Dopo l’Intensivo del Sentiero Contemplativo: la fragilità

Dopo l’intensivo del Sentiero Contemplativo sperimento quella fragilità di cui mi avevano parlato. L’esposizione all’intensivo è un’esperienza trasformativa, qualcosa succede, qualcosa cambia.

E allora lascio fluire le dita sulla tastiera e scrivo, in modo naturale e scrivo perché sento il bisogno di mettere da qualche parte ciò che accade.

Armonizzare Essere e Divenire, la sfida della vita, anzi delle vite fino a quando il Divenire non sarà più necessario. E allora mi siedo in zazen, la fatica è tanta, farlo da soli è diverso da quando lo fai all’intensivo, manca il supporto degli altri, manca la vibrazione degli altri.

Guardi il muro, respiri, togli togli togli e togli, la mente ritorna, vuole dominare e allora pensi a cosa devi fare al lavoro. Poi spazzi via di nuovo tutto, e respiri. Senti il profumo della candela che hai acceso, un profumo che ti stacca dalla mente, piccoli dettagli, che aiutano a disconnettere. Manca ancora disciplina, quella disciplina che aiuta a gestire le forze interiori.

Provo a praticare la neutralità, a volte funziona, a volte no…poi mi ricordo che l’Universo se ne frega di noi…e ritorno al Ciò che E’. 

Coltivare l’Essere è allenamento, senza allenamento tutto torna sotto il dominio della mente.

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8 commenti su “Dopo l’Intensivo del Sentiero Contemplativo: la fragilità”

  1. La mente è come il cuore, i reni, l’intestino, i polmoni, ecc.: fa il suo lavoro.
    Benedetta sia e benedetta è.
    Solo che mentre gli altri organi fanno il loro lavoro senza rompere i coglioni, lei no.
    La mente vuole farla da padrone.
    È una primadonna la mente.
    Sale sul palco e con le sue seduzioni vuole convincerci che è lei la vita.
    Lasciala danzare, recitare, cantare su quel palco.
    È un problema suo.
    L’importante, se vi è qualcosa di importante, è vedere il balletto, sorridere, applaudire ma essere capaci di girarsi dall’altra parte.
    Basta, adesso mi hai stancato, io non sono te.
    Non sono solo te per meglio dire.
    Quel sapersi voltare dall’altra parte, è una disconnessione che crea una frizione, uno spazio tra te e la tua mente.
    In quello spazio affiora l’essere, la propria irriducibilita’ alla mente e il proprio essere coscienza in manifestazione.

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  2. il dolore durante la seduta ti fortifica,
    che sia alla schiena ,alle ginocchia o alle gambe lascia che penetri in te ,esso tornerà fuori come forza al momento opportuno.

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  3. Considera che la “fragilità” è costitutiva del sentire, come tu dici occorre allenamento e disciplina per non perdere il contatto con quella parte profonda di sé, per non perdere l’ascolto di quella nota di fondo che accompagna il divenire.

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  4. Non so quanto siano utili profumi o lumi accesi per distogliere il pensiero.
    Anzi forse dei piccoli appigli per la mente.
    Ma è quel tornare a zero mille volte con costanza, senza giudizio.

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  5. Grazie Mariela per questa testimonianza, ma stare in zz, questa è la mia esperienza, non si impara una volta per tutte. Come dice Elena occorre essere vigili ma ci saranno giornate in cui la quiete della mente è tangibile, altre in cui il turbinio la fa da padrone.
    Ma niente è tolto all’atto in sé.
    Ogni seduta di zz è ciò che .

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