Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Vivere oltre l’immagine illusoria di sé

Dice un fratello nel cammino: “Ho desiderato essere davanti a tutti, essere sempre in prima fila ma mi rendo conto che quello non è il mio ruolo. C’ho provato ma, credetemi, tutto è così imprevedibile ed altalenante.
Le energie. I pensieri. Le motivazioni. I valori. Vento, vento forte, fortissimo e poi calma piatta.
L’essere umano cerca l’assoluto, la verità, la certezza. Ecco perché un uomo “sicuro” ha un grande fascino. Ecco perché chi mantiene saldo il timone nel tempo è un leader e ha un grande seguito.
Io non sono certo di nulla. Come foglia in balia del vento. Vado a destra, poi a sinistra, poi mi fermo e poi riparto.”

1- Là dove si manifesta il limite, si apre la porta delle molte possibilità che non insistono sul limite ma di esso colgono il simbolo.
Quando la vita sembra averci tolto qualcosa, in realtà ci ha fatto un dono: il nostro compito non è di focalizzarci su ciò di cui manchiamo, ma sulle possibilità che quelle mancanze evidenziano.
Qual’è il simbolo narrato dalle parole del fratello?
In nessun luogo definito dalla tua mente abiterai: non nel potere del mondo; non nella sicurezza e stabilità; non nella certezza e nella coerenza.
Si può vivere senza tutto questo? Direi che tutti viviamo senza questo, che la vita è vivere senza questo anche se la narrazione personale, almeno per alcuni, afferma il potere, la sicurezza, la certezza.
Fantasmi nel vento. Illusioni delle menti. Narrazioni effimere delle identità.
Non esiste alcun potere reale, né alcuna sicurezza di sé e alcuna certezza reali: esistono rappresentazioni di quegli assunti.
Ogni essere è fragile e procede per tentativi e prima lo ammette a sé e agli altri, prima getta le fondamenta della sua libertà.
Esiste ciò che spacciamo agli altri e al mondo, e ciò che siamo.
Esiste una rappresentazione che, alle volte, facciamo e crediamo nostra, prima di accorgerci della sua illusorietà: a volte, quella illusorietà, la scopriamo solo dopo trapassati.
Il procedere umano è complesso e benedetti sono coloro che non hanno medaglie sul petto. Faticano? Certo, in proporzione alle sfide del comprendere che sono in atto e dunque a volte molto, altre meno.
2- Il simbolo invita a guardare in profondità: 
2.1- Non è dato potere: siamo secondi, e dunque? Ai secondi è preclusa la vita? I secondi, i non accolti, i rifiutati, i non desiderati non hanno le possibilità di esperienza, di consapevolezza e di comprensione che a loro necessitano? Non diciamo fesserie.
Considerarsi secondi, leggere la realtà come colei che ci conferma nell’essere secondi, questo è il nostro problema. Nessuno è secondo a niente e a nessuno ma, se aderisce a questo narrato della sua mente allora è veramente secondo, l’indesiderato e il rifiutato. Ma non può incolpare altri che sé, per essersi in quel buco confinato. E, se vuole uscirne, non può che confidare su sé: fino a quando il programma interiore che lo condiziona reciterà che lui è secondo, la realtà che vivrà nel quotidiano confermerà questa sua subalternità: se vedrà il programma e lo sottoporrà ad analisi e disconnessione, allora esso perderà potere e presa e la realtà inizierà a confermare piuttosto che a smentire.
Ciò che viviamo è generato dalle comprensioni e dalle non comprensioni inscritte nel nostro sentire: nulla è oggettivo, tutto parla di noi.
2.2- Non è data sicurezza di sé: balbettando e incespicando andiamo nel mondo, e dunque? Cosa dovremmo fare, indossare l’abito dei sicuri di sé, degli sfrontati, di cosa?
Accettiamo di balbettare, conosciamone il modo, il tempo, i ritmi: impariamo a balbettare bene. Punto.
Poi non balbetteremo più? E perché mai? Balbettare il proprio sé nel mondo è una ricchezza, perché dovremmo perderla?
Non sapere chi si è è un capitale inestimabile, ci rende trasparenti, fluidi, creativi: a meno che noi non rifiutiamo tutto questo e lo vogliamo scambiare con il piatto di lenticchie delle certezze di sé.
Mi si osserverà che per poter giungere ad apprezzare tutto questo, è necessario aver costruito una immagine sana di sé. Concordo: ma le basi di questa immagine sana posso appoggiare sul non sapere chi si è e sulla piena accoglienza di questo.
Alla domanda: “Chi sono io?” non c’è alcuna risposta, non c’è mai stata e non ci sarà mai. Perché? Perché non esiste qualcosa che si possa chiamare con un nome, è solo una finzione, una rappresentazione, un artificio, una pura illusione.
Ci sono alcuni che possono perseguire quella illusione, come ci sono altri che si trovano a non poterla né perseguire, né conseguire: debbono imparare a vivere senza maschera.
Questa è la chiave caro fratello: imparare a vivere senza maschera, senza narrazione di sé.
2.3- Non è data certezza del procedere: di nulla sappiamo dire che è così, o cosà, e allora? Oggi ci sono le forze, domani no. Oggi c’è una spinta e una convinzione, domani no. Oggi ci sembra che quella cosa sia così, domani ci sembra cosà.
Oggi questo ci sembra giusto e vero, ma domani?
Si può vivere in balia, senza un ancoraggio al giusto e al vero?
Perché esiste il giusto e il vero?
O l’ancoraggio va cercato più a fondo, nel sentire, essendo l’ancora della mente e dell’identità, della morale, effimera e illusoria?
E si può dubitare anche del sentire? Certo, e lo faremo fino a quando il sentire non ci avrà inghiottiti, allora sarà dura dubitarlo.
La sfida che il nostro fratello si trova di fronte è quella di accettare di vivere oltre i codici del mondo e delle menti, oltre il conosciuto, il condiviso, il creduto: in quell’oltre si è soli e responsabili di sé e, avendo il coraggio di far pace con il proprio smarrimento, questo svelerà la sua natura e nella profondità di essa troveremo pace.
Non c’è nulla di ciò che appare alle menti: se al loro programma non aderiamo, allora affondiamo lo sguardo oltre l’apparente, lo scontato, il comunemente accettato, il recitato banale sull’esserci e il non esserci e impariamo a vivere senza paracadute e senza certezze, condotti dai fatti nel ventre della vita senza nome e che il nome sberleffa.
Accettiamo di essere scaraventati nello spazio indistinto e apprendiamo a fidarci di ciò che nell’intimo ci conduce: lì risiede la nostra unica certezza per lungo tempo dubitata dalla mente, finché non abbiamo compreso che il nostro non esistere come individui, è la base di ogni autentico esistere e allora i nostri dubbi saranno veramente finiti e la nostra fragilità e instabilità avranno spalancato ciò che da sempre contenevano e velavano: il Reale. OE,ID28.3


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  1. Il tema dell’identità incerta mi ha accompagnato fin dall’infanzia… Ancora oggi devo pensare prima di pronunciare il mio nome a chi me lo chiede. “Imparare a vivere senza maschera, senza narrazione di sé”… sì, questa è la chiave
    Le tue parole mi toccano nel profondo. Grazie.

  2. Grazie. Si tratta come sempre di ribaltare la prospettiva. Dal limite come mancanza di qualcosa al limite come porta di accesso all’oltre. Il difficile è avere sempre questa lucidità di sguardo, ma, come sempre, so che non c’è alternativa al cambiamento di prospettiva. Per cui non resta che rialzarsi ogni volta e riprendere il cammino.

  3. Un grazie anche da me; mi riconosco nell’analisi e nei commenti

  4. …grazie!

  5. Le tue parole Robi mi risuonano profondamente. Ho pensato per lungo tempo che la vita mi avesse posto al secondo, se non all’ultimo posto, parlo della mia situazione familiare. Il lavoro di una vita per conquistarmi un posto dignitoso è stato faticoso. Quando ho compreso che non c’è nessun posto da conquistare, nessuna posizione da difendere ed ho lasciato che si liberasse lo spazio dall’ingombro del mia identità, ho potuto aprirmi alla Fiducia. Allora è emerso quanto fosse illusorio l’intento di tutta quella fatica. L’identità a volte si duole, ne vedo il limite, la consolo con un sorriso. Un abbraccio.

  6. Cio’ che hai scritto mi risuona veramente …e ci sarebbe tanto da dire….forse un po’ di confusione da dipanare… Mi sembra che ci siano situazioni, momenti, fasi della vita in cui rimaniamo “secondi” o “ultimi”, nonostante i nostri sforzi. Allora ci sentiamo falliti, ci chiediamo cos’è che non va e perché la nostra popolarità/successo/fortuna siano diminuiti…
    “…Quando la vita sembra averci tolto qualcosa, in realtà ci ha fatto un dono: il nostro compito non è di focalizzarci su ciò di cui manchiamo, ma sulle possibilità che quelle mancanze evidenziano…..”
    Vedo, ora, l’importanza di essere “seconda”, di non essere sulla “cresta dell’onda”, il senso che questo può avere per me, il fatto che mi permette di osservare “il mio ingombro”… e le tue parole, Roberto, mi fanno venire in mente che “…il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo…”.

  7. Si, allarga il respiro.. Grazie.

  8. Quant’è difficile imparare ad abbandonarsi! Quando si pensa di aver conseguito un qualche risultato in questa pratica la vita ci pone davanti nuove sfide. Ma questa è la via.

  9. grazie davvero

  10. Grazie Roberto!

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