Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’oggetto del proprio amore non può che morire

Mi è capitato, una mattina, di ascoltare in un paio d’ore il nome di Gesù decine di volte. La persona che pronunciava quel nome di certo ama, secondo il proprio sentire, quella dimensione di coscienza e d’esistenza che chiama Gesù; su questo non ho dubbi.
Nel confronto con la mia esperienza mi sorge qualche perplessità: nel tempo ho visto morire l’amore pronunciato, dichiarato, affermato.
Non solo, ho visto morire ogni interesse mio e ogni adesione mia che, nello scomparire, hanno lasciato il passo non all’apatia o alla disillusione, ma all’accoglienza neutrale (che non significa piatta, ma non condizionata).
Posso dire, oggi, di amare qualcosa, io, inteso come identità? No, in me come portatore di nome,  l’esperienza che comunemente chiamiamo dell’amore, non accade.
Accade un’altra esperienza: l’amore sorge indipendentemente da me; l’amore ama e non si cura di me; non tiene in conto me,  mi attraversa come il vento una finestra aperta.
Così essendo, non posso io, come identità, pronunciare il nome dell’amato/a, mi è impossibile.
Non solo, se lo facessi sento che sarei ipocrita e, forse, anche idolatra.
Comprendo che là solo dove io non esisto come identità, c’è amore, e che questo non ha necessità alcuna di pronunciare nomi, o di affermare il suo esserci: essendo natura di ogni cosa, non chiama e non dichiara se stesso.

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  1. Ciò che sto per scrivere viene dall’ambito Cristiano. Una monaca mi diceva sempre : ” dove c’è Io non c’é Dio ” uno slogan che diventa vita nelle tue parole e in coloro che le hanno comprese…

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