Tra identità e sentire: l’arte dell’equilibrio del monaco

Dice Nadia: “Chi pensa che intraprendere un cammino interiore e spirituale sia qualcosa di facile e sereno, non ha proprio capito cosa noi trattiamo! In questi giorni, e non per la prima volta, ne sto sperimentando la fatica.

Avverto una smania, un disagio. Probabilmente generati, da un lato da una identità che vorrebbe altro ma non sa bene cosa, e dall’altro da una consapevolezza che se allineata alla fonte più preziosa, ne avverte la vastità e ne è diffusamente alimentata.
A questo stato di pienezza dirompente, che sempre commuove, si alterna una indefinita insoddisfazione…
Cerco di stare con neutralità in questa condizione che avverto, percepisco, ma senza esserne travolta.

Della terra di mezzo tra identità e sentire, di questo parla Nadia.
Avrà fine questo oscillare tra i bisogni che appartengono alla natura dei corpi transitori, alle dinamiche della identità che di essi è la risultante, e l’affluire consapevole del sentire che quegli stessi corpi irradia di senso e d’amore, a volte travolgendoli, sempre trasformandoli?

No, non avrà fine: cambierà l’ampiezza dell’oscillazione che, con il progredire delle comprensioni, si farà meno ampia e sempre più legata ad un centro stabile, frutto dell’irradiazione del sentire.
C’è una sottile e complessa arte che il monaco coltiva per stabilizzarsi in quel centro: l’arte dell’allineamento, dell’equilibrio.

Da un lato, il monaco deve imparare, dunque gli è necessaria l’identificazione, lo spendersi, il buttarsi e lo “sbagliare”.
Gli è necessario vedere i moti dei corpi e della identità, del non compreso che opera in essi, assecondando a volte, disconnettendo altre.

Dall’altro lato, più in profondità, il monaco ascolta e coltiva la nota fondante dell’allineamento, del risiedere.
Una parte della propria consapevolezza vive il processo trasformativo; l’altra parte coltiva il radicamento nell’essere, l’ancoraggio al centro stabile del sentire.

Dove nasce un certo grado di stress? Nello sperimentare senza fine questo monitoraggio che, all’inizio, è volontario, poi diviene un semplice meccanismo, una modalità automatica.
Il monitoraggio, come la semplice consapevolezza degli stati e delle inclinazioni, hanno un costo energetico che il monaco è disposto a pagare, e dunque economizza in altri ambiti e investe in questi.

L’arte dell’equilibrio: a cavallo tra le dimensioni del divenire e dell’essere, il monaco non sceglie l’uno o l’altro; sapendoli necessari entrambi, non sceglie, coltiva una visione unitaria superando la dicotomia tra divenire ed essere: nel divenire coglie l’essere, nell’essere la sorgente del divenire.

Ripeto: il monaco non sceglie l’uno o l’altro, sceglie di vedere più a fondo in entrambi.
Il divenire altro non gli appare che una declinazione dell’essere senza tempo.
L’essere lo sente come radice prima di ogni scorrere, di ogni processo.

Il monaco realizza così in sé la mirabile sintesi dell’equilibrio che non è lo stare in tensione tra due forze, o due disposizioni, ma, risiedendo nell’unità dell’approccio, è mantenere lo sguardo sempre lucido sul profondo di entrambe le disposizioni.

In superficie, divenire ed essere sono due; in profondità, nella radice, sono l’Uno-mai-divenuto-due.
Su quella profondità cade lo sguardo del monaco, lì si ancora.
Egli non è vittima degli opposti, in questi vede l’unità, la indaga, la vive, la contempla.
Questa è la sua grande “fatica”, ampiamente ricompensata.


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4 commenti su “Tra identità e sentire: l’arte dell’equilibrio del monaco”

  1. C’ è tanta strada da fare anche per me, per mantenere questo equilibrio tra identità ed essere, ma ringrazio enormemente l’aver avuto l’opportunità di percorrere questo cammino.
    Non saprei dove altro andare.

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  2. In questa fase della mia vita mi trovo ad affrontare una certa instabilità a volte molto pervasiva, perciò sento quanto Mai forte la necessità di alimentare l’allineamento interiore.
    Direi che quando sono nello smarrimento e la mia barchetta naviga a vista, mi capita di non sentirlo quell’ancoraggio all’essere ( altrimenti non si potrebbe parlare di smarrimento) ed è forse li che più sperimento la fiducia in quella realtà che non vedo né sento in quel momento ma che so essere parte di me. Molta dedizione è ancora necessaria.

    Rispondi
  3. Riconosco in ciò che viene descritto, alcuni tratti del procedere. Grata che tu sia riuscito a descriverli così bene. Indubbiamente questo ti contraddistingue nell’essere maestro. Quando vengono descritti, come in questo post, certi moti di sentire, mi facilita la comprensone, invece di affidarmi solo ad una intuizione. Certo c’è tanta strada da fare per dare stabilità a quell’equilibrio, ma la direzione è indicata ed anche se a tratti faticoso, non credo sia possibile tornare indietro.

    Rispondi

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