Il Pane e il Vino della Vita nel Sentiero

Un parallelo tra nutrizione materiale, il pane e il vino, e nutrizione spirituale, il Pane e il Vino della Vita.
La logica duale separa le due dimensioni, quella unitaria fa dire: “Esiste un solo Pane ed un solo Vino della Vita”.

Il pane della nostra tavola nutre il corpo e celebra lo Spirito, se abbiamo le giuste comprensioni; se non le abbiamo è solo un ammasso chimico/biologico.
Pane e vino rimandano anche all’essenziale, ad una umiltà e semplicità di fondo.

Entrambi sono il frutto della fatica dell’umano, della sua intelligenza e della sua dedizione.
Perché da simbolo della condizione e dimensione materiale sono assurti ad archetipo della nutrizione e della presenza divina?
Perché il figlio del falegname li ha associati in un rito altamente simbolico?
Non credo, la radice è prima e più profonda.

La condivisione del pane e del vino è, prima di essere un rito, una pratica ancestrale.
Prima che il figlio del falegname la praticasse, e la sua comunità la trasmettesse come rito, la condivisione del cibo e del bere era un modo per cementare il clan, la famiglia, la comunità: il simbolo di una comunione, più o meno limitata o vasta.
La mensa delle persone povere, che concludevano la fatica di un giorno attorno al tavolo con un tozzo di pane e un sorso di vino è storia incarnativa di tutti noi: tutti da lì siamo passati.
Il pane nutriva il corpo, il vino tonoficava l’umore alleggerendo il peso della fatica.
Nutriti nel corpo e alleggeriti nella mente, rimaneva più facile aprire il cuore ai commensali e a se stessi.

Quando alleggeriamo la mente, dunque l’identificazione con i nostri processi, è facile sperimentare un senso di vicinanza e di fraternità con chi ci sta a fianco: un sentimento d’amore ci coglie perché una barriera tra noi e l’altro si incrina e cade.

Un corpo nutrito dal pane significa un bisogno di fondo soddisfatto, una garanzia di sopravvivenza nella dimensione fisica garantita, almeno per oggi.
Una identificazione/limitazione superata anche attraverso un goccio di vino, una vicinanza con l’altro e con la vita sperimentata, affermano il secondo bisogno ancestrale di ogni vivente: lasciar affiorare il Dio-in-sé.

Il pane e il vino sono dunque il simbolo del compendio di ciò che serve all’umano:
– il necessario materiale di ogni giorno,
– l’indispensabile apertura allo spirituale di ogni momento.

Nel Sentiero, nella nostra visione unitaria, divengono il Pane e il Vino della Vita.
Il pane è pane materiale che nutre il corpo, e pane spirituale, occasione di conoscenza e comprensione ogni giorno;
il vino, quando è assunto in moderatissime dosi, è bevanda che opera sulla coscienza del reale, aiutando a liberare dall’identificazione e aprendo ad una visione più vasta di esso.
Non potendo e non volendo noi separare le due condizioni, materiale e spirituale, che due sono solo nella mente dell’umano, parliamo di Pane e di Vino della Vita, intendendo per Vita l’insieme del processo materiale e di quello esistenziale.

Quando mangiamo un pezzo di pane, compiamo il gesto del nutrire il nostro veicolo fisico, ma in noi lucida è la consapevolezza che quel pane è frutto del processo incarnativo di tanti, della loro fatica e dedizione, ed è il dono di Dio all’uomo affinché egli possa sostenersi: dunque un pezzo di pane, nell’ottica contemplativa, non è mai solo un pezzo di pane.
Dunque è Pane, simbolo del divenire, dell’incarnazione, dei processi esistenziali, della concretezza del dono di Dio che si manifesta ogni giorno, ad ogni occasione, in ogni esperienza: ogni fatto è dono di Dio, Pane di Dio.

Quando beviamo un sorso di vino, non beviamo per dissetarci, non necessariamente: siamo consapevoli del principio contenuto nel vino, della capacità che ha di alterare il nostro rapporto con il reale.
Quando beviamo il vino introduciamo consapevolmente un elemento complesso che, in piccole dosi ci facilita nell’apertura, in alte dosi ci oscura il discernimento e ci obnubila; ci doniamo dunque un impulso che ci apre, ci alleggerisce, ci connette all’altro facilitando il superamento di barriere psicologiche ed identitarie: riconosciamo nel vino lo strumento di Dio finalizzato a renderci consapevoli dell’arte del discernimento del reale; uno strumento, il discernimento, che è il perno delle nostre esistenze: tutto è utile e sacro, ma dipende dall’uso che ne viene fatto. L’abuso conduce nel baratro del perdersi a se stessi, dunque al Dio-in-noi.
Per il contemplativo, nel Sentiero, il vino è anche questo, soprattutto questo.
Dunque è Vino, simbolo del discernimento, della misura, dell’equilibrio, della disconnessione possibile dall’eccesso nella identificazione, nella centralità di sé che ci separa dal Dio-in-noi.
Saper gestire il Vino significa saper percorrere la via di mezzo: ciò che in piccola dose è farmaco, in alta dose è veleno.
Questo vale per i pensieri, per le emozioni, per gli istinti, per i gesti, per le relazioni…
Vale per il lavoro, e vale per l’ozio. Vale per la disciplina, e vale per la ribellione.

Quando viviamo la vita, per noi essa non è mai una sequenza di fatti piacevoli e spiacevoli, è soprattutto una grande officina di apprendimenti, di consapevolezze e di comprensioni: è per noi vita materiale e vita spirituale indistinte e indivisibili.
Dunque è Vita, simbolo dell’Essere di Dio nel divenire.

A seguire tratterò del Pane e del Vino nell’annuncio del figlio del falegname così come tramandato dai Vangeli sinottici e dalle fonti cui essi attingono.

La preghiera del figlio del falegname nella fonte Q (la raccolta di detti cui attingono Matteo e Luca)

2b “Quando pregate dite: Padre – sia santificato il tuo nome! – venga la tua regalità
3 dacci oggi il nostro pane per oggi 4 e cancella i nostri debiti come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori, e non metterci alla prova”.

Q 11.2b-4 = Mt. 6,9-13a

Matteo 6,9-13 (traduzione mix Nuova Riveduta/Cei)

9 Voi dunque pregate così:
“Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
10 venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra. 11 Dacci oggi il nostro pane quotidiano; 12 rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori; 13 e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal maligno.”

In entrambe le versioni, innanzitutto, c’è la regalità di Dio e il ricondursi all’interno di essa, da essa discendendo il nostro vivere.
In seconda battuta si chiede il Pane di ogni giorno.
In terza battuta, la complessità del vivere, i limiti nostri e le loro conseguenze: la vita nel discernimento del divenire, i debiti (karmici), la tentazione: il Vino.

La Vita si svolge sotto l’egida di Dio, affidata alla Sua volontà: da essa giunge il Pane delle possibilità e il Vino/dono del discernimento, della capacità di orientarsi nel divenire a seconda delle comprensioni conseguite.

La cena del figlio del falegname (non c’è menzione in Q)

Marco 14:22-24
=(Mt 26:26-29; Lu 22:19-20; 1Co 11:23-25) 1Co 10:16-17)
22 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo». 23 Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. 24 Poi Gesù disse: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti».

Matteo 26:26-28
=(Mr 14:22-25; Lu 22:15-20; 1Co 11:23-25)(1Co 10:16-17)
26 Mentre mangiavano, Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: “Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». 27 Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, 28 perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati”.

Luca 22,19-20
=(Mt 26:26-29; Mr 14:22-25; 1Co 11:23-29)
19 Poi prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 20 Allo stesso modo, dopo aver cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi”.

Il Pane: «Prendete, questo è il mio corpo»
La regalità (regno) di Dio fatta Vita, quotidiano, carne ed ossa, pratica nel divenire.
La figliolanza divina realizzata, il Dio-in-me che parla ed agisce.
Mangiate la mia carne: interiorizzate il Regno di Dio, così come io ho fatto, fatelo divenire vostra carne e vostre ossa.
Questo Pane è il Pane della Vita, il quotidiano è divenuto Quotidiano-di-Dio;
la mia vita di uomo è divenuta Vita-di-Dio;
la mia volontà è divenuta Volontà-di-Dio.
Della volontà di Dio mi sono nutrito ed ora non sono più io, sono la Volontà-di-Dio.
Di quel Pane mi sono saziato fino a divenire Pane per voi e per molti.

Il Vino: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi“.
In me scorre la Volontà-di-Dio come il sangue scorre nelle vene: Dio è il cuore che fa scorrere quella volontà.
Il mio pensiero è divenuto il Pensiero-di-Dio; il mio discernimento, il Discernimento-di-Dio.
Nel quotidiano mi oriento alla luce del Dio-che-opera-in-me: Lui sceglie, Lui discerne, Lui nel divenire coglie l’Essere e ad Esso mi conduce senza sosta.
La Volontà-di-Dio scorre come il mio sangue.
Voi mi avete conosciuto, avete vissuto con me ogni giorno, voi avete compreso la regalità di Dio che opera nella mia vita e in quelle di tutti.
Insieme abbiamo compreso che la vecchia relazione con Dio basata sulla legge è superata: Dio-è-in-noi, il suo Regno si realizza nelle nostre vite che divengono Regno-Vivente, Dio-Vivente.
Il nostro patto, la nostra consonanza di sentire, la fusione dei nostri sentire avviene su questo e di questo voi sarete testimoni quando io non sarò più.
Bevete questo vino simbolo del mio sangue e della consapevolezza di Dio e della Vita che in me si incarna e che insieme abbiamo conseguito.
Dissetatevi e nutritevi del Pane e del Vino dell’Unita-di-Dio-operante-e-vivente.


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21 commenti su “Il Pane e il Vino della Vita nel Sentiero”

  1. Letto tutto, non senza fatica. Accolgo la “proposta” della celebrazione e mi accingo ad ascoltare e a stare in ciò che sorgerà.

  2. Diversi di voi sono intervenuti manifestando la propria visione, la propria adesione o le proprie perplessità. È giusto e opportuno che sia così.
    Il mio punto di vista è semplice: la forma scaturisce dalla sostanza, se c’è l’esperienza dell’Essere Uno, la celebrazione di questa esperienza non avviene per se stessi, ma per suggellare con un gesto quanto ricevuto da Dio e a tutti donato.
    Ricevuto da Dio nella propria vita e a tutte le altre vite donato: la persona che vive l’unità d’Essere, è come il musicista che per via intuitiva riceve la musica che suona e la offre ai suoi ascoltatori; quella musica celebra l’essere di Dio in sé, la natura di Dio che si manifesta e si offre.
    Se quel musicista suona in una orchestra, ciò che riceve viene innanzitutto donato agli altri orchestrali, tra i quali, molto probabilmente, diversi altri ricevono lo stesso impulso creativo per via intuitiva.
    Allora una parte dell’orchestra irradia prepotentemente una vibrazione che coinvolge l’intero corpo orchestrale e la sinfonia diviene condivisa, potente ed unitaria.
    Quella musica emessa in modo così alto ed unitario, sorretta da una intenzione limpida, corroborata da una esperienza inequivocabile, si spande nel cosmo a disposizione di chiunque possa recepirla.
    Questa è la sostanza di un rito.
    Abbiamo discusso molto della forma del rito e dei suoi simboli, ma mi permetto di dire che dovremmo prestare più attenzione alla nostra capacità di giungere ad esso con una intenzione limpida e trasportati da un’esperienza robusta ed inequivocabile.
    Questo mi sembra il centro della questione: la forma può essere questa o quella (dove la scelta di questa o quella non è casuale, ma frutto di attenta e sapiente ponderazione); una volta scelta una forma, essa va interiorizzata profondamente e questo richiede tempo, esperienza e costanza.
    Nel Sentiero non siamo legati ad alcuna forma, e dunque nessun rito per noi è un valore in sé, vorrei che questo vi fosse chiaro.
    Un rito suggella un’esperienza, e se l’esperienza in alcuni non c’è, la può stimolare, ma guai a noi se diamo importanza alle forme e non ci preoccupiamo adeguatamente di ciò che stiamo vivendo, dell’esperienza del Dio Vivente che in noi prende forma, o non la prende..

  3. ho sempre avuto una buona dose di curiosita’ per i riti, anche se il rito della comunione e’ sempre stato un pochino inquietante per me e l’ho abbandonato fin da ragazzo…
    La connessione col pane e col vino e’ sempre stata profonda, per esempio, quando riesco vado a comprare il pane da tal Damiano che usa forno a legna e pasta madre acida ed ho speso del tempo per conoscerlo e capire il suo lavoro e la sua visione, stessa cosa con Sante dal quale acquisto il vino.
    Di riti per celebrare la vita e la connessione con l’uno ce ne sono diversi e, come fatto notare da alcuni, il rito del te e’ un esempio.
    Visto che siamo immersi in una cultura cattolica utilizzare i suoi simboli puo’ essere interessante tanto quanto pericoloso ma forse doveroso per andare oltre alcune possibili cristallizzazioni o stati reattivi.
    Se pero vogliamo guardare la questione da un punto di vista che abbraccia un respiro temporale piu amplio ( anche se andrebbe poi agganciato alla teoria delle razze incarnative rischiando di perdersi in meandri filosofici …) i riti legati alla cultura cattolica sono relativamente giovani rispetto a culture anteriori come la celtica o magari l’etrusca, insomma, tutto questo per dire che mi auspico che questo possa diventare un inizio consapevole di celebrazione senza attaccamento al gesto in se e possa essere sostituito da altre forme e gestualita’ che ci consentano di spaziare su approcci e punti di osservazione magari anche molto distanti dal nostro modo di decodificare la realta’, ovviamente con moderazione e l’attenzione del caso … vedo complesso proporre il rito della comunione della chiesa peyotista nel sentiero!

  4. Nella tradizione ebraico – cristiana l’offerta del pane e del vino sono il cardine dell’attività sacerdotale. Il rito cristiano si innesta sulla cena ebraica pasquale, a sua volta ispirata a riti tribali di altri popoli cananei (cfr la figura di Melchisedec, archetipo del sommo sacerdote, che benedice Abramo e la Divinità, facendo da ponte fra Terra e Cielo).
    In una visione dualistica il rito nasce dal bisogno di creare unità. Nella visione unitaria non c’è nessun bisogno, perché è già presente, ma può sorgere l’impulso a celebrarla

  5. Qualcosa di simile lo stiamo già facendo agli intensivi, il silenzio e l’inchino prima dei pasti , la cerimonia del té , sono riti profondi

  6. A Nadia
    Ciò che non serve a te non è detto che non serva ad altri.
    Ciò che non serve ad alcuno non è detto che non serva all’insieme.
    Persone evolute nel sentire, non celebrano un rito perché serve loro, o per ricordarsi del Creatore, o per creare vicinanza con i loro fratelli e sorelle nel cammino: celebrano come inno alla Vita, come gesto che rende Grazie al Creatore.
    A partire dal loro intimo sentire sorge una vibrazione d’amore che, liberamente, associano alla vibrazione di altri e, così, in semplicità e senza pretesa, la consegnano all’umanità e al Creatore.
    Ogni gesto del contemplativo diviene, ad un certo punto, celebrazione del Dio Vivente: se due contemplativi si trovano assieme, sentono naturalmente l’Impulso a celebrare il Principio che permette la loro relazione d’amore, ed essendo umani, possono celebrare nel silenzio, come attraverso il gesto e la parola.
    Essi sanno che quella celebrazione è dono ricevuto e dono dato a tutti, in Dio.
    È questo un aggiungere? Cosa si aggiunge così facendo?
    A me sembra che il problema di aggiungere ci sia quando c’è sufficiente ingombro di sé, ma se quell’ingombro di sé non c’è, perché si è nella marginalità di sé, come può risultare un aggiungere il gesto della comunione dei sentire tra persone che, nella gioia e nell’amore celebrano il loro essere in Dio?
    Nella gioia e nell’amore è difficile che vi sia un fastidio, il fastidio di qualcosa di troppo e di non necessario.
    Quella gioia e quell’amore sono la radice da cui dovrebbe sorgere il rito, il suo farsi prima intenzione e poi gesto: gioia e amore per qualcosa di così grande ricevuto che non lo si può tenere per sé.
    Ciò detto, credo di comprendere lo spirito di quello che hai affermato, ma temo che la lettera non esprima adeguatamente lo spirito, o che nello spirito vi sia una sbavatura.

  7. È questa, una fase della vita in cui cerco di alleggerire e liberarmi da condizionamenti. C’è quindi necessità di togliere e confesso che questo rito lo avverto come un’ aggiungere, un appesantire. Non ho particolari legami emotivi con la ritualità proposta in Chiesa e quindi l’immagine è piuttosto neutra, anche se ne riconosco, per quel che mi è dato oggi di comprendere, la valenza che descrive il post. Oggi penso che non mi occorra un rituale per riconoscere il Dio in me, Dio che cerco di onorare ogni giorno nonostante gli innumerevoli limiti, così come non serve il rituale per far sorgere vicinanza e fraternità con chi mi è prossimo… detto questo cercherò di accogliere con umiltà…

  8. Mi capita spesso di soffermarmi sui fatti della vita, un fiore come un alimento, un profumo come un suono e percepire che sono ognuno quello che sono, scevri dalle aggiunte operate dalla mente, e al tempo spesso contengono in sé un principio che fa di loro un simbolo collegabile con la vibrazione prima da cui discendono. Il simbolo non è per me un’astrazione o una fantasia, ma la raffigurazione di un principio proveniente da un piano non ancora pienamente accessibile alle nostre menti umane e che in quanto tale parla direttamente al nostro sentire.
    Mi sembra che, se non ci lasciamo sviare da interpretazioni duali dettate da condizionamenti religiosi, sociali, nutrizionali, possiamo vivere il rito del pane e del vino, religioso o laico che sia, in essenzialità, come strumento di connessione con la nostra dimensione più profonda, di comunione nel sentire tra i partecipanti.

  9. Quando due anni fa nostro figlio Emanuele si è accostato alla prima comunione ho cercato di declinare in un linguaggio per lui accessibile il senso di quel gesto.
    Mi sono chiesta cosa potesse rappresentare per un ragazzo di 12 anni mangiare quel pane, nutrirsi di quel corpo tanto declamato ma altrettanto poco compreso nella sua valenza simbolica come nella sua concretezza.
    Mi è sorta quindi l’immagine di una grande mensa collettiva dove tutti siamo cibo gli uni per gli altri, dove tutti siamo il nutrimento, il pane, per noi stessi e per gli altri. Il cibo ci nutre, ci da vita, ma a volte ci intossica, ci fa male e quindi dobbiamo sempre chiederci che tipo di nutrimento stiamo portando a noi stessi e agli altri. Siamo il pane che ci nutre e quello che ci rallenta in osmosi continua ma prenderne coscienza è stare nella vita.

  10. Non sento particolare adesione per questo rituale anche se ne condivido il valore simbolico, ma non mi scandalizzerò se, come credo, vorrai farne uso

  11. L’interpretazione che fai dei simboli pane e vino mi aiutano a calarmi nel loro profondo significato.
    Resta emergente il concetto di equilibrio sia nel “pane” che nel “vino” nella nostra conduzione di incarnati…..la famosa via di mezzo che ultimamente fa sorgere il timore di perdere.
    Credo che pochi siamo pronti all’introduzione della cerimonia del pane e del vino, ma la vita insegna che mai ci sentiamo completamente pronti ogni qualvolta il nuovo avanza.

  12. Perché no, alla luce dell’approfondimento effettuato? Connettersi al significato archetipico dei sue frutti della terra e del lavoro dell’uomo, in consonanza col figlio del falegname, senza contrapposizione alcuna con lui, senza competizione alcuna per l’appropriazione dei simboli.
    Con l’intento anzi di connettersi al significato più profondo dei simboli stessi, in continuità con quel maestro.
    Diciamo che buttiamo l’acqua sporca ma salviamo, eccome, il bambino.

  13. Come il vino , anche il pane credo sia simbolo di discernimento, perchè anche il troppo cibo obnubila la mente come fa il troppo vino. Entrambi debbono essere per l’uomo simbolo di moderazione e parsimonia, simbolo di una vita essenziale. Per quanto concerne questi simboli da introdurre nella comunità, credo che i tempi siano prematuri; essi appartengono ad una istituzione che li usa da secoli. Noi ci discostiamo da questa istituzione, anche se possiamo nutrirci dei simboli del Vangelo. Credo come Roberto d’E, che la cerimonia del tè rappresenti gìà un simbolo di condivisione nel nostro cammino. Nel momento in cui impariamo ad attingere alla Sorgente potremmo, caso mai, sostituire il tè con della semplicissima acqua.

  14. Come Elena al momento non sento adesione per questo rito all’interno del Sentiero . Probabilmente il mio retaggio cattolico rappresenta un ostacolo mentale . Non so . Il rituale della condivisione del tè alla fine dell’intensivo mi sembra un gesto già altamente simbolico anche se comprendo che il significato è diverso .

  15. Come detto altre volte, questo rituale ha per me una forte simbologia ed impatto. Trovo che sia una sintesi del cammino di ognuno e non avrei difficolta’ ad introdurlo negli incontri della Comunita’. Il pane ed il vino, hanno in me sempre suscitato un certo fascino, non tanto e non solo per la bonta’ del cibo, ma per tutto il processo di lavorazione che richiedono sia il pane con la lievitazione, sia il vino con la fermentazione. L’attesa che cio’ comporta e l’attenzione a tutto il processo di lavorazione e’ pratica meditativa. Il post mi ha aiutato a comprenderne il senso piu’ profondo.

  16. Non ho commenti ora, se non che questo senso va oltre il pane e il vino. Forse capisco e forse comprendo il bisogno di rituali che possono avere un senso profondo. Al momento non sento adesione ma va bene e non protesto

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