La vita interiore del monaco dal bisogno al suo superamento

Se parlo a persone comuni, uso termini e concetti comuni. Se parlo a persone che dedicano la propria vita al processo di unificazione interiore, a dei monaci, uso concetti e parole coerenti con la radicalità di quella disposizione.
Non c’è umano che non abbia da affrontare del non compreso, dunque non c’è persona che non percorra la via del “conosci te stesso” in modo consapevole o inconsapevole.
Ad alcuni basta quella via e il loro cammino è all’interno del paradigma psicologico-esistenziale: ad altri non basta.
Altri sentono il richiamo di una natura diversa in sé, si sentono chiamati ad andare oltre-sé-pur-essendo-sé.
Il Sentiero si rivolge prevalentemente a costoro: poco abbiamo da dire a chi si muove in altre ottiche, esistono approcci molto più definiti ed efficaci del nostro nel mondo vasto del “conosci te stesso” ad indirizzo psicologico-esistenziale.
Dunque parliamo a coloro che sentono la nostra nota esistenziale e spirituale, che avvertono la necessità di una connessione interiore non solo tra le parti della propria identità, ma con il principio che li crea e li definisce, con il generatore di ogni fatto e di ogni vita, con la sorgente della vita stessa.
Chi sente questa chiamata interiore entra in un percorso che mal si concilia con la tiepidezza, con le resistenze, con la coltivazione dei bisogni: il Dio-in-sé è un’urgenza che invita a superare le tiepidezze, ad osare vivere per comprendere, a buttarsi nel difficile processo della fiducia sapendo che sarà un corpo a corpo.
Fratelli e sorelle nel cammino non hanno chiara la dimensione di questo corpo a corpo, non hanno ancora ben realizzato quale disposizione di vita, quale disciplina interiore, quale obbedienza essa implichi: disposizione, disciplina, obbedienza rivolte a quella chiamata, non ad altri.
Il monaco non è un ricercatore, tra i due c’è un abisso: il monaco ha casa, la casa interiore ben identificata, non va cercando, non indaga le vie, sprofonda in sé e nella natura del Dio-in-sé.

Sprofondare in sé: aver compreso che tutto il divenire, tutte le illusioni e le identificazioni hanno la funzione di chiarire il processo, di produrre la comprensione che apre all’esperienza dell’Essere.
Il monaco vive l’Essere come l’assetato l’acqua.
Il monaco tende a sanare quella sete e quella fame fino a sperimentare, ad un certo punto del suo cammino, il superamento di ogni sete e di ogni fame: questo avviene quando il cibo e l’acqua l’hanno profondamente trasformato e hanno condotto a compimento la sua natura umana, placata la sua brama, vanificata la sua ricerca perché è oramai costituito nell’Essere che cercava.
Il monaco ha bramato l’unità, ha superato il bramare e infine è-stato-unità: questo è il suo cammino, e di questo si occupa il Sentiero.

Dalla meditazione continua, la preghiera continua, alla contemplazione: iniziamo desiderando l’unità, finiamo essendo unità.
Desideriamo presenza e consapevolezza, abbandono e fiducia, per trovarli dobbiamo passare attraverso le strutture delle nostra identità, e poi attraverso le macerie di quello che credevamo essere e non siamo, per scoprire infine ciò che veramente siamo.
Nel mentre, in noi vive quell’anelito all’Essere e ci chiama e noi lì desideriamo risiedere, quella vogliamo sia la nostra vita.
Ecco allora che non c’è monaco nella storia che non abbia cercato la meditazione continua, l’orazione senza sosta: non si tratta di sedere in meditazione tutto il giorno e la notte, né si tratta di recitare senza fine orazioni, di altro parliamo.
Si tratta di risiedere in una relazione, di abitare la casa interiore con il nostro Dio, di coltivare l’intimità di uno stare in Lui.
Questa è la sete e la fame del monaco che si estingue, e deve estinguersi, quando viene depurata dell’elemento identitario rappresentato dal desiderio: allora il monaco scopre di essere da sempre in Dio, di non doverlo conquistare ma solo comprendere.

“Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete”.
Giovanni 6:35

Scomparso ogni anelito, il monaco vive nell’interiore ogni processo che estrinseca nell’esteriore: è divenuto consapevole pienamente che la vita altro non è che rappresentazione di un sentire, e su quel sentire è saldamente ancorato.
In quel sentire vive in vario grado l’Essere e in esso trova pace.


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9 commenti su “La vita interiore del monaco dal bisogno al suo superamento”

  1. Le cadute non sono più cadute, sono il lavoro incessante,
    è buttarsi nel difficile processo della fiducia.
    L’altro da te non è più il tuo peggior nemico,
    c’è questa nota esistenziale e spirituale e ci sei tu,
    tu che tenti e ritenti.

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  2. Proprio oggi qui in terra santa, lungo lago di Tiberiade dove si narra sia avvenuta la moltiplicazione dei pani , abbiamo riletto quel versetto di Giovanni 6 che parla del pane di vita. Le parole tuttavia mi sono scivolate addosso perché non avvertivo una disposizione interiore adeguata in me e nel gruppo: c’era troppo mentale, un volersi aggrappare al passato per far rivivere il presente. C’è molta resistenza allo stare, ad uscire da se , avverto una tendenza ad appropriarsi dei luoghi per nutrire il canto della mente.

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  3. “Desideriamo presenza e consapevolezza, abbandono e fiducia, per trovarli dobbiamo passare attraverso le strutture delle nostra identità, e poi attraverso le macerie di quello che credevamo essere e non siamo, per scoprire infine ciò che veramente siamo.” In questo periodo mi rendo conto che ho tediato la comunità e i fratelli di cammino con il processo del conosco te stesso che ritengo fondamentale, mi rendo conto che questo parla di me visto che ho dovuto vedere fino in fondo dinamiche molto dolorose e invalidanti, non potevo fare altrimenti, dovevo attraversare quelle “macerie” per ritornare a percepire la vita scorrere. Adesso, nel tumulto del quotidiano, a volte tanto rumoroso, rimane sempre una connessione con l’Essenziale, una Fiducia di fondo senza i quali non mi sarebbe possibile vivere.

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  4. “Chi sente questa chiamata interiore entra in un percorso che mal si concilia con la tiepidezza, con le resistenze, con la coltivazione dei bisogni: il Dio-in-sé è un’urgenza che invita a superare le tiepidezze, ad osare vivere per comprendere, a buttarsi nel difficile processo della fiducia sapendo che sarà un corpo a corpo.
    Fratelli e sorelle nel cammino non hanno chiara la dimensione di questo corpo a corpo, non hanno ancora ben realizzato quale disposizione di vita, quale disciplina interiore, quale obbedienza essa implichi: disposizione, disciplina, obbedienza rivolte a quella chiamata, non ad altri.”
    Sì, me ne rendo conto sempre di più e vedo come sia facile distrarsi da quella chiamata, pur essendo essa sempre presente. Il tempo assume sempre di più un valore che definirei sacro. Non per fare sempre più cose, per imparare a gestirlo nella produttività, ma per cogliere ogni possibilità di trovare spazi per risiedere in sé, per stare nella quiete dell’ascolto silente.

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  5. Ultimamente si insinua un dubbio, un timore: e se quel sé a cui facciamo ritorno altro non è che il nostro sé profondo, affatto spirituale o eterno, semplicemente una parte di noi più profonda, più agganciata ai parametri vitali del respiro e delle sensazioni?
    In fondo quando percepisco di esistere, di essere, lo percepisco con mia caratterizzazione, ovvero è il mio essere Samuele che si percepisce.
    Ad es. mi percepisco come uomo e quindi sessualmente caratterizzato, mi percepisco di una certa età, ecc, ecc.
    Ma se quel Samuele è perituro, allo scomparire del sé, con la morte, scomparirà anche quel tipo di percezione di esistere? Finirà tutto?
    Sono dubbi e sensazioni con le quali mi sto tuttora misurando e devo farlo non tanto a livello mentale quanto continuando a praticare la meditazione, a risiedere nell’eremo interiore.

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    • Samuele. Se all’esperienza di esistere non aggiungi niente, vedrai che quell’esistere non riguarda Samuele, è l’Esistere tout court.
      L’esistere del Samuele uomo è solo la superficie, la sensazione stessa è superficie che apre una porta, più in profondità non c’è nessun soggetto, c’è solo l’Esistere.

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  6. Non c’è un altro posto interiore in cui desidererei essere ma non sorge la necessità di dare un nome a questo stare. Non posso pensare le mie giornate senza il pensiero rivolto all’Assoluto che avverto in me, attorno a me, a al di sopra di me. Pure intuisco che questa è ancora una visione duale.
    Per quanto riguarda la questione che pone Marco rispetto alla strada per tornare all’Uno mi viene da dire che quando eravamo nell’Uno ci eravamo in modo indistinto, inconsapevole: la goccia del mare, quando è nel mare non ha la percezione di essere goccia, ma quando è diventata goccia e fa il suo percorso per tornare al mare acquista consapevolezza della propria natura.

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  7. Propro stamane mi chiedevo perché dobbiamo fare tanta strada per capire che quello che cercavamo era lì, a portata di mano. Eppure dobbiamo passarci per questa ricerca. Voglio dire: perché tanta strada per tornare all’Uno, quando dall’Uno già veniamo? Domande già poste e alle quali non credo ci sia risposta.

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