Tenzo Kyokun: la sacralità del preparare i pasti [11]

11. Una volta che la preparazione del pasto del mattino e quella del pranzo è stata completata secondo la norma, e il cibo è stato deposto sulla mensola, il tenzo indossa la stola, [1] stende il tappetino [2], prima di tutto si volta verso la sala dei monaci e acceso l’incenso fa nove prostrazioni, terminate le quali fa portare il cibo [nella sala dei monaci].

Per tutto il giorno, preparando i pasti, non trascorrere vanamente il tempo. Se c’è vero impegno nella preparazione, il fatto stesso di mettere in atto la tua condotta di per sé diviene l’azione che nutre a lungo il ventre santo,[3] e retrocedere il passo convertendo te stesso[4] è davvero la via della serenità della comunità intera.

Ora, anche se in questo mio Giappone già da lungo tempo si sente il nome del buddhadharma, eppure il discorso di preparare secondo la norma il cibo dei monaci, i nostri predecessori non lo hanno riportato, i nostri virtuosi antenati non lo hanno insegnato.

A maggior ragione, neppure in sogno hanno visto le nove prostrazioni al cibo dei monaci. Si dice da parte dei nostri connazionali a proposito del pasto dei monaci e della modalità di preparare il cibo dei monaci, che sia come quella degli uccelli e delle bestie. Questa situazione, davvero deve destare compassione, davvero deve destare tristezza. Come mai, come mai?
(Versione letterale dal giapponese inedita di J.ForzaniScarica il testo con le note)

[3] shōtai chōyō. Shō tai – il santo utero che avvolge e sviluppa il bodhisattva (Soothill 411); chōyō – continuare a incrementare il lungo nutrimento. Espressione che equivale a bodhisattva, la persona che nutre e fa crescere continuativamente con la propria vita il nucleo della buddhità. 

[4] taiho honshin (lett. indietreggia il passo, inverti il corpo) Si veda la ristesura in forma libera a fondo pagina, ndr.


10. Una volta che la preparazione del pasto è stata completata secondo la regola e il cibo è posato sull’apposita mensola, il tenzo indossa l’abito monastico (kesa), distende la stuoia di stoffa (zagu) e poi, rivolto verso l’aula dei monaci (sodo)[1], accende un incenso e si prosterna nove volte: terminato tutto questo fa partire il cibo.

Per tutta la durata del giorno e della notte, il tenzo si dedica a ciò che attiene alla preparazione dei pasti, senza lasciare trascorrere invano neppure un momento del giorno o della notte. Se discerni in modo autentico quando togliere e quando prendere, la tua stessa condotta e la tua stessa dedizione diventano opera del ventre santo, che nutre senza limiti. Converti il tuo corpo, gira il passo indietro: così tu divieni la strada della serenità per la comunità intera.

Ora nel mio paese, il Giappone, da molto tempo è possibile udire l’insegnamento verbale della norma della Via. Eppure, nessuno dei nostri predecessori ha scritto una parola che dica che preparare i pasti per i monaci è dare forma alla meravigliosa norma, né alcuno dei virtuosi che sono venuti prima di noi lo ha insegnato.

Per non parlare del rito delle nove prostrazioni: finora non è stato visto neppure in sogno. Penso che presso i miei connazionali il modo di mangiare dei monaci e il modo di preparare i pasti nelle comunità di monaci sia uguale al modo di nutrirsi degli uccelli e delle bestie. Davvero è una situazione che fa compassione. Davvero fa tristezza! Come mai?
(Versione del volume “E. Dogen, La cucina scuola della via, EDB, 1998”)

[1] Kesa (sanscrito kasaya) è l’abito del monaco, una stola di forma rettangolare, che si indossa lasciando scoperta la spalla destra e copre tutto il corpo, ancora oggi cucito secondo il metodo tradizionale che si tramanda dall’epoca di Sakyamuni Budda. É composto di lembi di stoffa cuciti insieme nel modo prescritto, in memoria dei pezzi di stoffa raccolti da Sakyamuni nel luogo in cui si bruciavano i cadaveri e da lui cuciti a formarsi l’abito dopo l’abbandono della casa e della famiglia. Zagu è un quadrato di stoffa su cui il monaco fa le prostrazioni o a volte si siede. Il sodo è una delle costruzioni principali del monastero tradizionale. In essa i monaci dormono, fanno zazen e mangiano. Ciascun monaco ha a disposizione un posto (tan) sopraelevato delle dimensioni di una stuoia (tatami – circa 90 x 180 cm) che è l’unico suo posto personale all’interno del monastero, oltre a un altro tan nello shu ryo.


10.   L’attività del tenzo non è un lavoro, nel senso in cui siamo soliti usare questo termine: anche il riposo, anche la pausa fanno parte di quell’attività, che non cessa mai. Se diventi davvero lo strumento di questa attività, allora il tuo comportamento stesso è uno con la sorgente da cui ogni essere trae l’energia che lo fa vivere.

Abbandona il tuo punto di vista, convertilo per mezzo della conversione concreta dell’uso delle tue energie, del tuo stesso corpo, che è ritornare all’origine, girarsi alla sorgente: allora, cessato il conflitto con te stesso e con il tuo compito, la tua pace si diffonderà all’intera comunità.

L’insegnamento religioso, orale e scritto, è diffuso ovunque in Giappone, e non c’è chi non lo abbia udito. Eppure, di tutte le parole che sono state scritte, non ce ne è una sola che dica che preparare i pasti per la comunità di coloro che seguono la Via è espressione completa del cammino religioso, e non un semplice servizio di supporto: quale maestro religioso insegna questo fatto?

A nessuno viene in mente neppure per sbaglio che l’offerta dei pasti è un’opera di devozione, per cui ci prostriamo prima di servirli. Il mangiare è visto solo come un riempire lo stomaco per poi fare altre cose più importanti, il preparare i pasti è visto solo come un’incombenza necessaria ma non elevata. Che tristezza!
(Ristesura in forma libera e commentata di Jiso Forzani: dal volume citato)  


13 commenti su “Tenzo Kyokun: la sacralità del preparare i pasti [11]”

  1. Ogni volta che leggo questo post,
    mi torna in mente i racconti delle nonne,
    erano solite preparare i pasti con pochissimi ingredienti!

  2. Da qualche tempo ho chiesto aiuto in cucina per quando sono assente ad una signora.
    Lei viene da un passato di macrobiotica, faceva la cuoca al punto, l’ho scoperto solo dopo.
    Mi colpisce la cura che mette in quello che fa, l’accuratezza nel preparare i piatti nel curarne anche la forma, il modo di presentarli.
    Ritengo sempre una benedizione mangiare del cibo eppure quando ne gusto la dedizione mi sembra che la vita sappia più di pane.

  3. “Allora, cessato il conflitto con te stesso e con il tuo compito, la tua pace si diffonderà all’intera comunità.”

    Le chiamo le due fasi della vita spirituale: la prima dedicata a sé, ego-centrata sulla risoluzione di alcuni nodi esistenziali; la seconda, compresa l’inconsistenza di ogni logica soggettiva del divenire, dedicata al tentativo di incarnare la logica dell'”essere a disposizione”.

  4. Se nel mentre ti disponi a preparare qualcosa che condividerai con altri (il cibo può essere metafora anche di altro che porta nutrimento), coltivi attenzione, dedizione, senza distrarti nei momenti di riposo, allora ogni gesto sarà espressione del Sentire.
    Tutti possiamo apprendere da questo atteggiamento.
    Per altri il cibo può essere un mezzo per soddisfare il bisogno del momento.
    Non comprende l’atto contemplativo che rappresenta.
    Queste sono l’espressione dei vari gradi di comprensione acquisiti.

  5. Comprendere che preparare il pranzo per i monaci è espressione completa del cammino religioso ci porta ad allargare il concetto in questo senso.
    Qualunque compito tu svolga, se compiuto con consapevolezza è espressione completa del cammino religioso.

  6. La dedizione e la presenza che il tenzo mette nel preparare i pasti è ciò che per qualsiasi lavoro e/o servizio va coltivato.
    La vibrazione che emettiamo, quella nota di fondo, passa attraverso il gesto, attraverso l’oggetto dell’azione.

    A volte mio marito mi dice “l’hai fatto con amore”. È questa la riprova che, anche a chi ,come lui, sembra essere lontano dalle riflessioni che in questi spazi prendono forma, arriva inequivocabilmente la nota emessa.

  7. Osservavo, preparando il pranzo, come per me sia più un’incombenza che un piacere. Poi ho letto questo messaggio…non ho capito molto con la mente ma ho sentito una risposta.
    Grazie un saluto a tutti voi

  8. Il livello di attenzione e consapevolezza nel compiere il gesto è proporzionale al livello evolutivo di chi agisce. Penso al fast food al junk food e ai tanti beveroni usati per pranzo da milioni di individui che, mentre trangugiano contemporaneamente telefonano parlando di affari e forse riuscendo anche a guidare l’auto fra una bestemmia e l’altra per il traffico.

  9. Il pasto come nutrimento della Vita.
    Il cibo sacro. L’uomo che piega la propria identità alla Vita.

    Ieri ho incontrato un contadino che ha raccontato a me e a mio figlio Federico la sua preparazione del vino malvasia come lo preparavano i nonni, gli anziani.
    Come una preghiera.

    La dedizione nel pulire l’uva. La dedizione a ogni fase, una dedizione lunga 12 mesi.
    La moglie è intervenuta spiegando che se un solo chicco marcio va nel tino tutta la produzione è poi guasta. E ha mimato la pulizia dei grappoli a uno a uno.

    E noi che compriamo, che distrattamente versiamo, consumiamo e infine gettiamo quello che resta nel bicchiere dell’ospite a fine serata come se nulla fosse.

  10. Post a me molto vicino visto che in questa fase della vita mi occupo di nutrizione e di tutta la parte “emotiva” che la circonda. La preparazione del cibo come “esercizio” di presenza e gesto d’amore verso se stessi e i commensali. Dov’è la nostra mente mentre prepariamo svogliatamente il cibo e lo trangugiamo come “bestie” affamate? Come può Nutrirci un mangiare così disattento? Stiamo mangiando il cibo o le nostre emozioni?

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