Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il vivere conduce all’unità

Dice Leonardo nel suo commento al Lunedì nel Sentiero: Non l’annullamento dell’io, la sua cancellazione: il suo venire meno significherebbe il venire meno del limite, ciò con cui continuamente siamo chiamati a conciliarci, in quanto porta dell’Assoluto. Piuttosto comprendere la vera natura e funzione del soggetto (del Divenire) nella sua danza con l’Essere.
Nel Sentiero non c’è la lotta, comune a tanti cammini spirituali, all’ego, all’io, all’identità: anzi, noi diciamo che una sana visione, interpretazione, manifestazione di sé è una condizione dalla quale non si può prescindere.
Ad una persona che ci incontra e che ritiene di avere ancora qualcosa da completare sul piano identitario, consigliamo di portare a compimento il processo della propria umanità e, quando quello sarà sufficientemente stabile – non concluso perché, in fondo, non lo è mai – allora potrà dedicarsi proficuamente a vivere con una certa leggerezza la danza tra Essere e Divenire che noi proponiamo.
Dunque non ci interessa il focus sull’identità, perché?
Perché se una coscienza ha realizzato quella rappresentazione che chiamiamo vita, se ha generato un portatore di nome, evidentemente da questo processo ha da trarre dei dati, ha da portare a compimento delle comprensioni.
L’identità non è un corpo, una realtà antropologica: è il secreto del processo incarnativo, della manifestazione della coscienza attraverso dei veicoli transitori nel tempo e nello spazio.
Come il vino è il risultato della vite e dell’uva, così l’identità è il frutto dell’incarnazione: certo, la vite e l’uva possono produrre anche il succo d’uva, ed anche l’incarnazione può maturare in una identità praticamente inconsistente, ma tutto ciò avviene a suo tempo.
Nel processo incarnativo di ogni umano, prima si genera l’immagine di sé e solo in seguito questa diviene trasparente.
In seguito quando? Quando le esperienze e le consapevolezze conseguite hanno prodotto il loro succo, le comprensioni.
Raggiunto un certo grado di comprensioni, ovvero una certa ampiezza di sentire di coscienza, la percezione di sé come soggetto muta, si stempera ed infine scompare.
Richiede tutto questo uno sforzo? Non nel voler scomparire, semmai richiede lo sforzo naturale che ogni umano mette nel vivere.
Al centro non c’è la volontà di scomparire, obbiettivo assurdo per un umano agli inizi del suo cammino esplorativo, c’è il vivere, lo sperimentare, il conoscere, il divenire consapevoli: il comprendere è la conseguenza naturale di questo, non ci si sforza per comprendere, viene da sé.
Più è ampia la comprensione conseguita, più l’incarnazione e il divenire in cui essa è inserita hanno prodotto frutto: più allora prende il sopravvento il reale. Non il “mio” reale, quello che è e basta colto nella sua essenza di fatto, slegato da qualunque colorazione una mente e una identità possano aggiungervi.
A quel punto la realtà perde la sua soggettività e diviene fatto e processione di fatti, nulla di personale.
Il soggetto si è stemperato fino a scomparire: il Divenire ha lasciato il posto all’Essere senza che qualcuno combattesse contro alcuno.
Dunque, per realizzare l’unità nelle proprie vite basta vivere; voi direte: “Vivere consapevolmente!” No, vi sbagliate, vivere e basta.
La vita ha una natura tale per cui il solo esperirla conduce all’unità col Tutto.
E allora perché una via interiore come il Sentiero? Per procedere, all’interno del naturale confluire nell’unità, con il minor tasso di dolore e di fatica possibili.


Se hai domande sulla vita, o sulla via, qui puoi porle.
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  1. Ancora grazie!

  2. Grazie Roberto. Per me è molto importante questa focalizzazione sul fatto che la volontà di scomparire non è al centro, ma che lo scomparire è il naturale sbocco del processo del vivere. Mi sembra che la volontà di scomparire sia sintomo del desiderio di fuggire dalle nostre responsabilità, dalle difficoltà che la vita ci propone. Quello che è un anelito alla fusione col tutto sul piano identitario diventa rifiuto delle implicazioni spesso dolorose dell’esperienza terrena e aspirazione nostalgica a tornare nel confortante ventre materno, un ritorno all’unità ma in senso contrario a quella che è la naturale evoluzione da ego ad amore, un ritorno al sonno della coscienza.

  3. Sì, grazie anche da me.

  4. Grazie!

  5. Grazie robi!

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