Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La ricerca del fuoco, del senso e il prendere atto

Il solo porre la questione dell’essere mette in risalto il condizionamento dentro al quale quotidianamente viviamo: senza sosta cerchiamo senso.
Per noi vivere non è prendere atto: è provare, è conquistare, è dover essere.
Siamo dei cercatori di fuoco, di qualcosa che ci scaldi e non ci faccia sentire l’angoscia di fondo della separazione e della solitudine.
Nessuno è fino in fondo pronto per l’essere, perché tutti abbiamo qualcosa da perdere e questo comporta difficoltà e resistenze inevitabili e naturali.
Bisogna guardare il contesto in cui la vita, la nostra coscienza, ci ha collocati: perché ci ha posto la sfida dell’essere? Perché ci chiede di tenere assieme essere e divenire?
Se ci ha collocati all’interno di un ambiente che si nutre di essere e divenire, allora può significare che, nella disposizione esistenziale, siamo pronti, nonostante le resistenze e i ritardi della mente/identità.
Altro non rimane da fare che osservare il cercatore del fuoco: colui/colei che aggiunge sempre qualcosa sulla realtà; l’atto interiore che ci porta a desiderare la gratificazione, a provocarla.
L’ansia che ci coglie quando il nostro orizzonte si svuota per un tempo più vasto di quello che concediamo al riposo.
Il timore viscerale delle mancanza di senso.
Si, non ha alcun senso, non c’è alcun senso.
Il soggetto condizionato dai suoi bisogni, ha la necessità di conferire un senso al suo vivere, ma la vita in sé, nel divenire, è solo accadere; nell’essere è semplice Essere.
Tutto il resto è quello che l’umano vi aggiunge sopra, è sua costruzione e sua illusione.
La ricerca del senso è la ricerca del fuoco, quella più profonda, quella ontologica: non c’è risposta, non c’è senso alcuno.
Dovremmo, prima o poi, guardare negli occhi la vita smettendo di raccontarci storie: quello che scopriremo sarà diverso da quello che ci attendevamo e richiederà un radicale cambio di sguardo e  di paradigma, ma non è il niente che le menti paventano, è, semplicemente, una alterità che non conoscono.
Se possiamo confrontarci con la reale natura di ciò che è, se ci avviciniamo alla sorgente delle vita e allunghiamo la mano intimoriti per bere di quell’acqua, un mondo si può aprire, vasto e tale da saturare ogni domanda, ogni ansia, ogni paura.
Ma c’è quella mano da allungare, quel crinale da superare: vedere il bisogno di fuoco che ancora ci condiziona e lasciarlo convivere con quella spinta a valicare, a trovare una risposta definitiva, ad affrontare e guardare a viso aperto l’illusione e i suoi colori ed aprirsi al non conosciuto che bussa e dichiara il proprio esserci.
Se bussano alla nostra porta vuol dire che c’è qualcuno che può aprire, non consideriamoci per sempre quelli non pronti.
Prendere atto: questa è la sfida. Imparare a prendere atto, a non aggiungere niente su ciò che accade.
Imparare ad ascoltare, osservare, accogliere, tacere.
Smettere di rincalzare il fuoco dei bisogni e delle aspettative e disporsi a stare nell’accadere dei fatti, nella presenza dell’altro che viene e che non è né adeguato, né inadeguato, è quel che è.
E’ un cammino lungo? Può darsi, e allora? Vogliamo contare il tempo, restare ad esso imprigionati magari illudendoci di controllarlo, di gestirlo?
O preferiamo stare sul piccolo fatto, alleggerendoci della sequenza dei fatti e delle loro interpretazione, ovvero delle sbarre delle nostra prigione?

Riservato a OE (ID: 11.1)


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  1. …ricercatore di fuoco… esatto. il mio “IO” mi dice che sono così, che devo ricercare chissà che cosa e che senso, ma sto provando ad “allungare la mano” e profumo del “ciò che è” senza aggiungere il colore dato dalla mente.
    Bellissima la trasposizione “Se bussano alla nostra porta vuol dire che c’è qualcuno che può aprire, non consideriamoci per sempre quelli non pronti” scalda l’anima….

    Grazie Robi..

  2. Grazie.

  3. Mi sono ritrovata in molte parole di questo scritto…perché sono un ricercatore di fuoco, continuo…E’ una ricerca che stanca, che non da’ tregua e che mi porta talvolta alle stelle e talvolta sotto terra, quando arriva forte la sensazione di mancanza di senso… Adesso il bisogno di fuoco convive con la spinta verso il prendere atto e verso al fiducia… “…Se bussano alla nostra porta vuol dire che c’è qualcuno che può aprire…”

  4. Bello!
    Grazie!

  5. La lettura, in particolare di questo articolo, facilita la calma dell’io che permette l’affiorare dell’essenza!
    Anna

  6. Nella routine del quotidiano mi è semplice accogliere la mancanza di senso. L’identità ricompare quando qualche problema si affaccia, allora riappaiono l’incertezza, lo smarrimento e le sollecitazioni della mente. Il tutto, però, ora si presenta in modo più blando.

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