Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La via della fiducia

Passiamo vite nella morsa che ci stringe tra controllo e preoccupazione.
Cerchiamo di controllare e preordinare il flusso degli eventi; ci preoccupiamo della nostra salute, dei nostri figli, dei nostri partner.
Nelle nostre vite c’è un deficit di fiducia e un eccesso di pretesa: coltivare la fiducia significa riporre la pretesa.
Forse qualche mente adesso pensa che io voglia sostenere l’abbandono al fatalismo, al destino, alla volontà di Dio convenzionalmente e popolarmente intesa.
Esiste una volontà generale di Dio che si esercita nell’uomo, e questo non può essere altrimenti essendo l’umano espressione del sentire divino, ma non esiste il Dio altro da sé che crea e determina i dettagli del nostro quotidiano.
Esiste invece il Dio in sé sorgente della direzione di ogni procedere: tutto ciò che dunque nell’umano prende forma, è cogenerato nei vari piani che costituiscono l’antropologia umana fino al piano di Dio.
La realtà che noi viviamo, che i nostri figli e partner vivono, è la realtà possibile loro, quel frammento di sentire divino che in quel momento possono esprimere perché quello hanno conosciuto e compreso, e quello possono dunque esprimere.
Ad ogni sentire conseguito corrispondono possibilità e sfide. Ogni sentire conseguito, si misura con gli aspetti del sentire non ancora realizzati, ma inseriti nel progetto d’esistenza di una incarnazione.
Ogni figlio, ogni partner, ha davanti il compreso e il non compreso, ma è soprattutto di questo secondo che si occupa. Il non compreso di uno, non è il non compreso di un altro, ciascuno ha le proprie sfide, le proprie personali fragilità e durezze, le originali ottusità con cui fa i conti nel dispiegarsi del tempo e delle relazioni.
Possiamo controllare tutti questi processi? Possiamo prevederli, prevenirli, evitare che i nostri cari si facciano male?
E come? Possiamo forse vivere al posto loro? E che vantaggio ne trarrebbero? Ognuno impara per sé e ciascuno rende testimonianza del compreso come del non compreso.
Le nostre vite di genitori, di partner parlano molto più delle nostre prediche.
Vedete che non c’è alternativa, possiamo e dobbiamo lasciare le persone care al proprio cammino sapendo che esse non sono abbandonate ad alcun destino, ma sono guidate dalle necessità di comprensione inscritte nel loro personale tracciato esistenziale, nel compreso e nel non compreso delle loro coscienze.
Se esse non sono che un grado del sentire del Creatore, ad esse il Creatore provvede. Il loro, come il nostro, è il cammino dalla separazione all’unità e salde e forti mani le conducono.
Questo ci condanna all’impotenza? Certo, a vedere la nostra pretesa di potenza e la sua assurdità.
Perché non c’è alcuna potenza in noi? Perché ciò con cui ci misuriamo è giusto il frutto del compreso e il non compreso che gli sta subito appresso: per fare questo lavoro non serve essere potenti, serve sviluppare un’intelligenza della realtà.
Quando ci preoccupiamo per i figli, per i partner, per il nostro futuro, manifestiamo un desiderio di potenza, una pretesa di controllo, di gestione, di manipolazione.
L’unica cosa che possiamo gestire è quell’apprendimento che è in corso: di quello che verrà nulla sappiamo, né mai sapremo.
C’è poco da essere potenti e molto da essere attenti, consapevoli, umili e capaci di discernimento.
Guardando attentamente il nostro quotidiano, e quello delle persone care attorno a noi, vediamo le sfide nelle quali siamo immersi, sfide che sono sempre esistenziali, che sempre ci conducono dall’egoismo all’amore, che immancabilmente svelano il nostro limite di comprensione e ci indicano la via.
Se vogliamo essere di una qualche utilità al nostro prossimo, testimoniamo discretamente la nostra capacità di imparare e di cambiare e affidiamoci a ciò che in ogni essere opera affinché conosca la vera natura del suo esistere e del suo essere.


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  1. L’esperienza dell’impotenza è stata dolorosa ma di grande insegnamento.
    Tutt’altro che una strada facile da imboccare,la via della fiducia. Però,una volta iniziato il cammino,sorge un senso di relazione,di appartenenza all’intero universo, all’Assoluto. C’è gratitudine.

  2. Grazie Robi, la fiducia, la sensazione di essere sostenuti, l’affidarsi sono sensazioni che mi appartengono, e se a volte vacillo è a queste che torno e di queste mi nutro.

  3. Affidiamoci, sento provenire dalla testa, dall’emozione e almeno in parte dal sentire. Non c’è resistenza particolare finché le sfide non mettono alla prova i vari corpi. C’è però anche paura e timore per ciò che non si conosce e che potrebbe venire.

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