Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il tempo necessario per contemplare il reale

Ho avuto bisogno di tempo, di molto tempo, di una vita intera da dedicare all’osservazione, all’ascolto, allo stare.
Non avrei potuto vivere diversamente da come ho vissuto e da come vivo: il tempo altro non è che la possibilità di guardare nell’abisso.
Una possibilità che si ripete, che viene offerta ogni giorno, ad ogni ora.
Ho avuto bisogno che il mondo non vorticasse, che la mia mente fosse vuota il più possibile affinché potesse affluire il ciò-che-è.
Non essendo prigioniero del tempo imposto, non dovendo sottostare ai bisogni miei, ho potuto dedicare la grande parte delle energie alla contemplazione del reale, di ciò-che-è, di ciò-che-viene-senza-scopo.
È stato un tentativo lungo 65 anni di uscire da un condizionamento e di affermare una priorità: il mondo ha sempre tirato da tutte le parti e sempre ho resistito, evitato, scansato e preso a calci alla luce di una ribellione profonda per il dover essere, il dover fare, il dover ottemperare le regole del vivere sociale.
Volevo tempo e non condizionamento e la vita mi ha messo nella condizione di ottenere entrambi, nei limiti della ragionevolezza e dell’equilibrio a me possibili.
Il prezzo: l’immagine di me. O meglio, il non curarmene: era già in preventivo, conquistare il tempo significava rompere la ritualità del vivere sociale tra maschere, tra sembianze, significava abilitare la lettura altrui, qualunque fosse, di sé e non curarsene.
Prezzo irrisorio.
È stato un estrarsi durato decenni: come un dente che si toglie, una pianta strappata dal suolo. Un processo indispensabile come l’aria da respirare.
Estrarsi, eradicarsi ed edificare: uscire da gran parte degli archetipi condivisi e fondare, affondare le radici non in una tradizione, ma in modalità assolutamente nuova di rispondere alla vocazione interiore.
Uso i termini monaco ed eremo non per definirmi, ma per esprimere attraverso il simbolo della parola quella modalità nuova di rispondere a sé; lo faccio usando due termini usurati dalla tradizione, due termini simbolo di archetipi che hanno radici nei millenni, che poco dicono all’uomo contemporaneo che forse li considera morti, ma che sono vitali in me.
Per renderli vitali ho dovuto liberarli dalla tradizione che ne imprigionava la natura e la forza archetipa: ho dovuto prendere la loro radice semantica scrollando vigorosamente ciò che la tradizione sedimentava sopra, nascondendoli, soffocandoli.
Estraendomi dal complesso degli archetipi che l’umano usa nella sua ferialità, da quelli che nel Sentiero chiamiamo gli archetipi transitori, ho avuto modo di veder affiorare la radice di ogni archetipo, quella dimensione che li ha generati e che è libera dalle culture e dai loro condizionamenti: ho visto affiorare la matrice, gli archetipi permanenti, quei codici che prescindono dal tempo e dalle credenze e stanno lì ad indicare il cammino da sempre, per tutti.
Oggi per me le parole hanno un valore nuovo e posso utilizzarle senza il timore di una mente infarcita di sofisticazioni: oggi posso liberare il linguaggio dalla cultura, pur essendone figlio. C’è una parte della lingua che appartiene alle viscere dell’uomo, alla sua necessità esistenziale e non è condizionata dalla sua cultura così soggetta al tempo e al capriccio delle menti oscurate dai bisogni.
C’è un linguaggio che parla della vita dello e nello Spirito e quello va posto in rilievo, i suoi simboli non vanno nascosti, il timore dell’equivoco non deve renderci tiepidi, o pavidi.
L’eremo è il luogo dove il monaco che si è estratto dagli archetipi del mondo, ha avuto tempo.
Tempo per guardare, per ascoltare, per stare, per vedere i processi transitare: tempo per aprire e chiudere le porte; tempo per scrostare i muri e reintonacarli; tempo per abbattere pareti.
Tempo per osservare la danza sui rami degli scoiattoli, per sentire la polvere di una strada di campagna sui piedi.
Tempo per vedere sorgere e morire la ribellione.
Estrarsi dal mondo è stato un morire al mondo e un nascere a ciò che davvero è, senza fingere di esserlo, un ricondursi senza fine e senza tempo ad uno zero, ad un “non è come dicono”, alla radice profonda di ogni fatto oltre il suo apparire, il suo mostrarsi.
Una operazione così radicale aveva ed ha bisogno di tempo, di dedizione al processo di unificazione, e dunque alla condizione di monaco, e di un ambiente estratto dal condizionamento, dai flussi del dovere e del dover apparire, l’eremo, l’isola dove il mondo arriva a piccole dose al fine di essere osservato, compreso, metabolizzato, contemplato.
Ho avuto bisogno di tempo affinché le esperienze, il sentire, i pensieri, le parole, le emozioni potessero risuonare e rimbombare nello spazio vuoto dell’interiore al fine di imparare non solo sbattendo ma, anche e soprattutto, contemplando.
Il darsi tempo è la possibilità di vedere i processi identificativi e disconnetterli: lo si può fare nel turbine del mondo, o tirandosene fuori, ho scelto la seconda opzione e la rinnovo ogni giorno senza ritenere la prima sbagliata.
Lontano, infinitamente lontano, lo sguardo si fa chiaro e penetrante e permette lo svilupparsi di un sentire unitario e vicino, molto vicino ad ogni accadere, di chiunque sia.


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  1. Grazie Roberto.

  2. Caro Monaco, grazie per essere quotidianamente presente, sostenendoci in questo impervio cammino. Grazie anche alle sentite parole di chi ha commentato.

  3. Come dice Roberto, il mondo è la nostra via, ma la sua pressione non ci deve separare… per me è più la separazione la sofferenza, che la sofferenza stessa.

  4. Stare nel mondo e nelle relazioni certo ti aiuta nella tua personale via, questa è stata la tua scelta e ad essa nulla manca.
    Poi spetta a te trovare un equilibrio tra condizionamento e allineamento affinché la pressione del mondo non ti separi da te.

  5. Provo profondo rispetto Robi, per le tue scelte. Rispetto perché la decisione di dedicarsi alla via interiore in maniera così radicale , non ha lasciato spazio agli indugi, ai tentennamenti, agli opportunismi. Per la maggior parte di noi, ma è meglio che parli di me, non è così chiaro l’intento. Sono ancora molti i lacci che mi tirano nel mondo degli archetipi transitori e rendono il percorso meno lineare. Mi chiedo spesso, visto che non ho intenzione per ora, di sottrarmi alla mia attuale quotidianità, se ciò è coerente con ciò che mi prefiggo come impegno nella vita, cioè la ricerca interiore, scevra da maschere e con un tasso il più possibile basso di identificazione. Stare nella relazione, nel lavoro, in famiglia, con gli amici, riduce la possibilità di guardarmi dentro? Provo a conciliare il bisogno di interiorità con la mia modalità di stare nelle cose. Vedo il mio limite, vedo l’avvicendarsi di una vita non semplice in contesti, ancora oggi, così densi di identificazione. Ho imparato a non lasciarmi sopraffare, a creare uno spazio. Per ora è tutto ciò che ho imparato a fare. Un abbraccio a voi tutti.

  6. L’unica obbedienza possibile : quella alla propria spinta creativa. Grazie

  7. Grazie.

  8. “Uso i termini monaco ed eremo non per definirmi, ma per esprimere attraverso il simbolo della parola quella modalità nuova di rispondere a sé”. Mi sembra una questione centrale, altrimenti la via interiore diventerebbe uno strumento d’identificazione, negando la sua natura.

  9. Grazie Roby. Proprio in questi giorni di riposo, dopo un mese frenetico di lavoro tra esame di maturità e progetto europeo per il prossimo a.s., sto riflettendo sul tempo, sulle nuove esigenze che sorgono in me in relazione al tempo. Probabilmente è tempo di scelte, altrimenti vedo le giornate della mia vita trascorrere dietro situazioni, impegni, relazioni che oggi non sento più prioritari. Qui in Calabria, lontano da tutto e da tutti, è più facile vedere le priorità, risiedere nel sentire e lasciar perdere il fare. Ma si tratta di un mese. E’ tempo di scelte per gli altri 11.

  10. La questione del tempo è pervasiva. Nel lavoro uno dei problemi principali è la gestione del tempo.
    Un’autostrada perennemente ingorgata di traffico, di auto che si immettono in continuazione incuranti dell’ingorgo.
    Occuparsi di tutto e alla fin fine di niente, tale e tanta è la mole e la velocità con cui ciascuna auto, ciascun input, deve essere gestito. Senza neppure molte volte poter apprezzare ciò che si è fatto perché sei già lì che ti occupi di un altro automobilista.
    La sera poi ti svacchi; è l’unica opzione.
    Confido in questo spazio di zazen mattutino che nelle ultime settimane ho dovuto interrompere per motivi logistici.
    Namaste’.

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