La volontà di Dio nel quotidiano

Gv 4,34
Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua.
Dunque: “Mi nutro del servire la volontà di Dio”.

Dacci oggi il nostro pane” (Mt 6,11), ovvero mettici nella condizione di avere fame della Tua volontà, e di saziarci attraverso l’esercizio di essa.

Che forma assume la volontà di Dio nel mio quotidiano?
Cosa chiede Dio a me?
Ciò che vivo ferialmente, quanto può essere lontano dalla volontà di Dio?
Non essendo io altro da Lui, come può esistere una mia volontà e una Sua?

Comincio dall’ultima domanda e forse rispondo anche alle precedenti.
Nella logica dell’Essere è chiaro che esiste una sola volontà.
Nella logica del divenire, l’esercizio di una mia apparente volontà, di quella che a me sembra la mia volontà, mi può condurre lontano da Dio?

Sempre nella logica del divenire: se tutto lo sperimentare è funzionale all’ampliamento del sentire di coscienza, e se l’ampliarsi della coscienza altro non è che l’affermarsi della consapevolezza che tutto-è-Dio-e-in-Dio, allora ciò che sperimento altro non è che il “progetto di Dio” su di me, la forma che la volontà di Dio assume nel manifestarsi nella forma che chiamo mia e della mia vita.
Se così è, anche nel divenire mai posso essere separato dalla volontà di Dio.

Questo mi sembra affermare la logica, ma non le nostre menti, perché?
Perché le menti non conoscono il Reale, il loro fine è creare l’illusione della separazione.
Nella mente sono separato, irrimediabilmente.
Nel sentire sono Uno, senza alternativa e senza il libero arbitrio che tanto piace alle menti: posso solo la volontà di Dio.

Che forma assume la volontà di Dio nel mio quotidiano?
La forma dell’ordinario, di ciò-che-è.
Tutto ciò che accade e che non accade è volontà di Dio.
Ciò che accade lo crea la mia mente? Perché la mente di cosa è frutto se non di Dio?
Lo crea il desiderio, il bisogno, la paura? Non sono essi forma del Dio vivente?

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, già la conosci tutta.
Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.

Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora
per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
Se dico: «Almeno l’oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.

Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.

Nel quotidiano non c’è via d’uscita alla totalità del Dio vivente che È la vita che chiamo mia: per fuggirne debbo identificarmi con i processi, scendere nel ruolo della vittima, dirmi cose che non appartengono al sentire, ma al contenuto di una mente umana.

Per separarmi dalla consapevolezza permeante e totalizzante della volontà di Dio, debbo esercitare violenza sulla natura di quell’esistere che chiamo mio: qui non parliamo di quelle mille piccole cadute proprie di un umano, ma di quel risiedere nell’Essere simile all’imponenza di una quercia millenaria che è stabile e certa nella sua permanenza, nel suo equilibrio, nel suo stare nell’Essenziale oltre il tempo.

Quelle mille piccole cadute sono come gli uccelli che entrano ed escono dalla chioma della quercia, come i topi che fanno la cova tra le sue radici, come il picchio che estrae le larve dal suo tronco e dai suoi rami.

Ora, sono consapevole di quanto sia equivocabile ciò che dico, di quanto le menti possano trovare scusanti, di quanto io sembri sottovalutare tutta l’importanza del divenire frutto della volontà umana, delle prove generate da essa e non, apparentemente, dalla volontà di Dio.
E sono consapevole anche di quanto, ad alcuni che sarebbe bene non leggessero queste righe, tutto questo sembri demotivante e intriso di fatalità.
Ma non posso ripetere sempre ciò che dico da un decennio, del divenire ho già parlato e credo basti.

Viene una stagione in cui non si guarda più la realtà dal punto di vista del divenire, ma da quello dell’Essere, dal verso della volontà di Dio come unica volontà esistente.
Questo cambia ogni percezione, ogni priorità, ogni necessità.


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18 commenti su “La volontà di Dio nel quotidiano”

  1. E se anche ” per fuggire alla volontà di Dio debbo identificarmi con i processi, scendere nel ruolo della vittima, dirmi cose che non appartengono al sentire, ma al contenuto di una mente umana ” non fa parte anche questo della sua volontà? Certo questo movimento mi fa apparentemente sperimentare la separazione, lo sradicamento e l’immagine della quercia è un desiderio più che una realtà. Eppure sento che tutto, davvero tutto, è parte di questo immenso sogno di Dio che gioca nell’esplorare se stesso.

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  2. Comprendo perfettamente che noi siamo la volontà di Dio, nella volontà di Dio, perchè non siamo altro da Lui.Tuttavia la mente interviene e vorrebbe che la Sua volontà sia identica alla mia. Chiedo costantemente di essere guidata sulla via della vita e di essere sostenuta dalla Sua destra, tuttavia mi prende un senso di vero smarrimento quando penso alla impermanenza ultima quella che può accadere quando meno ce lo aspettiamo.

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  3. La quercia simbolica che citi, nella sua stabilità e maestosità, l’ho incontrata ieri nella foresta di Sherwood. Simbolo potente!

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  4. Qualche settimana fa, quando Paolo introdusse il lunedì del sentiero con riferimenti alla duplice volontà di cui trattasi, avevo posto la questione qui sviluppata di cui ringrazio.
    Dal punto di vista pragmatico, terra terra, quel dire sia fatta la “Tua volontà” lo riferisco alle situazioni quotidiane in cui la “mia” volontà indurrebbe a scegliere il più facile, il meno faticoso, ecc. Mi sovviene allora che per salire sulla croce, qualcosa di più ampio guida le nostre scelte. La mia volontà sarebbe quella di sfuggire al patibolo, la Sua quella di salirvi, non per masochismo ma per atto di amore…

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  5. Possiamo manifestare e vivere il livello a cui siamo e tutto il palcoscenico assumerà la forma di quel sentire. Quando vedo il mio livello provo tenerezza compassione e dolore per una tensione che è altro dalla rappresentazione della scena.

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  6. Vedo gli uccellini volare
    Via dai rami per poi farne ritorno…
    Vedo i topi nascosti nella radici concave…
    Vedo il picchio sfamarsi con i vermi…
    Poi sento la potenza della sua stabilità
    La sua maestosa centratura
    Il suo possente risiedere
    Stabile…
    Radicato nelle profondità della terra…
    Rimango abbagliato guardando i suoi grandi rami che tutto coprono tutto placano
    Anelo anch’io a essere quercia
    So con fermezza dove porta la sua via.

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  7. Tutto è Uno. Tutto è parte del progetto di Dio. Ho sperimentato il senso di separazione ed è stato il perido più devastante. Mi chiedo se fosse necessario, se rientrasse anch’esso nel disegno di Dio o se avessi potuto evitarlo o se tutto fosse necessario per giungere a determinate comprensioni. È evidente che questa è la chiave, ma non sempre facile da comprendere ed accettare.

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