Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’ingiustizia del mondo e il vero scopo del vivere

 Afferma Nicoletta commentando il post Tra accoglienza e rifiuto non vediamo il problema della giustizia: Mi chiedo: se queste complesse dinamiche sono karmiche, cosa posso fare io? Il senso di impotenza e frustrazione, almeno per me, e’ ormai connaturato. Se il pensiero si spinge a tutte le ingiustizie di questa terra si rimane smarriti e, ripeto, impotenti. 
(Pdf per la stampa, 2 pagine A4)
Cominciare da poco e da vicino ti direi Nicoletta, parafrasando una espressione del Cerchio Ifior.
In altri termini: la realtà si cambia iniziando da sé. 
Questo è l’assunto di fondo e più avanti cercherò di metterlo a fuoco, prima però vorrei mettere in discussione la visione che conduce tutti noi a considerare il mondo un luogo di ingiustizia. Il senso di impotenza e di frustrazione sono conseguenti alla constatazione delle macroscopiche ingiustizie che toccano così tanti.
Il tema dell’ingiustizia è in sé sconfinato, i cristiani discutono della questione, che a volte chiamano “male”, da millenni.
Qui posso incardinare il tema, in sé già affrontato innumerevoli volte in questo sito.
1- Non si può parlare di giustizia e di ingiustizia se non si definisce prima cosa sia la vita, il vivere, quale il suo scopo.
2- La trasformazione del sentire avviene nel contesto della legge del karma.
3- Ciascuno vive la vita necessaria a sé.

1- Lo scopo del vivere
Chi vive? Una coscienza attraverso dei veicoli transitori (corpo mentale, corpo astrale, corpo fisico).
Una coscienza non vive una sola vita, ma innumerevoli: secondo il Cerchio Firenze 77 e il Cerchio Ifior, dalle 80 alle 120 vite, con un intervallo medio di circa 350 anni tra una vita e l’altra.
Ad ogni incarnazione la coscienza utilizza i veicoli transitori più adatti agli scopi che deve perseguire, alternando incarnazioni nel genere femminile ad altre in quello maschile, ad altre ancora nell’ambito omosessuale, o di non definita appartenenza sessuale.
Come si vede, un processo molto lungo e altrettanto vario, perché?
Per costituire il corpo della coscienza, chiamato anche veicolo akasico: le esperienze condotte attraverso il veicolo fisico, quello astrale e quello mentale forniscono dati alla coscienza che progressivamente vengono acquisiti fino a divenire atomi di sentire.
Il corpo della coscienza è dunque costituito da atomi di sentire, frutto delle esperienze della coscienza svolte attraverso i suoi veicoli transitori.
Quando il corpo della coscienza è completamente strutturato, il ciclo delle incarnazioni ha termine e la coscienza continua le sue esperienze senza più incarnarsi nel mondo fisico e senza più avere necessità dei tre veicoli transitori.
Essa sperimenta allora nel mondo della coscienza e nei mondi superiori ad esso, attraverso il corpo della coscienza che è divenuto il suo corpo più denso, e per mezzo di altri corpi più sottili di esso.
Questo processo spiega il perché una coscienza abbia bisogno di sperimentare un ampio spettro di esperienze, dalle più creative alle più distruttive: ciascuna esperienza le fornisce il necessario per comprendere, ovvero per acquisire quegli atomi di sentire senza i quali non può procedere.
Quando una coscienza inizia il ciclo delle incarnazioni, il suo sentire è molto primario ed costituito da pochi atomi di sentire: una coscienza siffatta si misurerà con le esperienze più forti, più dure ed anche più distruttive.
Una coscienza che è giunta alla fine del suo percorso evolutivo, sarà costituita da un vasto numero di atomi di sentire, frutto delle esperienze acquisite, e si misurerà con i dettagli, le sfumature e tutto ciò che concerne il superamento delle tracce di egoismo che ancora possono condizionarla.
Lo scopo delle incarnazioni è traghettare da ego ad amore. Un corpo della coscienza costituito pienamente, è un corpo capace d’amare.

2- La legge del karma governa l’apprendimento di una coscienza
Se un certo comportamento non mi riesce, ho la possibilità di provare e riprovare fino a quando non sarò in grado di attuarlo: questo è, in sintesi brutale, l’operare del karma.
Se il mio comportamento è governato da un certo tasso di egoismo e io sono chiamato ad andare oltre, a superare quella forma limitante, allora la coscienza genererà scene conseguenti e successive fino a quando non avrà conseguito la comprensione necessaria.
Questo vale per ogni essere umano, senza distinzione: ognuno di noi si misura quotidianamente con il compreso e il non compreso e da quest’ultimo è condizionato.
Vivere è comprendere ciò che ancora non è acquisito nel sentire e la legge del karma è lo strumento idoneo per realizzare questo obbiettivo: là dove c’è una comprensione avviata, ogni causa produce degli effetti, ovvero ogni azione condizionata dalla non comprensione produce scene conseguenti che ci troviamo ad affrontare per comprendere meglio. La causa produce un effetto conseguente fino a quando la comprensione non è conseguita, poi cessa perché ciò che è compreso non ha necessità di essere reiterato.

3- Ciascuno ha le scene necessarie alla trasformazione della propria coscienza, del proprio sentire
L’assassino ha la sua scena, e l’assassinato la sua.
L’affamato si misura con la fame, il ricco con l’incapacità di essere sazio.
Se esistono solo coscienze che apprendono, allora non è difficile comprendere come ogni coscienza abbia il necessario a sé:
se questo è, come parlare allora di ingiustizia?

Se ho compreso qualcosa, è stato grazie alla fame, alla sete,
alla gioia e al pianto, alle molestie e agli accudimenti.
Ho ucciso e stuprato, sono stato ucciso e stuprato. 
Sono stato scaraventato ai margini e collocato al centro.
Ho conosciuto la fiducia e la desolazione;
l’amore e la solitudine incolmabile.
Tutto questo mi ha reso quello che sono,
mi ha permesso di comprendere, mi ha insegnato ad amare.
L’assassino che è in me, il pedofilo che è in me, lo stupratore che è in me
hanno generato le scene dell’assassinato e del violato e da esse ho imparato e,
pian piano,
non ho avuto più bisogno di uccidere, né di molestare
e ho cominciato a prendermi cura, ad accudire,
ad occuparmi non solo di me ma anche dell’altro da me.
Contenendo in me tutte le esperienze possibili,
ho visto che quell’insieme composto per lo più da letame, da scarti,
ha prodotto qualcosa di completamente nuovo:
il letame ha dato vita all’humus e questo alla vita nuova capace d’amore.

Se questo è, e lo è nel mio sentire, allora non posso parlare di ingiustizia, posso invece celebrare la giustizia che attraversa ogni angolo dell’universo e ogni frammento di ogni vita: a ciascuno è dato il necessario a sé, e non è dato da un Dio-altro-da-sé secondo la Sua discrezionalità, ma è generato dalle leggi che governano le vite di ogni essere e che, nella logica del divenire, conducono l’umano a fondersi con la sua origine.
In questa logica, per l’oggi e per non alimentare la frustrazione, se il mondo non è il teatro dell’ingiustizia, cosa resta a me da fare?
1- Smettere di lamentarmi.
Il lamento e la protesta divengono niente altro che un inutile ricamo egoico su un dato del reale che è così perché diversamente non può essere.
2- Accogliere il processo mio e quello dell’altro come necessità evolutiva.
3- Conoscere e trasformare me stesso obbedendo a quella spinta interiore che mi conduce verso un sempre più ampio sentire.
4- Essere d’aiuto ai processi dell’altro, non giudicandolo, sostenendolo nel suo itinerare. OE11.7


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  1. Il ponte è sempre quello, ma l’acqua che scorre sotto cambia continuamente. Voglio dire che la ripetizione non è mai ridondanza, perché di volta in volta cambia chi legge o chi ascolta, accogliendo sempre in modo diverso ciò che legge o ascolta.
    Grazie

  2. Grazie!

  3. Sentirsi ripetere l’ABC, fa sempre bene! Grazie.

  4. Grazie Robi.

  5. Illuminante !! grazie Robi.

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