Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La via, la pratica, il monaco

Dicevamo nel post di ieri che nessuno si libera da sé, il vivere ci libera. Se così è, e dal nostro punto di vista di questo non dubitiamo, la via interiore e le sue pratiche hanno la funzione di accompagnarci nel cammino quotidiano incontro a noi stessi, che avviene nelle molte officine esistenziali di cui il mondo è costituito e in alcune delle quali siamo immersi.
Se la prima ed ultima maestra è la vita; se ogni comprensione viene generata grazie alla relazione con l’altro da sé, allora sorge un problema di non poco conto:
che senso hanno i radicalismi di non poche vie interiori, le meditazioni estenuanti, i voti di vario genere, le molte discipline interiori cui si dedicano i praticanti?
Ho in mente le comunità monastiche cristiane dove uomini e donne sperimentano e vivono in comunità separate e dedicano non poche delle loro risorse alla gestione e al contenimento delle loro nature.
Penso alle sesshin nello zen, così tante ore davanti ad un muro, o ad altri ritiri come quelli di Vipassana.
Ha un senso tutto questo? Perchè una persona deve misurarsi con la castità se questa non è germogliata naturalmente nel suo animo?
Perché è necessario stare per tanto tempo nell’immobilità del’osservazione di sé?
Tutto questo ci agevolerà nel cammino? Sono pratiche disposizioni di gratuità?
Dicevamo ieri che non c’è modo di accelerare ciò che è reso possibile solo dall’ampliamento del sentire che deriva dalle esperienze che viviamo.
La pratica di gratuità è messa alla prova dalla presenza dell’altro: davanti a un muro, dopo dieci ore di zazen, se non c’è ribellione, c’è certamente quiete, ma quando poi, dopo, incontro il fratello o la sorella?
Comprendo stando in zazen? No, in zazen contemplo ciò che è. Comprendo nella relazione, grazie ad essa.
Zazen certifica ciò che è già compreso, lo fa emergere alla consapevolezza, chiarisce la visione, allena alla disconnessione ma, da solo, se il sentire non è maturo, non libera nessuno.
Vivere nell’ipocrisia di una falsa castità, aiuta? E come?
La mia impressione è che questo monachesimo sia morto e che pochi andranno al suo funerale. Ma la morte di questo monachesimo non è la fine del monachesimo, perché quello del monaco è un archetipo, in questo tempo e in questa cultura soffocato dall’incapacità di riforma e da una cultura di sé cieca ed ottusa, ma, come tutti gli archetipi che affondano nel ventre dell’Assoluto, non può che trovare altri e nuovi modi di manifestarsi.
Se il monaco è colui che cerca l’unificazione interiore, il monaco è in ogni essere umano ed è il destino di tutti.
Le forme attuali del monachesimo parlano di ciò che è stato e più non è: molte esperienze sorgono lontano dalle istituzioni monastiche e molti dei protagonisti nemmeno sanno di condividere la condizione esistenziale di monaci con altri, ma questo è, se dobbiamo restituire ai termini il loro significato.
La persona liberata dai lacci della cultura tradizionale, delle forme e delle sovrastrutture, lungo il proprio personale procedere, scopre il monaco in sé, quella dedizione senza fine e sempre rinnovata al processo di unificazione interiore.
Se alza lo sguardo, può riconoscere altri che dentro di sé quello hanno scoperto, e domani accadrà che questi e quelli sceglieranno, tra le tante opzioni, anche la vita comunitaria, ovvero la manifestazione consapevole della centralità del processo di conoscenza- consapevolezza- comprensione.
Altri scieglieranno la famiglia, anch’essa micro comunità e officina esistenziale; altri ancora propenderanno per procedere senza legami, imparando nelle molte officine degli affetti, del lavoro, della solitudine.
Il nuovo sorgerà più definito e vitale quanto più nell’intimo di ogni ricercatore diverrà chiaro che il futuro non appoggia sul passato ordinato dalle menti e dalle tradizioni che di esse, in alcuni aspetti, sono figlie, ma sul conseguito nel proprio sentire.
Questo non significa che le tradizioni vadano abbandonate alle ortiche, semplicemente vanno comprese nella loro essenza facendole divenire patrimonio del sentire e poi vanno lasciate.
Perchè torno e ritorno sulla figura del monaco? Perché lo scoprire in sé la vocazione all’unificazione interiore è fondamentale per dare chiarezza e consapevolezza al proprio procedere.
E perché mi occupo di un nuovo monachesimo? Perché tutti procedono insieme e più questo viene vissuto consapevolmente, più l’aiuto tra gli uni e gli altri è una benedizione che alleggerisce il cammino e lo rende fecondo: se un ricercatore non ha chiaro questo, manca di un tassello consistente di comprensione.
La tradizione che poco sopra ho detto che va superata, è anche patrimonio e si forma nel quotidiano delle esperienze: se queste non vengono comunicate e travasate, se i ricercatori non procedono nella fraternità e nella vicinanza, nella collaborazione e nell’amicizia, quando viene il deserto e l’accidia dove si attaccheranno? Dove guarderanno e cosa e chi li sosterrà nel momento dello smarrimento interiore.
I dilettanti della via, i ricercatori della domenica queste domande possono non porsele, ma le persone che al cammino della conoscenza dedicano la vita, se le pongono, e come!
Le forme del monachesimo tradizionale finiscono non di rado per oscurare la vocazione del monaco: lo scambio, la comunicazione, la vicinanza, il procedere insieme di oggi fondano la nuova tradizione che sarà cura, dovrà essere cura dei ricercatori stessi, far morire senza fine affinché da ogni morte venga generata una rinascita.


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  1. Via la polvere dalle tonache e spazio all’uomo vivo e vitale.

  2. Quanto è più bella la figura del monaco nel senso rappresentato. Scompare il grigiume, la polvere dalle tonache ed affiora l’uomo vivo e vitale. Grazie

  3. Nella vita spesso vivo e sento molte incertezze, paure e smarrimento…ma un punto è sempre stato chiaro ed evidente: la necessità inderogabile di procedere con altri fratelli di cammino.

  4. Ho sperimentato come la pratica della meditazione sia cristiana che lo zazen aiutano a trovare quiete della mente e a creare quel vuoto che fa sì che altro emerga, ma è poi nella relazione con l’altro, come dice Roberto, che verifico il compreso e il non compreso. Non avevo mai sentito affini a me le varie forme di monachesimo tradizionale, finchè, grazie a questo percorso, ho scoperto che in ciascuno c’è” il monaco in sè, quella dedizione senza fine e sempre rinnovata al processo di unificazione interiore” come recita il post. E’ un cammino che abbiamo iniziato a intraprendere ed è necessario viverlo insieme, nella relazione che interpella, smussa, corregge, accoglie. Da soli è facile smarrirsi.

  5. Grazie Roberto. I tuoi post quotidiani sono semi di consapevolezza che aiutano a tracciare il mio sentiero.

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