Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La fiducia: il controllo, la resa, la compassione

Scrive Michela commentando il post La sfiducia nella possibilità di cambiare la propria realtà: In questo momento della mia vita ho proprio bisogno di perdere il controllo e di smettere di volere controllare […]. Sono giunta al mio limite, lo sto vivendo e sono consapevole (?) che questa lotta può finire solo nella resa e nella fiducia […]. Non è facile e mi sembra di non riuscire a cambiare anche se so che devo e posso cambiare…perché? Allora non ho realmente compreso?
La fiducia matura con la comprensione. Di cosa?
Del fatto che non siamo noi il centro dell’universo.
Del fatto che non siamo responsabili dei destini dei nostri figli pur dovendo accompagnarli incontro a se stessi e alla vita.
Del fatto che non conosciamo niente del nostro partner, dei nostri genitori e dell’altro da noi in genere.
Del fatto che poco sappiamo di noi, niente del nostro domani, ma possiamo provare ad indagare più a fondo, ad osservare, ascoltare, leggere i simboli per capire, divenire consapevoli, comprendere.
L’asina Michela cade là dove tutti gli asini cadono, compreso chi scrive: alto si alza il nostro raglio, e si ode da costa a costa, quando affrontiamo la questione della fiducia sulla quale torniamo come il martello del fabbro sul ferro rovente.
Ripeto: c’è un deficit di fiducia là dove c’è un limite di comprensione, quindi in ogni umano (ed anche in ogni sovra-umano perché solo l’Assoluto ha la comprensione assoluta).
Il male comune non può consolarci, ognuno si confronta con la fatica di un quotidiano fondato sulla pretesa del controllo e la carenza di resa.
Due principi chiave: la pretesa del controllo, la resa.
La pretesa del controllo: discorsi fatti mille volte, ma non basta ancora.
Non un respiro puoi controllare, ma pretendi di tracciare la vita dei tuoi figli!
Dobbiamo mettere al centro, o rimettercela se l’abbiamo perduta, la nozione di servo: colui che è a disposizione dell’altro per accompagnarne il cammino.
Questo è un genitore, questo un partner, questo un insegnante, questo chiunque abbia una collocazione in qualsiasi scala gerarchica, chiunque conosca di più, chiunque abbia più consapevolezza, chiunque abbia maggiore comprensione.
Conoscenza, consapevolezza e comprensione non servono per affermarsi sull’altro e guidarlo là dove vogliamo noi, servono per ascoltare, per osservare, per accogliere ed, infine, solo se è necessario, per dire quella parola, per compiere quel gesto che offriamo come contributo al cammino dell’altro.
Cammino di cui la coscienza dell’altro è responsabile: non noi, non la coscienza nostra.
Dimenticando questo, siamo gli affaccendati nel provvedere: la vita provvede, a volte attraverso noi, a volte attraverso altri; davvero pensiamo che i nostri figli siano abbandonati a loro stessi e così i nostri partner e i nostri genitori? Davvero siamo così presuntuosi o, ahimè, così stupidi da aderire a questa visione?
Se desideriamo tornare alla realtà, allora è bene che ricordiamo che ogni essere è coscienza e non può esistere l’essere perduto a se stesso: anche quando l’altro è profondamente smarrito, sta comunque imparando e i modi dell’imparare molto spesso non sono convenzionali, le vie personali sono tortuose e il dolore è compagno fedele.
Il nostro compito, se compito c’è, e non sempre c’è, è di accompagnare nella discrezione, di stare a fianco, di utilizzare l’arto della compassione, non il bastone del potere, o del ricatto.
Ricordo solo di passaggio, perché sottolineato tante volte, che l’accompagnare non è l’accondiscendere, che la compassione non è un sì incondizionato, che la giusta pedagogia contempla i sì, i no, la carezza e lo “schiaffo”.
Compreso questo, veniamo alla seconda chiave: la resa.
Il controllore, nell’esercizio del suo delirio, deve esercitare la pretesa del potere, la sublime illusione di possedere un libero arbitrio che lo rende artefice del bene e del male per sé e per le persone care. Sublimi sciocchezze.
Il controllore non controlla niente, perché niente sa e niente è in suo potere.
Il controllore, se sveste quei panni, può ascoltare, osservare, accogliere ed essere pronto: così può esprimere il suo libero arbitrio, la sua libertà e creatività, il suo potere, servendo.
Poi, se la vita vorrà, potrà proferire una parola.
Servire il disegno di una coscienza: la propria, quella altri.
È necessario che una identità sia piegata ad un sentire e ai passi di questo, ai suoi obbiettivi, alla direzione esistenziale che gli è propria; non abbiamo bisogno di una identità centrata su di sé, sulle proprie ansie, pretese, aspirazioni, aspettative, paure.
Quanti passi indietro! Quanto flettersi, inchinarsi, tacere, farsi da parte.
La questione della fiducia, la sua pratica implica una duplice simultanea disposizione:
– essere completamente presenti nella propria umanità e nel proprio sentire;
– farsi da parte nella pretesa di poter contare.
La fiducia non è un abbandono passivo alla vita: è un gesto attivo del sentire e dell’intelligenza, della consapevolezza e della presenza.
La fiducia impone la pienezza di sé, la consapevolezza del limite che non si fa ostacolo, la disponibilità del sentire che è sostanza dell’offrire.
Il limite umano, e l’identificazione con esso, portano al controllo: solo se controlliamo e gestiamo i fatti e i processi, essi prenderanno una certa direzione, quella che secondo noi è giusta e opportuna, vera, reale e buona. Illusi e tristi nel coltivare quanto di più effimero.
Affermo invece che solo se siamo presenti fino in fondo nella nostra umanità e nel nostro sentire, saremo collaboratori efficaci, servi opportuni a fianco di chi amiamo, ed essi potranno così andare incontro a ciò che loro necessita certi che noi gli siamo a fianco, certi che li sosterremo in un impegno che è solo loro e che li conduce a conoscersi e a comprendere: noi saremo la compassione che opera al loro fianco e che sussurra alle loro menti e ai loro cuori. Nella discrezione. OE5.6


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  1. Vedo come in me la fiducia sia un aspetto che va ancora decisamente coltivato, tuttavia è grazie a questa consapevolezza, se pur parziale, che posso guardare con più distacco a certe ansie che altrimenti sarebbero davvero sfiancanti.

  2. Grazie Roberto, sento l’asino che raglia!

  3. quanto è difficile la pratica della resa….e, al contrario, quanto risulta più facile cadere nel controllo!

  4. “Affermo invece che solo se siamo presenti fino in fondo nella nostra umanità e nel nostro sentire, saremo collaboratori efficaci…” ritengo questa affermazione fondamentale, da noi parte il lavoro, dal nostro allineamento interiore può scaturire la direzione, né giusta né sbagliata per il giudizio umano, semplicemente la direzione unica che possiamo tenere…

  5. Infinitamente grazie!
    Questo post mi a toccato profondamente, se solo bastasse leggerlo e rileggerlo….

  6. Grazie, sono argomenti nei quali mi riconosco e con i quali mi confronto…

  7. Certamente il genitore deve anche assolvere alla funzione di discernimento che è carente nel figlio per le ragioni che hai elencato.
    Considera comunque che, sebbene la coscienza fino al ventunesimo anno sia solo parzialmente allacciata con i suoi veicoli, ciò che l’identità va a sperimentare in quei due decenni non può essere avverso al progetto esistenziale della coscienza stessa. Errori, traumi subiti, situazioni difficili sono tutti funzionali al dispiegamento del progetto, non in opposizione.
    Deve crearsi nella relazione tra genitore e figlio una situazione di equilibrio tra l’intervenire e l’astenersi, la presenza attiva e la semplice osservazione.
    L’educatore, il collaboratore efficace, il genitore ha questa responsabilità: essere presenza affidabile di sostegno e di guida e, simultaneamente, osservare, ascoltare, accogliere ciò che viene da quella coscienza e dal dispiegarsi del suo disegno.
    L’equilibrio tra l’esserci e l’osservare produce una relazione sana e liberante per entrambi.

  8. Dicevamo tuttavia che in questi cicli di 7 anni da cui è caratterizzato il nostro sistema, sino a 21 anni di età circa, la coscienza non è completamente innestata nei corpi inferiori;
    quasi a far pensare ad una connessione non completa, non capace di funzionare pienamente (o almeno questo è qualche scampo che ho afferrato io).
    Se i miei scampi di memoria son giusti potrebbe risiedere lì (nella connessione parziale) l’esigenza avvertita di un quid aggiuntivo di interventismo da parte di un genitore?
    Ossia, come se la coscienza del genitore inducesse questi ad intervenire maggiormente sulla vita del figlio per compensare quanto ancora non agito dalla coscienza del figlio medesimo?

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