Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La vita assorbita nella contemplazione dell’Assoluto

Come nella storia, ciascuno di noi tocca una parte dell’elefante e dice: “L’elefante è questo!”
Nella realtà, nessuno di noi conosce niente altro che particolari, aspetti dell’elefante /Assoluto.
E’ conoscibile l’Assoluto all’umano? Apparentemente no, per la semplice ragione che solo il sentire assoluto conosce se stesso, il sentire relativo conoscerà i gradi che gli sono accessibili data l’ampiezza delle comprensioni conseguite. Ma la questione non è così semplicemente risolvibile.
Il sentire relativo è tale finché non sente l’unione assoluta. Non finché è immerso nel tempo, perché una volta uscito dalla dimensione del divenire e del tempo, quel sentire sarà ancora relativo.
L’umano che abbia conseguito un certo grado di sentire e di consapevolezza di questo, tende lucidamente e consapevolmente verso la conoscenza, la consapevolezza, la comprensione dell’Assoluto.
Ai suoi occhi diviene evidente che conoscendo il divenire, conosce l’Essere.
Conoscendo l’umano, conosce l’Assoluto.
Contemplando il presente, contempla l’Eterno Essere.
Questo processo di conoscenza-consapevolezza-comprensione dell’Assoluto assorbe, ad un certo punto del nostro incedere quotidiano, ogni forza, energia, disposizione: la contemplazione della natura divina del reale diviene non il centro dell’interesse perché non è di interesse che si può parlare nella contemplazione, ma la totalità dell’atto del vivere.
La vita dell’umano viene assorbita nella contemplazione dell’Assoluto.
Il quotidiano è l’articolazione di quella contemplazione e non esistono il vivere e la contemplazione del vivere, esiste la dimensione dinamica della contemplazione che in sé racchiude e conduce a sintesi l’intero esistere.
Non l’io vivo, ma la vita vive infine ci attende.
Acquisisce centralità il processo dell’esistere depurato dal divenire e che dunque diviene Essere.
Attraverso il sentire, si apre l’accesso a stati dell’Essere che si sa relativi, ma della cui relatività minimamente ci si cura. Perché?
Perché l’accesso all’Essere non sottolinea il limite, ma il fatto in sé, l’Essere in sé.
Sebbene l’umano non possa che avere accesso a frazioni dell’Assoluto, la relazione con ciascuna frazione è esauriente in sé.
Solo l’identificazione con il divenire alimenta senza fine la frustrazione e la ricerca del suo superamento.
L’esperienza dell’Assoluto è, in fin dei conti, sempre esperienza assoluta.
La contemplazione ci porta all’interno di questa esperienza assoluta.


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  4. “l’accesso all’Essere non sottolinea il limite, ma il fatto in sé”: nell’essere dunque sono irrilevanti il limite, l’impermanenza, la relatività e la parzialità di ogni fatto, che sono tutti aspetti che appartengono al divenire. Ciò che appare è il fatto in sé, che apre verso l’Assoluto perché privo di qualsiasi connotazione.

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