Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Attraversare consapevoli il deserto interiore

Rispondo qui ad una amica e sorella nel cammino: sono temi di una discussione privata ma così universali che ciò che dirò a lei è bene che sia ascoltato anche da altri.

“Mi sono accorta di non riuscire ad immergermi nella lettura. I concetti che prima mi riempivano, condividevo e in cui mi ritrovavo, adesso restano in superficie, non scendono in profondità.”
Viene in momento in cui non si tratta più di indagare e studiare, ma di vivere, di dedicare le risorse interiori all’esperienza che, attimo dopo attimo, viene.
È come se la mente non recepisse più i contenuti, un logoramento glielo impedisce.
Inutile e controproducente insistere: la soluzione è assecondare, alleggerire la mente e semmai coinvolgerla in letture leggere, dedicarsi alle piccole incombenze quotidiane, coltivare lo stare senza appesantirlo dei suoi significati, delle interpretazioni possibili e dei simbolismi verosimili: stare e basta.
Questo atteggiamento permetterà un riequilibrio interiore: la disposizione ad indagare, cercare, investigare cederà il passo e questo alleggerirà l’intero sistema. In un altra stagione, naturalmente, tornerà quella disposizione alla ricerca, essendo parte del disegno della persona.
Si tratta quindi di estrarsi transitoriamente dal processo di indagine col quale si è stati profondamente identificati e che ha contribuito a caratterizzare l’immagine di sé e il proprio cammino esistenziale.
Si tratta anche di estrarsi da un sistema di gestione e di controllo: indago e conosco, dunque so, dunque posso controllare meglio: lo sconosciuto, l’inesplorato, il non ricondotto a schema, il non giudicato e parametrato ci inquietano e troviamo sicurezza nel processo del conoscere e precarietà e instabilità nell’affacciarci sull’ignoto.
Questo, in particolare, quando l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi è precaria e soggetta a conflitto.
Il deserto interiore è caratterizzato dalla dominanza dell’ignoto: è deserto proprio perché scompare il noto e si presenta un mondo che non conosciamo e non controlliamo, per cui non possediamo strumenti di orientamento e di discernimento.
È un mondo vasto, quello del deserto, e richiede disponibilità all’ascolto, all’osservazione, al lasciar fluire, al non prendere di petto le situazioni, al piegarsi senza sosta, al sintonizzarsi con la nota più profonda che sorge da quel silenzio interiore che a volte ci angoscia, altre ci ammalia.
La persona che attraversa il deserto interiore è scaraventata nel silenzio: di sé, delle pretese, degli interessi, delle speranze, delle illusioni.
Scompare un mondo e con esso aspetti della propria identificazione e della propria immagine; scompaiono l’interesse e la fascinazione per il nuovo ed è dura confrontarsi con il silenzio del proprio canto narcisistico.
Non riusciamo più ad alimentare il processo di edificazione della realtà funzionale alla nostra gratificazione e giustificazione: il deserto segna l’inizio della fine della nostra centralità e scatena la più profonda ribellione.
Così è, buon lavoro.
(Se cliccate sul tag “deserto” troverete le molte cose che abbiamo scritto sull’argomento)

 «Mi rispondi “Ecco allora c’e’tutto un mondo che muore, ma la tua mente lamenta il morire e non accetta il nuovo che la spiazza e la costringe a guardare con occhi nuovi.”
Il fatto e’ che io non vedo il nuovo. Tu parli di deserto, a me viene la similitudine di una zattera senza ormeggi.

La paura e’ di non trovare approdo e di andare alla deriva. Se non si apre una breccia che mi fa intravedere cosa c’e’ oltre, come posso lasciare l’appiglio?
E’un circolo vizioso che devo imparare a dipanare: se non lascio il vecchio non può esserci il nuovo, ma la mente mi allerta mi racconta che non e’ detto che io trovi ciò che cerco.
Tutto questo si traduce in insicurezze, paure di perdere quel poco acquisito e di essere di nuovo scaraventata nel caos.» (Evidenziazione del redattore)
“Se non si apre una breccia che mi fa intravedere cosa c’e’ oltre, come posso lasciare l’appiglio?”: questo è il cardine su cui ruota senza fine la porta girevole di certi passaggi esistenziali.
La persona teme di perdere il controllo e il suo affidarsi è parziale, compromissorio, pieno di se e di ma.
È necessario vedere la pretesa del controllo, analizzarne l’origine (molto spesso in una fragile immagine di sé), disconnetterla: se non si disattiva quella pretesa si continua a girare in tondo.
Quando quella pretesa, con le sue cause, è stata affrontata e depotenziata, allora la fiducia è l’unica possibilità: non la fiducia che consiste nel lanciare il cuore nel mezzo di una siepe, ma la fiducia che sorge come esperienza intima e profonda e che è sempre esistita, ma mai l’abbiamo vista perché tra noi e lei c’era il muro della pretesa del controllo e della negazione di sé.
La fiducia è il nuovo: il nuovo non è l’accadere di fatti straordinari, o mai prima sperimentati; il nuovo è vedere i fatti della routine quotidiana con occhi nuovi e questo “miracolo” lo opera l’esperienza operante e pervadente della fiducia che trasforma il nostro paradigma alla radice e affida la nostra esistenza alla certezza che tutto ciò che accade è per noi, opportunità e dono non dubitabili.
Sorretti da questa fiducia possiamo mollare gli ormeggi e affidarci al mare: certo, la mente tornerà a instillarci paure, ma avremo le forze per vederle e gestirle.
L’esperienza del mare aperto irrobustirà la nostra adesione a quella fiducia, l’una nutrirà l’altra. OE26.4


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  1. Caro Robi, questo è l’ennesima volta che mi identifico con chi ti pone questioni. Forse è perchè siamo tutti su un cammino comune, ma la cosa mi stupisce ogni volta. La difficoltà ad entrare a fondo nei concetti di ciò che leggo, la ricerca di risposte che non ne vuol sapere di mollare, la difficoltà ad affidarsi a ciò che è e vivere il quotidiano. Non ho mai pensato a me come ad un controllore, ma ora un dubbio (e forse anche più di uno…) mi viene! Grazie Robi delle tue risposte e grazie anche all’amica di turno che meglio di me mette a fuoco un altro quesito.

  2. Il deserto si riaffaccia al rompersi di una certa interpretazione di sè. Il passaggio da una lettura di sè all’altra comporta l’esperiemza del deserto. Penso che nella nostra vita abbiamo attraversato e attraverseremo diversi deserti ed ognuno di essi ci condurrà ad una visione di sè sempre più raffinata. Esiste un deserto ultimo? Forse alla fine delle nostre rincarnazioni.

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