Sperimentare il non compreso alla luce del compreso

Chi ci guida, chi è il nostro riferimento quando ci inoltriamo nel vasto mare del non compreso?
Il compreso che è in noi, ovvero il sentire di coscienza acquisito attraverso l’esperienza di innumerevoli esistenze, e l’azione dei corpi superiori e della vibrazione prima che orientano la coscienza là dove essa non ha dati e navigherebbe altrimenti al buio.
Il compreso di chi ci sta a fianco, ci accompagna; di chi ci incontra e dice quella parola, offre quella testimonianza che avvertiamo come un segno per noi.
Infine il compreso che giunge attraverso la trasmissione del sentire da maestro a discepolo e attraverso i libri.
La vita è un’immensa officina che, per un lungo tratto di strada, ci offre la possibilità di imparare, di conoscere, di acquisire atomi di sentire.
Finita quella lunga stagione, al termine delle vite stesse, il vivere sarà, essenzialmente, un accogliere, un affidarsi, uno stare.
Ma non sempre, e non per tutti.
Qui ci interessa trattare la luce con cui il compreso rischiara il non compreso.
La consapevolezza che abbiamo del nostro agire ed essere deriva proprio dall’azione esercitata dal compreso: minore è questo, minore la consapevolezza.
Maggiore il compreso, più ampio il sentire, più ogni aspetto della nostra vita interiore e spirituale viene illuminato.
Il particolare, nascosto tra le pieghe dei pensieri e delle azioni quotidiane, viene messo in risalto, non può più essere nascosto e ci impone un’analisi e una revisione, un cambio di atteggiamento per uniformarci a quanto sappiamo essere giusto e vero.
La vita diviene, infine, un vasto esercizio di obbedienza: prima con con un certo sforzo, poi nella gratuità.
Diviene anche, la vita, l’esercizio del discernere il sentire evoluto, quel segno che viene nel quotidiano e che proviene dall’intimo di noi o dall’altro, e che stimola una risonanza, o evidenzia una carenza.
Diveniamo attenti e pronti e, se non lo diveniamo, attenzione e prontezza, sollecitudine, sono ciò con cui dobbiamo misurarci: attenti al sentire che bussa, pronti a coglierne l’insegnamento, solleciti nell’attuarlo.
Ditemi voi, come è possibile vivere la vita in questo modo, con questa presenza a sé e all’adesso che viene, se non si coltiva l’esserci e l’essere consapevoli e aperti alle possibilità di apprendimento?
Come può la persona della via interiore e spirituale non avere una pratica, non leggere e studiare, non abbandonarsi alla parola di una persona più esperta, non procedere assieme a dei fratelli e a delle sorelle che condividono la sostanza del cammino e sono la spalla su cui appoggiare, o il pungolo che ci risveglia?
Siamo dunque tornati all’inizio del nostro ragionare, alle fondamenta della vita spirituale: la vita interiore e spirituale si misura con l’incarnazione e questa suggerisce la giusta pratica, la vera presenza, la necessaria coerenza, la disponibilità ad imparare.

I post precedenti relativi alle fondamenta della vita interiore e spirituale:
1- Le fondamenta della vita interiore e di quella spirituale
2- La pratica della presenza al Reale che viene e che è
3- Dal sentire all’azione: coerenza, autoindulgenza, umiltà


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