Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Identificazione, disconnessione, controllo, fiducia

Dice Roberta G. commentando il post La fede/fiducia, la responsabilità, il cambiamento: Personalmente  vivo questa apertura di fede/fiducia  quando rimango in una situazione, in ciò che c’è, fermandomi e ascoltando/osservando, anche se la mia mente desidera fortemente andare/essere altrove.
In questi casi mi ricordo che “ciò che c’è” è la cosa più importante che posso vivere e che può insegnarmi…
Penso, cioè, che il cercare di stare in “ciò che c’è” presuppone l’abbandono del controllo e un atteggiamento di fede/fiducia.

1- Osservare ed ascoltare e stare anche se la mente/emozione desidera identificarsi con qualcosa.
E’ dallo stare, dall’osservazione e dall’ascolto che sorge l’esperienza della fede/fiducia, ed è lì, mentre il ciò che è si afferma che la mente fa il suo lavoro: trova opportunità di identificazione mossa dal connubio con l’emozione e dalla necessità dell’io di dichiararsi come esistente.
Quando l’identità esiste? Quando ha un oggetto che la definisce, che la estrae dall’indifferenziato, che la colora di emozione e di indagine e, soprattutto di identificazione.
L’identità crea l’identificazione e questa l’identità.
Cosa rompe questo circuito?
La disconnessione, in questo caso ricordandosi che il reale è in ciò che è. In altri casi con un semplice stornare l’attenzione, spostandola da un oggetto ad un altro.
La disconnessione ha bisogno di un atto di volontà conseguente ad un atto di consapevolezza: anche la consapevolezza si regge sulla volontà, è un interruttore che permane acceso perché continua ad essere premuto attraverso la volontà.
La consapevolezza e la conseguente disconnessione implicano una decisione in merito all’uso della volontà: decido di seguire la via dell’identificazione, o disconnetto?
È una micro decisione che viene presa centinaia di volte al giorno: scientemente e deliberatamente decidiamo di non alimentare, di non soccombere, di affermare il più vasto sul più limitato o, all’opposto, scivoliamo nel consueto, nell’abitudine, nell’appropriarci di quel pensiero, di quell’emozione, di quell’azione per scaldarci il cuore ed attizzare la mente.
Nel mentre la mente/identità ci tira da una parte, il sentire manifesta la sua influenza e noi siamo indotti ad una decisione: la volontà sarà l’arto che esegue la decisione presa e dunque inclineremo nell’identificazione, o lasceremo che il sentire si diffonda.
Capite da soli che la decisione che prenderemo dipende dal grado di comprensione conseguito in merito a ciò che si presenta, e comprendete anche come la volontà ci attraversi come una forza che illumina ed orienta la consapevolezza, l’attivazione del processo stesso della decisione e delle conseguenze di questa: quanto è allora importante allenare la volontà anche in modo specifico e particolare, pur sapendo che essa è interna alle comprensioni conseguite e a tutto il processo di manifestazione di queste?

2- Ricordarsi di ciò che già si conosce.
In altre parole, avere una mente informata, una mente che ha già frequentato i temi della consapevolezza, dell’analisi di sé, della disconnessione, della decisione e dell’uso della volontà: l’importanza, grande, di possedere un paradigma, una lettura di sé e del reale che viene.
Una mente attrezzata allo scopo è un veicolo, un attrezzo funzionale e facilitante il compito. Una mente che non conosce, che è chiusa in piccole e meschine regole, che non è stata provocata e modellata è un peso ed un intralcio.
Naturalmente, la mente è specchio del sentire ed evolve con esso in funzionalità e duttilità; attenzione a non confondere una mente evoluta con una arzigogolata: la mente evoluta è simultaneamente profonda e semplice e rifugge il contorcimento e la speculazione fine a se stessa.
Il paradigma, ovvero gli occhi con i quali gradiamo la realtà, risiede nella mente ed è figlio del sentire: ricordarsi di ciò che già si conosce, è risintonizzarsi al sentire passando anche e inevitabilmente attraverso un veicolo mentale duttile ed efficiente.
Allora, quanto è importante coltivare abitudini, consuetudini, disposizioni mentali sane? E quanto la mente va coltivata come un giardino, come un orto, distinguendo tra ciò che nutre e ciò che infesta e sviluppando una adeguata ecologia del mezzo?
Di un mezzo si tratta, e questo va ricordato perché a volte ci sembra che sia più un inciampo; come in tutte le cose, come la tecnologia ad esempio, non è in discussione la natura del mezzo, ma il suo uso: con chi se la prende il ricercatore spirituale se la sua mente gli è di intralcio? Con la mente o con sé?

3- La perdita della pretesa del controllo.
La pretesa del controllo non è compatibile con l’esperienza di quel che è: questa, per sua natura, ha bisogno di abbandono, di intuizione più che di raziocinio, di fluidità ricettiva rispetto al flusso di dati che giunge.
Il controllo è un elemento ligneo, rigido, sclerotico e tende a direzionare il flusso attraverso l’aspettativa e il giudizio: il reale non è mai prevedibile e non sta dentro alle righe, è semplicemente quel che è, aspetto, flusso, dato, eterno presente, lampo.
La pretesa del controllo soffoca il reale con il mantello della propria egoità: l’osservazione, l’ascolto, lo stare rendono il soggetto trasparente e il reale può attraversarlo così com’è, integro nella sua imprevedibile freschezza ed immediatezza.

4- La fiducia genera fiducia.
Senza il controllo e la pretesa del proprio protagonismo, nello stare sorge l’esperienza piena della fiducia: quando la realtà attraversa un contenitore/recettore vuoto, allora c’è la vera e autentica esperienza della fiducia, della vita che accade e dichiara che non c’è ragione per temere perché ciò che viene è ciò che è per quella persona, proprio per quella.
La fiducia vera non è narrazione dell’ego, è un ‘essere attraversati dall’intima consapevolezza che la realtà che accade non è altro da noi, è il dispiegarsi del nostro tracciato esistenziale, è la narrazione di noi e del nostro sentire acquisito e da acquisire, è lo specchio nel quale compare l’immagine del nostro procedere ed essere.
Come può, dunque, esserci il reale avverso?
E come, di fronte a questa consapevolezza e comprensione, non può che sorgere un abbandono radicale, quell’abbandono che chiamiamo fiducia? OE1.5


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  1. Sto sperimentando quanto dice Francesca a proposito dell’osservare anche quando la mente desidera andare altrove. Il riuscirci è legato non solo a un atto di volontà, ma anche alla consapevolezza, più o meno chiara a seconda dei casi, che ciò da cui è attratta la mente non è poi così importante, o quanto meno non è più importante dell’osservare! Allora è sufficiente anche un piccolo atto di volontà.

  2. Non posso che ringraziare…come sempre !

  3. Grazie!

  4. Grazie

  5. Caro roberto, anche se quello che ho letto appare molto pragmatico e logico, ha mosso corde profonde che si sono espresse in un moto di commozione non tanto emotiva quanto di profonda e involontaria accettazione… Grazie!

  6. Grazie!

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