Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’amore non conosciuto e non compreso che diviene violenza

Chiede Mariella commentando il post Il tempo necessario per contemplare il reale: “Questo vuol dire che anche dietro la violenza, lo sfruttamento, la tortura, ogni efferatezza c’è un impulso d’amore che ti spinge ad agire? Il deficit di comprensione produce un cambiamento di segno?”
Prendiamo il caso di un uomo che usa violenza alla propria compagna: se ascoltiamo ciò che afferma, vedremo che è convinto di agire per amore e, dal suo punto di vista, è certamente così non avendo tutti dell’amore la stessa comprensione.
Dal nostro punto di vista la sua modalità è aberrante ma, d’altra parte, una moltitudine di noi si gira dall’altra parte di fronte al dramma delle guerre, delle carestie, delle migrazioni: siamo più evoluti dell’uomo dell’esempio, ma siamo dei bruti in merito a tante altre questioni.
Questo ci dice che l’esperienza dell’amore è estremamente soggettiva e se in una scala da 1 a 100 l’uomo in questione è al livello 2, noi siamo a quello 5, non di più. Tra bruti dovremmo forse anche intenderci..
Immagino le vostre obbiezioni, la prima delle quali riguarda la responsabilità diretta dell’uomo che usa violenza, a confronto con la nostra responsabilità indiretta, se poi c’è, voi dite, nel caso delle guerre e d’altro. Sono obiezioni che non condivido, ma non è questa la sede per trattarle.
La sostanza della questione che pone Mariella: Il deficit di comprensione produce un cambiamento di segno? Si.
Ogni scena e ogni fatto del divenire è creato dalla coscienza che ottempera ad una direttiva della vibrazione prima, la natura della quale altro non è che una espressione dell’amore.
Il cosmo intero, le sue leggi, il suo essere è ciò che l’umano, in una approssimativa anticipazione, sperimenta come amore.
Questo è evidente all’esperienza e potremmo dire che tutto il vivere altro non è che la rivelazione dell’amore-che-è-tutta-la-realtà.
L’amore costruisce ponti; li demolisce, anche? Si, se è necessario per comprendere.
Torniamo al caso dell’uomo che usa violenza alla sua compagna, la questione va affrontata da due punti di vista:
– se alla compagna accade quello significa che può trarne una comprensione, su di un qualche fronte del suo esistere, che attualmente non ha;
– se l’uomo mette in atto quello, significa che non ha compreso qualcosa di importante e attuando quel comportamento ha la possibilità di comprendere.
Due persone, due possibilità di comprensione.
Lui sta sperimentando il mondo della relazione affettiva, a quello lo conduce la sua coscienza spinta dal programma della vibrazione prima: sperimenta l’attaccamento, la possessività, la gelosia, ovvero il piegare, l’imprigionare l’atto di apertura e di fusione con l’altro, nella rete dei bisogni dell’ego, di una identità piena di paure, di arroganze conseguenza di paure e di immaturità non viste e non affrontate.
La spinta ad andare incontro al legame profondo con l’altro si intreccia con il groviglio delle passioni, quindi con un corpo mentale ed astrale non particolarmente evoluti, e con una lettura di sé, dei propri diritti e delle personali prerogative, decisamente rozza e sommaria.
Una vibrazione, l’influenza di un archetipo permanente che sorge dalla vibrazione prima, attraversa una coscienza ancora non sviluppata da un complesso di comprensioni, giunge alla soglia del corpo mentale e del corpo astrale e subisce due decodifiche parziali e distorte dalla natura di quei corpi, dal deficit di direttive della coscienza, dalla primarietà della interpretazione di sé e dei fatti operata dall’ego.
Ciò che è sorto sotto l’egida dell’archetipo dell’amore diviene una violenza, o addirittura la soppressione di una vita.
Lei sta sperimentando, non meno di lui, una relazione affettiva, le distorsioni introdotte da lui ed, evidentemente, anche da lei dal momento che, come dovreste ricordare, nel cosmo non ci sono né carnefici, né vittime.
Per ragioni sue, lei sperimenta una certa modalità della legge del karma e da essa trarrà insegnamento e comprensione, qualunque sia l’esito di quella relazione distorta.
La nostra compassione copre l’uno e l’altra ma, certo, la nostra vicinanza affettiva privilegia il cammino difficile di lei.
La materia è complessa e le implicazioni sono tante e nulla si può comprendere stando all’interno del paradigma vittima/carnefice: fuori di esso, lo scenario diviene molto più chiaro ma bisogna usare molta prudenza e misura nel parlare di tutto questo, per non divenire degli sputasentenze privi di compassione.
La compassione sempre copre tutto l’orizzonte e l’interezza di tutti i processi: dura è appoggiare lo sguardo anche sul malversatore, eppure è d’obbligo.


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  1. Grazie.

  2. E’ molto chiaro quello che dici, argomento davvero ostico, all’inizio del cammino temevo che potesse portarmi ad una sorta di freddezza, quasi di cinismo, ma il tempo mi ha smentito, la comprensione e la compassione, mi rendo conto che vanno ben oltre il cinismo e che possiamo essere intrisi di umano, anche emozionalmente e tuttavia mantenere uno sguardo lucido, comprensivo e omni comprensivo.

  3. Anche il file audio Cerchio Firenze 77 da poco pubblicato, aiuta a meglio focalizzare la questione. Grazie.

  4. Grazie. Non so perché, ma il “carnefice” mi ha sempre fatto un po’ pena. È come se dovessi compensare la spinta che credo sia prevalente nelle persone, che è quella di identificarsi con la “vittima”. Non che non penso alla “vittima”, naturalmente, ma penso sempre anche al travaglio che attraversa o prima o poi attraverserà anche il “carnefice”.

  5. Ne’ carnefici ne’ vittime… Mi interrogo spesso sulla sofferenza degli animali… Loro si, sembrerebbero vittime.

  6. La mente ha compreso. Prima che si passi al livello successivo, c’è bisogno di un po’ più di comprensione!

  7. Si Roby, ora tutti i passaggi sono chiari. Altro esempio calzante è quello dell’agire di un genitore verso il figlio: la spinta è d’amore, ma non sempre il risultato è un’azione d’amore, dovendo il primo fare i conti con i proprii deficit. Grazie.

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