Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La via interiore: gli occhi per vedere

Se non possediamo il senso della vista non abbiamo idea del mondo così come appare agli occhi fisici: certo, abbiamo altri sensi ben sviluppati, ma quando gli altri ci raccontano di certi colori, di certi orizzonti noi non abbiamo accesso a quella esperienza
Se mai abbiamo avuto la possibilità di vedere, credo si sia costituita nel tempo una ecologia interiore tale da poter gestire il dolore per quella mancanza: ma se per un periodo della nostra vita abbiamo potuto vedere e poi non più, allora l’impatto è davvero brusco e il ristabilirsi di un equilibrio interiore non semplice.
Esiste lo sguardo esteriore, quello garantito dal senso della vista, ed esiste lo sguardo interiore quello permesso dal sentire acquisito e dal paradigma conseguente.
Cos’è lo sguardo interiore? La capacità di vedere sé e il mondo come una immensa officina in cui ogni essere è e diviene, in cui ogni creatura testimonia la natura dell’Assoluto e conosce se stessa.
Affinché esista sguardo interiore deve essere tramontato lo sguardo della vittima: sguardo profondo e vittima sono incompatibili, la vittima non ha cognizione della vera dimensione del reale.
Lo sguardo interiore vede sé e vede la grande scena del mondo di cui coglie l’indirizzo e il mistero: mai sapremo dove va l’altro non essendo a noi accessibile la sua realtà; quello che ai nostri occhi compare non è l’altro reale, ma l’altro funzionale alla nostra realtà, tutto tranne che qualcosa di oggettivo, di reale.
Lo sguardo interiore è conseguenza diretta del sentire conseguito: prima di un dato sentire si è ciechi, ovvero non si conosce sé, né la realtà della vita.
La via interiore è la risultante dello sguardo interiore e della sua interpretazione: ciò che conosco, di cui divento consapevole e che vado comprendendo, è sottoposto a lettura ed interpretazione, a decodifica e sistemazione dei dati raccolti fino a costituire una sorta di paradigma personale che, prima o poi, incontra il paradigma e l’esperienza di qualcun altro che ci ha preceduto, o che ci affianca nel procedere.
La via interiore germoglia dunque dal sentire e si avvale della mente e dell’identità per leggere i processi propri, delle persone, delle comunità:
la via interiore è gli occhi con i quali guardiamo noi stessi ed il mondo.
Teniamo alla via e ai suoi occhi quanto teniamo ai nostri occhi fisici?
Non so, non so rispondere. Se domani non avessimo più quella capacità di penetrare la scorza del reale illusorio, cosa ne sarebbe delle nostre vite?
Possiamo tornare a considerarci vittime? Ad essere presunti carnefici inconsapevoli?
La via interiore è fondata sul sentire conseguito e quindi non è possibile tornare indietro: quando abbiamo una regressione, reale e non confusa con un momento di deserto e di disorientamento, significa che quella via non era saldamente conseguita, quello sguardo non era ancora radicato in profondità.
Se la via risulta dallo sguardo interiore e dalla sua interpretazione, quando cambia lo sguardo, cambia l’interpretazione e quindi anche la via: un dinamismo assoluto.
Ogni cosa, ogni giorno, ad ogni esperienza risulta quindi nuova: la via interiore produce meraviglia per questo, senso per questo, pienezza per questo.
Se la via è i nostri occhi per vedere, allora ciascuno saprà proteggere e consolidare il proprio sguardo e, se non lo proteggerà e consoliderà, sperimenterà la transitorietà di certe acquisizioni prima che divengano solide comprensioni.
L’acquisito non si perde ma, molte volte, ci illudiamo di aver compreso pur non essendo così: allora lo sguardo fino a quel momento acquisito e il paradigma utilizzato, anche se solo parzialmente compresi, comunque ci aiutano e ci indicano la via, ci permettono di rialzarci e di proseguire.
Le comprensioni di ciascuno di noi sono relative e imperfette, il paradigma e quasi sempre un balbettio ed esiste comunque la possibilità di un arresto, di una caduta: questo siamo, su questo appoggiamo, il compreso parziale è comunque la base per ulteriori comprensioni, non si impara una cosa per volta ma diverse simultaneamente.
Nessuno è perfetto e tutti gli sguardi e gli occhi e le vie sono limitati e relativi ma, non per questo, meno preziosi e meno importanti da custodire. OE3.5


Ricevi una notifica quando esce un nuovo post. Inserisci la tua mail:

 

Print Friendly
  1. Le frasi che mi sono maggiormente risuonate sono le stesse evidenziate da Luciana.
    La mente ogni tanto prova a riproporre la concezione della vittima ma la vedo e colgo la stonatura con il sentire profondo

  2. Posso solo ringraziare.

  3. “Se la via risulta dallo sguardo interiore e dalla sua interpretazione, quando cambia lo sguardo, cambia l’interpretazione e quindi anche la via: un dinamismo assoluto.
    Ogni cosa, ogni giorno, ad ogni esperienza risulta quindi nuova: la via interiore produce meraviglia per questo, senso per questo, pienezza per questo”.
    Mi sono soffermata a lungo su queste parole, non per cercare di capire ma per contemplare il senso che convogliano.
    Grazie.

  4. Rimanendo sulla metafora del lumicino, direi che il mio a volte si spegne, ma chissà perché prima o poi si riaccende sempre!

  5. Parole concrete e radicate, ma che danno respiri e infondono fiducia. Grazie roberto!

  6. Consapevole del mio limite, credo comunque che una volta intrapreso la via della conoscenza di sé, non si possa più tornare indietro. Ci sono e ci sono state, delle battute d’arresto, sicuramente, ma il lumicino non si è mai spento. Ogni volta che ho cercato, ho potuto attingere alla fiducia. Certo su questo non posso, né voglio adagiarmi. Anche se non sempre l’impegno è al massimo. Gli accadimenti della vita a volte mi distolgono. Spesso mi chiedo se questo accade perché non faccio le scelte giuste. Cerco di correggere il tiro non sempre è facile discernere. Grazie a te Robi e a voi amici, che mi date la possibilità di non perdere la direzione.

  7. “La via interiore è fondata sul sentire conseguito e quindi non è possibile tornare indietro: quando abbiamo una regressione, reale e non confusa con un momento di deserto e di disorientamento, significa che quella via non era saldamente conseguita, quello sguardo non era ancora radicato in profondità.”…

    “L’acquisito non si perde ma, molte volte, ci illudiamo di aver compreso pur non essendo così: allora lo sguardo fino a quel momento acquisito e il paradigma utilizzato, anche se solo parzialmente compresi, comunque ci aiutano e ci indicano la via, ci permettono di rialzarci e di proseguire.”

    …niente da aggiungere!
    Grazie Robi!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *