Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il ciclo del vivente che da amore torna ad amore

“Tu creatura, chi sei?
Tu sei ciò che dai agli altri
Tu sei la compassione che sai donare a chi sta soffrendo.
Tu sei la dolcezza che trasmetti a chi è amareggiato
Tu sei il sorriso che porgi a chi è infelice
Tu sei tutto quello che di te agli altri arriva
Tu sei
Tu, da solo, non sei nulla, creatura
Tu sei
Tu sei gli altri oltre che te stesso.
Tu sei
Tu sei in me, figlio mio
Tu sei.”

Questo testo di Scifo, Cerchio Ifior, contiene in sé una grande ricchezza non facile da declinare e da esporre.
Il testo è ritmato da un “Tu sei”, quindi da una affermazione d’essere che in sé non è qualificata da altro che da quello che dal “Tu sei” transita verso l’altro da sé.
Ciò che qualifica il “Tu sei” non sono le caratteristiche peculiari di quella personalità e individualità, di questo Scifo non dice niente sottintendendo semplicemente che ciascuno è quel che è e c’è poco da aggiungere su questo.
Il pianeta è abitato da 7,5 miliardi di persone (tra trenta anni saremo 9,8 miliardi) e ciascuna è ciò che è, una sfumatura del possibile: 7,5 miliardi di sfumature.
Possiamo aggiungere che ciascuna di quelle sfumature ha un valore esclusivo in sé, che è declinazione di un grado del sentire assoluto; possiamo dire che la realtà non sarebbe quella che è se solo una di queste sfumature mancasse.
Possiamo dire molte cose per affermare una peculiarità del nostro esserci ma, a me, questo tentativo sembra patetico.
Scifo mette in evidenza ciò che dal soggetto, dal “Tu sei” affluisce all’altro, dunque ciò che viene donato, ciò che è apertura gratuita, moto d’amore.
Il “Tu sei” viene qualificato solo ed esclusivamente dalla sua capacità d’amare.
L’origine di quell’amore è nel “Tu sei”? In altri termini, l’amore è tuo, sorge da te, ti appartiene e lo doni?
O l’amore ti attraversa come soggetto e come individualità, e sorge prima di te e conduce oltre te?
Se così è, e lo è dal punto di vista di chi scrive, allora l’amore in nessun modo appartiene, è prerogativa, è qualificazione del soggetto: esso, l’amore, è realtà dell’essere che si dispiega e diffonde attraverso canali-di-comunicazione, veicoli-di-tramissione, strumenti-di-decodifica che noi chiamiamo persone ma che tali non sono più nel momento in cui divengono semplici trasduttori di qualcosa che ricevono e donano.
Se andiamo a vedere la natura profonda del reale così come si configura nell’ottica dell’amore, ogni centro di coscienza altro non è che centro d’irradiazione d’amore: ogni relazione tra umani altro non è che la diffusione di quel principio di base che chiamiamo amore e che performa di sé l’intera realtà.
Potremmo dire che vivere altro non è che quella comunicazione, quella trasmissione che avviene nella più completa fluidità in assenza di identificazione con la propria soggettività e diviene invece fatica ed attrito quando l’identificazione è alta.
Potremmo anche dire che quel “Tu sei” non sta ad indicare “Tu sei questo”, ma semplicemente “Tu sei” seconda persona singolare del verbo essere senza altra declinazione e attribuzione.
Tu sei l’infinito essere” quando il principio dell’amore ti attraversa e non lo condizioni con alcun tornaconto: lo doni declinandolo secondo le possibilità della tua natura e così completi il ciclo del vivente che da amore torna ad amore.


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  1. Grazie.

  2. Grazie.

  3. Come compendi però l’amore imprescindibile direi, verso sé stessi?
    Anche proprio a livello di cura della propria persona, salvaguardia del proprio equilibrio psico-fisico?
    Direi, anche questa una forma d’amore, che non necessariamente va sempre verso l’altro ma va verso se’.
    Grazie.

  4. Due sollecitazioni mi sorgono:
    – mi viene in mente il canto “Io non sono nulla”, che a un certo punto dice: eppure senza di me… Frase che sembrerebbe affermare una peculiarità del nostro esserci;
    – se la realtà non è altro che dispiegamento dell’amore, è gioco forza intendere tutti quegli atteggiamenti e azioni, che poco o nulla hanno a che fare per lo meno con l’idea che noi abbiamo di amore, come il risultato di una distorsione identitaria di un impulso che è comunque impulso d’amore.
    Grazie

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