa”

  5. Il post è talmente pregnante che non so in quale punto soffermarmi per un commento, un’osservazione, una condivisione. Può bastare dire quel grazie che sorge inevitabile di fronte a tanta chiarezza? Durante la lettura e rilettura, mi misuro e affiorano ricordi di esperienze vissute. La scoperta di essere amata, quel giorno in cui mi resi conto che non esisteva altro che il Suo amore e allora cadeva tutto il lamento della bambina trascurata, della donna non corrisposta, della figlia non riconosciuta. E il tuffarsi nel mare della solitudine, per ritrovarsi non più sola, ma collegata e connessa a Tutto ciò che esiste. Quella certezza si è impressa a fuoco nella mia coscienza. Adesso riconosco quell’esperienza come conversione a cui seguirono deserti e oasi. Non posso dire oggi di vivere consapevolmente nell’Unità, anche se essa mi ha toccato, segnato, e rimane consapevolezza sotterranea, piattaforma stabile che mi sostiene nei giorni di tempesta, eppure ancora non basta, perché “siamo incarnati, immersi nell’apparente separazione e la conversione che dobbiamo attuare è così radicale che cozza con le meccaniche proprie del tempo del divenire, dei corpi transitori, delle mille rappresentazioni del vivere prodotte dall’immagine di noi cui abbiamo aderito per una vita”.
    La prospettiva che si apre con il testo che segue a queste parole è confortante, infonde coraggio, speranza, fiducia.

  6. Beata per noi la chiarezza con cui senti e interpreti in modo davvero capovolto, rispetto alla tradizione, i segni lasciati dal figlio del falegname come scrivi tu. Mai come ora mi è stata chiara la concezione di deserto, dove credo di trovarmi da diverso tempo, ma la tua interpretazione lo rende chiaro e “leggero”. Sempre più spesso mi rendo conto della grazia che ho ricevuto nel vivere accanto ad una persona così intimamente intrisa di sentire. Spero, nella ferialità dei giorni che l’officina che mettiamo in atto insieme, non gli risulti gravosa.

  7. Profonda e piena sintonia emerge da queste parole. Mi commuove la lucida forza che deriva da questo tuo sentire che risuona e mi rende consapevole che è già in me. Percepisco lo specchio della mia situazione attuale in quanto esprimi, vedendolo quindi imparo ad accettarlo e ad andare verso l’unificazione. Con immensa gratitudine.

  8. Con riconoscenza per queste parole chiare che parlano a molte comprensioni acquisite. Il punto dell’unificazione è quello più delicato da sentire. È più frequente oscillare tra le due posizioni, tra la bestia e l’angelo che non vivere l’Unità (anche se sento di averla capita molto bene).

  9. Anche in me sorge immensa gratitudine per aver, ancora una volta, aiutato a fare chiarezza in ciò che sperimentiamo.

  10. Profondamente colpito da questa lettura ne percepisco la pregnanza, la verità e la sento vividamente parlare al nostro quotidiano.
    Commosso esprimo gratitudine.

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