Tenzo Kyokun: lo Zen da un solo sapore [12.4]

(Testo complesso, la chiave interpretativa nella ristesura libera di Jiso, a fondo pagina. Ndr)
In seguito, ho visto che Xuedou[1] ha dato dimostrazione ai monaci con i seguenti versi:
Il segno uno, il segno sette, il segno tre, il cinque
le diecimila immagini fino in fondo esaminate, nessun punto di appoggio.
Nella profonda notte la bianca luna scende sul vasto mare scuro,
se stai cercando la perla sotto il mento del dragone, in abbondanza è concessa.

Quello che il tenzo mi ha detto l’anno scorso e quello che Xuedou ora esprime, concordano l’un l’altro reciprocamente. Comprendo sempre più che quel tenzo è una vera persona della via.

E dunque, quello che ho considerato finora dei caratteri è uno, due, tre, quattro, cinque, quello che ora vedo dei caratteri è anche sei, sette, otto, nove, dieci.

Voi discepoli futuri, da qui esaminate esaurientemente lì, da lì esaminate esaurientemente qui, se applicate in questo modo il vostro ingegno ed energia, allora dai caratteri ottenete fino in fondo lo zen di un solo gusto.

Se non fate così, sarete sopraffatti dal veleno dello zen dai cinque sapori[2], e qualora dobbiate preparare il cibo per i monaci, non sarete in grado di avere la mano adatta.
(Versione letterale dal giapponese inedita di J.ForzaniScarica il testo con le note)

[1] Xuedou Chongxian (jap. Secchō Jūken) 980-1052 autore di una compilazione di cento “casi antichi” a ciascuno dei quali aggiunse propri versi di commento, che sono all’origine del Biyan Lu (Hekigan roku – Resoconto della Roccia Blu) composto nella forma attuale da Yuanwu Keqin (jap. Engo Kokugon)1063–1135.

[2] ichi mi zen – lo zen dal gusto unico go mi zen lo zen di cinque gusti. Contrapposizione fra una visione e una pratica unitaria e coerente, disinteressata e riconoscibile, e un insegnamento e una pratica che muta orientamento, modalità, tenore, intensità a seconda delle circostanze e dell’interesse personale.


[Paragrafo di] 12. In seguito ho osservato alcuni versi di Setcio[1] che egli indirizza a un monaco:
Il segno uno, il segno sette, il segno tre e cinque,
se  investighi tutte le forme dell’universo esse non hanno fondamento.
Nel cuore della notte la bianca luna reclina sul vasto  mare.
La gemma nella fauce del drago nero che cerchi di ottenere
è profusa in abbondanza.

Il punto manifestato l’anno precedente dal tenzo e quello indicato ora da Setcio si rispecchiano l’uno nell’altro e corrispondono. Infine ho così constatato che quel tenzo era un vero uomo della via.

[Paragrafo di] 13. Ecco, i caratteri osservati finora sono: uno, due, tre, quattro, cinque; quelli che osserviamo oggi sono: sei, sette, otto, nove, dieci. I fratelli che verranno dopo di noi, devono da un capo vedere l’altro capo, devono da questa sponda vedere quella sponda.

Metti in atto il tuo ingegno così; allora avrai raggiunto lo Zen genuino espresso dai caratteri di: “lo Zen da un solo sapore”.
Se no, ti verrà addosso da tutte le parti il veleno dello Zen confuso, espresso dai caratteri di: “lo Zen da cinque sapori”. Nel qual caso non hai ancora ottenuto la mano che con gusto prepara il pasto dei monaci.
(Versione del volume “E. Dogen, La cucina scuola della via, EDB, 1998”)


[Paragrafo di] 12. La conferma del fatto che quell’uomo era realmente una persona della via la ebbi quando mi imbattei in una poesia del maestro Setcio che dice:
Ogni cosa è se stessa nella forma in cui si esprime / non c’è nulla di altro a sostenere le cose. Al termine del suo cammino, ogni cosa torna dove si è generata. / Il tesoro prezioso che cerchi, difficile da ottenere, è in realtà ovunque, senza limiti.

[Paragrafo di] 13. Allora c’è sempre progresso sulla Via. Chi viene dopo di noi, parte da dove noi siamo arrivati. Dobbiamo essere all’altezza di questo impegno: allora sì avrai raggiunto il modo di essere descritto dalle parole Zen da un solo sapore: sarai come il sale, che sciogliendosi, esalta, con il suo gusto unico, il gusto di ogni ingrediente e dell’insieme.

Zen di un solo sapore indica che la pratica religiosa è perfettamente amalgamata con la vita, al punto che è impossibile separare l’una dall’altra o riconoscere il sapore religioso distintamente dal sapore della vita.

Se nel nostro agire si sente sapore di Zen, sapore di religione, come qualcosa che si aggiunge al gusto complessivo, è come quei cibi il cui gusto rimane in bocca anche dopo parecchio tempo: roba indigeribile, per gradevole che possa essere quel sapore.

Infatti parlando di veleno dello Zen dai cinque gusti, intendiamo tutti i tipi di Zen che lasciano traccia.
I cinque sapori Zen sono:

ghedo zenZen fuorviato, eretico, lo zen operato con metodi e finalità che non hanno a che fare con il cammino, con la Via; 

bompu zen – Zen mediocre, che ha come fine il benessere, la felicità, la salute, cioè usato per interessi limitati e personali;

shojo zenZen del piccolo veicolo, che ha come fine il perfezionamento spirituale individuale;

daijo zenZen del grande veicolo, che ha come fine il bene proprio e altrui, la salvezza di tutti gli esseri;

saijo zenZen insuperabile, oltre ogni fine e scopo particolari.

Ebbene, anche le forme sublimi di Zen, se lasciano traccia, se non si fondono con la vita quotidiana senza lasciar residui, sono alla fine un veleno da evitare.   
(Ristesura in forma libera e commentata di Jiso Forzani: dal volume citato)  

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10 commenti su “Tenzo Kyokun: lo Zen da un solo sapore [12.4]”

  1. Finché mettiamo scopo nella pratica, quindi nell’agire quotidiano, ci nutriamo di veleno inquinante.
    Solo il senza scopo, il senza fine apre al Reale

  2. “Chi viene dopo di noi, parte da dove noi siamo arrivati. Dobbiamo essere all’altezza di questo impegno: allora sì avrai raggiunto il modo di essere descritto dalle parole Zen da un solo sapore: sarai come il sale, che sciogliendosi, esalta, con il suo gusto unico, il gusto di ogni ingrediente e dell’insieme.”
    Questa traduzione , mi infonde tenerezza e commozione.

  3. La vita è qui adesso.
    Non c’è altro da ricercare.
    C’è da stare nell’agire.

    Semplice a un certo punto. Elementare.
    Eppure prima era insormontabile.

  4. A Mariela
    Il sapore unico in realtà è un senza sapore, ovvero senza contaminazione alcuna di finalità soggettive.
    Allora i fatti sono solo fatti, le pietre solo pietre, il pane solo pane, un gesto solo un gesto.
    In questo essere di ogni cosa solo quello che è, senza aggiunta, si manifesta la natura originaria dell’esistente, il Ciò-che-È diremmo nel Sentiero.

  5. Se ho ben capito il punto è: esistono varie declinazioni dello zen, tuttavia sono declinazioni che hanno a che fare con l’identità che cerca vantaggio nella pratica. Lo zen è la via e la via è zen dove tutto ha un sapore unico.

  6. “Zen di un solo sapore”. È come affermare che la Via sono gli occhi con cui si vede e sente la vita.
    La traduzione di Forzani ha generato commozione.

  7. Il brano originale è complesso ma J. Forzani lo ha reso accessibile alla comprensione. Lo zen deve essere tutt’uno con la vita, non scisso o giustapposto a essa. Finché da una parte c’è lo zen, dall’altra c’è la vita, non si è nella Via.

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