L’esperienza diretta, la narrazione, l’autorevolezza

In quest’epoca distorta la nostra percezione del reale dipende dalla narrazione altrui, non dall’esperienza diretta.
Perché? Perché abbiamo un deficit di esperienza e perché non avendo piena consapevolezza dei processi non siamo in grado di decodificarli.
1- il deficit di esperienza diretta: se abbiamo un orto e poca acqua per annaffiarlo, comprendiamo subito il problema della siccità.
Se viviamo in campagna, tocchiamo con mano il cambiamento climatico, non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo racconti, lo patiamo sulla vostra pelle.
Se educhiamo i bambini ad un approccio intellettuale, astratto ed avulso dall’esperienza con il reale, perché poi meravigliarci se da adolescenti non hanno cognizione del limite, del pericolo, del confine tra sé e l’altro, del rispetto?
Ci meravigliamo perché i nostri figli vivono incollati ai loro smartphone? Perché da piccoli li abbiamo immersi nell’apprendere pratico, materico, esperienziale, relazionale, cooperativo, collaborativo?
Li abbiamo imprigionati nel mare magnum delle nozioni, nella prigione della produttività, nella competizione, nella solitudine delle domande e nell’angoscia del dover rispondere altrimenti sei un fallito.
Da adolescenti, da giovani non fanno altro che reiterare l’approccio mentale al reale che hanno acquisito grazie al nostro pessimo insegnamento e sono prigionieri di una solitudine alla quale noi educatori li abbiamo formati.
2- Non avendo piena consapevolezza dei processi, non siamo in grado di decodificarli: il deficit di esperienza produce inevitabilmente una carenza di consapevolezza e, se non c’è consapevolezza, non esiste la possibilità di decodifica dei fatti.
Perduti nel mare della non esperienza e della non consapevolezza, non possiamo affidarci al discernimento fondato sui dati d’esperienza acquisiti, ci affidiamo allora alla mediazione di una pletora di mediatori e di “specialisti” che ci narrano il reale.
Gli insegnanti, i medici, i politici, i giornalisti e una moltitudine di altri ci narrano il reale, quello che a loro sembra il reale.
Noi passiamo una certa quota del nostro tempo sui media e i social media a fruire questo reale di altri e, aggiungendoci del nostro, generiamo nuovo reale che qualcun altro fruirà.
È dunque errata l’azione dei media dal momento che propongono scampoli soggettivi di reale? Perché mai dovrebbe essere errata, è naturale, ogni lettura dei fatti è soggettiva ed ogni oggettività è oltre l’esperienza dell’umano avendo esso, sempre, di norma, una percezione soggettiva del reale.
Solo l’umano che si avvicina alla fine del proprio itinerare tra le vite, acquisisce uno sguardo ampio ed esistenziale tale da permettergli una lettura vasta dei fatti, di una vastità che lo avvicina all’oggettività ma certo non la realizza.
Tutti gli altri interpretano ciò che vivono secondo il loro sentire: così è e così è giusto che sia.
Allora dov’è il problema? Nel non essere consapevoli di questo deficit di esperienza, di consapevolezza, di interpretazione.
La persona che sa che manca di esperienza, crea le condizioni per farla;
la persona che si vede nella inconsapevolezza, affina i suoi strumenti, la sua attenzione, il suo ascolto, la sua presenza;
la persona che è consapevole di avere un limite nella interpretazione dei fatti cerca un paradigma più adeguato a sé e alla complessità del reale.
In tutti e tre i casi siamo di fronte ad una persona che non subisce il reale che dall’altro viene proposto, ma si pone il problema di viverlo in prima persona, di consapevolizzarlo, di capirlo e comprenderlo.
Siamo di fronte ad una persona che è artefice di sé e del proprio esistere: questo è il problema, quello che non abbiamo insegnato ai nostri bambini fino in fondo.
Divenire artefici consapevoli delle esperienze, dei pensieri, delle emozioni, delle azioni, del sentire.
Quell’essere artefici, in quel modo, fonda la possibilità di muoversi nel mondo in autonomia e senza dipendere dall’altro, dalla lettura del reale che ci propone.
Il problema dunque non è nei media, è in noi, nel nostro rapporto con i fatti, con il presente, con noi stessi e con l’altro da noi: dobbiamo ripartire dall’esperienza diretta fondata sulle sensazioni, sulle emozioni, sul pensiero, sul sentire, sulla consapevolezza di tutto questo che diviene azione, fare.
E dobbiamo rimettere al centro della sostanza relazionale l’autorevolezza che deriva dal conoscere, dall’essere consapevoli, dal comprendere: chi vive questo processo unitario può essere riconosciuto come autorevole, gli altri, quelli che parlano per sentito dire, per acquisizione prevalentemente cognitiva, vanno visti nella loro relatività.
Abbiamo ancora la capacità di riconoscere ciò che è autorevole, chi è autorevole, o non possediamo questa capacità? E, in questo secondo caso, la vogliamo apprendere? Vogliamo che i nostri figli la acquisiscano?
Se si, allora l’opera che ci attende è immane, si tratta di mettere al centro dello sperimentare umano i quattro livelli che lo strutturano:
– lo sperimentare sensoriale che deriva dal fare;
– lo sperimentare emozionale che deriva dal provare;
– lo sperimentare cognitivo che deriva dal pensare concreto e da quello astratto e creativo;
– lo sperimentare del sentire che abbisogna dello stare, del tacere, dell’ascoltare, del fare un passo indietro.


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5 commenti su “L’esperienza diretta, la narrazione, l’autorevolezza”

  1. Ognuno nel proprio quotidiano, nello svolgere le proprie mansioni è chiamato al lavoro che hai descritto Robi. Non c’è tempo per prendersela comoda.

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  2. Proprio immane l’opera che ci attende, come dici. Ci sostiene la conoscenza e forse anche la comprensione – magari parziale – del non essere vittime di questa situazione. L’essere ” perduti” è una tappa fondamentale del rientro in sé; questo non significa che possiamo prendercela comoda…

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  3. Mi vengono in mente le parole di una canzone di De Andrè: Don Raffae’, quando dice parlando di una persona per lui autorevole: ” …..mi spiega quello che penso…”. È vero nella narrazione altrui del reale la nostra barchetta trova spesso il suo approdo, come un illusorio porto rassicurante da cui però la vita non tarda a stanarci. È tempo di spiegare le vele.

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  4. Chi legge queste parole si rende conto di non essere stato addestrato a questo. Del conseguente e delicato compito cui è chiamato per le future generazioni.
    E questo può avvenire solo con un’incessante lavoro di ritorno a zero per rimodellare un programma vecchio che risponde ancora alla logica di una interpretazione presa in prestito.

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