Il mondo e la dedizione alla propria vocazione

Antonella, sorella nel cammino, pone la questione della differenza tra resa e rinuncia.
A questi temi vorrei legare quello della dedizione nella via spirituale, già trattato in Cosa chiedo ai miei fratelli e sorelle nel cammino.

Resa: la disposizione interiore che ci permette di piegarci di fronte al reale, all’altro da sé, alle situazioni, non assecondando la resistenza dell’Io ma, divenendone consapevoli, disconnettendola.
Rinuncia: disposizione dell’Io, e più in generale della personalità, che non porta fino in fondo le proprie istanze ma, per un complesso di ragioni, si ritrae prima di aver completato la piena manifestazione di sé possibile in quel momento.
Mondo: ciò che è altro da sé e può produrre condizionamento.
Dedizione: l’obbedienza profonda e continuativa ad un postulato spirituale che si è assunto, a cui si aderisce non su base volontaria, ma su definita e inequivocabile chiamata interiore.

Conosco la questione posta da Antonella e la soluzione non è né nella resa, né nella rinuncia.
A volte sarà necessario battersi, ed infine arrendersi; altre volte sarà bene rinunciare senza nemmeno attivare la scena del battersi.
La sfida di Antonella è di saper stare in entrambe queste situazioni gestendo lo sferragliare della sua identità, l’incombente e immanente protesta che tutto copre e su tutto è capace di attivare un brontolio ininterrotto.
Dunque non l’una possibilità, non l’altra come vie privilegiate all’interno di una relazione difficile, ma la possibilità di vedere la dinamica più profonda del proprio Io: la protesta, la resistenza, il borbottio, l’agitazione che ottundono la visione del reale e la semplice soluzione a portata di mano.
Perché ciò che si presenta ad Antonella è semplice, ma, travolta dal clangore della mente, lei non lo vede e non lo sente.

Ci sono situazioni che non sono risolvibili, persone che non possiamo cambiare, comportamenti che non evolveranno, non di certo secondo il nostro desidero e bisogno: dobbiamo cambiare radicalmente il nostro approccio con queste situazioni e vivere nella necessità, comunque, di esprimere le nostre istanze, i nostri punti di vista, i nostri bisogni essendo pronti, nel corso di queste espressioni, a modulare con sapienza, ad accentare come a tacere, a forzare come a piegarci appena la situazione lo richiede.

Questa flessibilità è la sfida di Antonella, questa sapienza delle parole, delle emozioni, dei gesti è il suo esercizio.
Se Antonella vedrà questo, andrà oltre la tensione tra rinuncia e resa che la imprigiona, e comprenderà la funzione esistenziale di quello che sta vivendo.
Il processo è evidente e, ripeto, semplice da vedere e, in fondo, anche da gestire, quando si è pronti.
Semplice non significa facile, significa che è composto di pochi elementi.
Se la questione è presa dal verso giusto, produrrà risultati, se si continua a rimanere in una sorta di oscillazione permanente su una falsa alternativa tra rinuncia e resa, la cristallizzazione è dietro l’angolo.

Ripeto ancora: non fermatevi sul sintomo, sulla somatizzazione, sugli effetti di una relazione, indagate l’origine, ciò che la vita vi vuole insegnare attraverso la situazione che vivete.
A volte dovete farvi più forti, a volte più deboli, ma sempre vi viene chiesta consapevolezza e sguardo profondo sulla vera sfida in campo: sfida che quasi mai si risolve sposando uno degli estremi che sembrano presentarsi, e che chiede di andare all’origine della non comprensione che genera la scena.

Quanti di voi si trovano ad oscillare tra rinuncia e resa rispetto ai condizionamenti che il mondo opera sul loro interiore?
Il mondo nelle vesti di un figlio, di un partner, di un vicino, di una situazione lavorativa, o affettiva bussa e chiede, a volte cerca di imporre.
Di certo ci interpella e noi risponderemo ora in un modo, ora in un altro e, osservandoci attentamente, saremo in pace con noi stessi, o avvertiremo una inquietudine.

Chi non è tirato ora di qua, ora di là?
Ma per non essere sballottati senza fine, a cosa siamo ancorati?
Le persone della via spirituale sono ancorate alla via stessa, alla chiamata che in loro è germogliata in dedizione.
Siamo fedeli all’Assoluto, non necessariamente ai nostri partner, ai nostri figli, al nostro lavoro.
In genere la fedeltà all’Assoluto è fedeltà agli impegni presi, ai compiti assunti, alle responsabilità esistenziali che ci competono: l’altro da noi è il volto dell’Assoluto che ci chiede, ci sollecita, ci provoca, ci seduce.
Ma l’altro da noi, il “mondo”, può divenire anche il nostro accecatore, colui che ci fa perdere l’ancoraggio, il tentatore di biblica memoria, colui che opera, o tenta di operare, la nostra separazione dalla radice della nostra esistenza e stabilità, il divisore che ci frantuma e ci rende irriconoscibili.
Quel figlio, quel partner, quella situazione che sono la voce dell’Assoluto, divengono veicoli, mezzi, artefici di divisione nel nostro intimo spirituale.

A chi siamo dediti noi quando l’altro ci divide?
Al legame di sangue? Al legame affettivo? Al dovere del mondo, o al dovere di Dio?
Può il servizio al mondo essere in contrapposizione con il servizio a Dio?
Non è forse il mondo la rappresentazione di Dio e dunque perché mai dovrebbe esserci contrapposizione?
Perché nel mondo opera l’illusione, ne è sua intima essenza, e la persona nel suo intimo deve discernere se servire l’illusione o Dio, se essere dedita alla chiamata insistente di tanti Io, o se ascoltare il sussurro del Creatore.

Come nel caso di Antonella, non si tratta di finire prigionieri di stati contrapposti, si tratta di saper discernere senza fine, ora dicendo dei si, ora dei no, sapendo che ci sono limiti non valicabili, limiti che un’altra identità non ci può chiedere di valicare: il limite del tradimento della nostra vocazione.

I nostri figli, i nostri partner, gli altri in genere sono identità e molte di esse vivono nella più nebulosa delle confusioni, o dei deliri di sé: a noi spetta aprire e chiudere, assecondare e fermare, piegarci e imporci, comprendere e rifiutare, modulando mille gradazioni di risposta e di proposta, sapendo quando accogliere una esigenza e quando opporvi un onesto rifiuto.

Non c’è ricetta, non è una via semplice: dobbiamo rimanere nella luce della nostra vocazione spirituale, e ad essa obbedire rimanendo capaci di muoverci nel mondo.


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8 commenti su “Il mondo e la dedizione alla propria vocazione”

  1. “Ci sono situazioni che non sono risolvibili, persone che non possiamo cambiare, comportamenti che non evolveranno, non di certo secondo il nostro desidero e bisogno: dobbiamo cambiare radicalmente il nostro approccio con queste situazioni e vivere nella necessità, comunque, di esprimere le nostre istanze, i nostri punti di vista, i nostri bisogni essendo pronti, nel corso di queste espressioni, a modulare con sapienza, ad accentare come a tacere, a forzare come a piegarci appena la situazione lo richiede.”

    Queste sono situazioni per le quali senti che tutto e niente è cambiato.
    La libertà è la dimostrazione di comprensione.
    La dedizione è sempre presente.

  2. Grazie per questa esaustiva spiegazione. Che ci debba essere una modulazione nelle diverse situazioni non avevo e non ho dubbi ma ora mi è più chiaro il punto fermo che devo tenere. Sul riuscire a leggere la motivazione originale della scena che si presenta…. non è facile, ci sto lavorando.

  3. Non esiste una ricetta né un tipo di risposta preconfezionato per affrontare la vita. La sfida grande è quella del discernimento giacché, essendo l’uomo una realtà complessa, ciò che sorge nell’interiore è tanta roba. La sua provenienza è molteplice e difficile da riconoscere. Forse quella inquietudine che si prova nel caso si fornisca una risposta non adatta, è un aiuto nel discernimento, anche se opera ex post.
    Grazie.

  4. L’invito al discernimento, alla modulazione e all’osservazione. L’unico modo per non farsi ingabbiare in situazioni apparentemente irrisolvibili. Poi pian piano qualcosa cambia ed è facile allora comprendere quello che prima sembrava così confuso.

  5. Tra la resa e la rinuncia ci sta il discernimento e la flessibilità, come di canna, così come viene chiaramente espresso nel post.

  6. Riflessione profonda che solo una Coscienza che ha attraversato le valli e le vette di vite tra rinuncia e resa può cogliere e restituire sotto forma di parole ancorate ad una esperienza.
    Sono sceso giù per lo stivale in treno per riportare Sandra venuta giù per un corso.
    Tempo passato ad aspettarla, ore diluite senza tempo.
    Temporeggio davanti a un caffè e davanti a me c’è un mondo che passa.
    Ogni persona è un mondo.
    Una persona che passa, con il suo portamento, la sua postura, la sua espressione, è un mondo che ha le sue crittografate pagine da cogliere, da decifrare.
    È uno spettacolo.
    Mi chiedo, quante Coscienze in movimento, qui nella forma di materia, per portare avanti, consapevoli o meno, il loro tracciato esistenziale?
    Rimango ammutolito di fronte alle tante caleidoscopiche sfaccettature dell’Uno.

  7. L’incontro di ieri é stato importante e costruttivo. Avevo qualche ulteriore dubbio che é stato chiarificato con questo post. Grazie.

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