Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Volontà, identificazione, disconnessione

Molte domande pone Ivana nel suo commento al post Quando non coltiviamo più il lamento:
“1- Cosa intendi quando dici che di noi non ne sarà niente, perché non ci saremo più allora?
2- Come si esce dal bisogno di apporre etichette, ecc. , cosa vuol dire se siamo pronti?
3- Non possiamo agire in qualche modo per poter essere pronti?
4- Secondo te possiamo o no cambiare i nostri pensieri in merito al lasciare andare i nostri bisogni?  
5- Come si acquisisce la capacità di osservare e lasciare andare?

6- Che differenza c’è fra chi lavora su se stesso per diventare consapevole e chi invece non se ne cura visto che tutti arriveremo alla meta?
Io di me sento che c’è qualcosa che mi impedisce di percepire quello che sono e sto impegnandomi a scoprire cos’è.
Se comunque tutto accade, perché impegnarmi allora? A cosa mi serve?
Ma come ci arrivo a lasciare che tutto accada se non mi impegno a scoprire come lasciare andare?”
La sostanza di molte delle domande (3-4-5-6) poste è la necessità dell’impegno per conoscersi, divenire consapevoli, comprendere.
L’esercizio della volontà, dunque, e del libero arbitrio.
Tratterò la questione, necessariamente, dal punto di vista del divenire, essendo l’unico piano sul quale esiste la volontà.
Da chi è espressa quella forza che chiamiamo volontà? Dall’identità sorretta dall’intenzione della coscienza, di norma; a volte anche senza quell’intenzione, come puro frutto dell’identità.

Imparare ad ascoltare, osservare, lasciar andare
Normalmente le persone vivono nel passato, o nel futuro, ed hanno una vaga connessione con il presente del quale vedono gli aspetti funzionali, ma non il respiro esistenziale. D’altra parte, nemmeno del passato e del futuro vedono il respiro esistenziale, quindi ..
Adesso, non di rado, del presente non vedono nemmeno la funzionalità perché lo guardano attraverso uno schermo da 5 pollici: camminano, mangiano, copulano con lo smartphone in mano.
Per imparare ad ascoltare e ad osservare occorre:
– liberarsi dell’identificazione con i contenuti mentali ed emozionali, disconnettendoli;
– tornare incessantemente alle informazioni che i sensi trasmettono, focalizzarsi dunque sulla base sensoriale;
– lasciar andare la stessa consapevolezza delle sensazioni, oltre che di tutto il resto, affinché  la consapevolezza non sia occupata da alcun oggetto.
Se queste condizioni sono realizzate, allora si realizza l’ascolto e l’osservazione.

Il lasciar andare richiede uno sforzo volitivo?
Si, all’inizio. Il lasciar andare è un’attitudine e come tutte le attitudini si sviluppa attraverso l’esperienza e la pratica.
La non identificazione non è un’attitudine, è la risultante del compreso, di una evoluzione del sentire: possiamo esercitare la volontà per disconnettere, per lasciar andare ma non per conseguire la non identificazione.
Man mano che l’attitudine al lasciar andare si sviluppa e si consolida, sempre più facile ci rimane l’esperienza della non identificazione, fino a quando questa non sorge per suo spontaneo moto, senza che sia necessaria una attivazione attraverso il lasciar andare.

Il lasciar andare dipende da quanto il soggetto è radicato
Se la percezione e interpretazione di sé come soggetto attivo ed operante, come centro del pensare-provare-agire, è salda e radicata, il lasciar andare non è semplice e complesso è anche il superare l’identificazione con i contenuti mentali ed emotivi: il nostro sentirci soggetto ed interpretarci come tale, non ci aiuta.
Aver maturato in sé la consapevolezza e la comprensione di essere coscienza e manifestazione di essa, è la condizione perché la presa dell’identità, e del soggetto, si affievolisca e il processo del lasciar andare possa accadere.
Fino a quando siamo ego-centrati, pochi sono i processi di disidentificazione che permetteremo.
Confidare eccessivamente sulla volontà è un modo di rafforzare la centralità egoica.

Non impariamo perché vogliamo imparare, ma perché ci concediamo alle esperienze
L’esperienza è la nostra maestra: non impariamo, non evolviamo, non comprendiamo, non “ci illuminiamo” perché lo vogliamo, tutto questo semplicemente accade in virtù del nostro sperimentare.
Il consapevole e l’inconsapevole sperimentano, conoscono, divengono consapevoli in vario grado e comprendono. Così funziona per tutti, via o non via, religione o non religione.
Nel divenire, l’assassino diventa santo per moto naturale: tutta l’acqua va al mare, noi diciamo.
A cosa servono allora la via, l’impegno, la ricerca? Ad andare al mare soffrendo e faticando di meno perché, se conosci e sei consapevole, non fai prima, ma di certo sbatti meno e quando sbatti magari sai curarti le ferite.
Non si può comprendere questo paradosso se non si riflette sull’inesistenza del tempo, sulla soggettività dei film personali, sulla ologrammaticità del reale: ma non è questa la sede per questi argomenti già tante volte trattati.

Il superamento dei bisogni
Un bisogno sorge nella coscienza come richiesta di dati e attraversa la mente e l’emozione facendo sorgere l’azione condizionata.
Quando un bisogno viene superato? Quando la sua natura viene manifestata e compresa. Un bisogno è un insegnante, narra del lavoro da fare e del non compreso che opera in noi.
Non si può superare un bisogno volendolo, ma conoscendolo nella sua origine e, attraverso le esperienze, superandone la necessità avendo compreso perché sorgeva e superato la ragione che lo portava a manifestarsi.
La natura dei bisogni che ci attraversano ci svela e parla del nostro lavoro quotidiano: mai rimuoviamo un bisogno, sempre lo osserviamo e, se ci viene naturale, lo disconnettiamo.
Naturalmente, ci sono casi in cui un bisogno non sorge dal sentire, ma semplicemente dalla mente/identità: in questo caso possiamo disconnetterlo, non avendo molto senso il continuare ad alimentarlo: questo richiederà senz’altro l’uso della volontà. e una apparente, o reale, forzatura.
Per imparare a distinguere tra i bisogni che hanno origine nel sentire e gli altri che sorgono dall’identità, vi invito a consultare le voci bisogni e identità in questo sito.

Cosa può dunque fare Ivana – e tutti noi con lei – con la sua volontà?
Utilizzarla per disporsi ad imparare;
per non fuggire le sfide che l’altro porta nel quotidiano;
per non cadere nel vittimismo ricordandosi che ogni cosa che accade è generata da lei per lei stessa;
per disconnettere e tornare alle sensazioni;
per ringraziare per le opportunità di ogni giorno.
Al mare ci porta il fiume: evitiamo di incagliaci nelle radici delle rive, o nella melma del fondo, per questo ci serve la volontà.

Cosa vuol dire essere pronti?
Aver allentato la propria adesione al soggetto e scorrere fluidamente portati dalla corrente.


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  1. Grazie Roberto!

  2. Grazie Roberto, rileggere come tu hai scritto “questi argomenti già tante volte trattati” almeno per me è sempre importante, aiuta a rimettere a fuoco i punti cardini da osservare, considerare, per valutare il cammino.

  3. Grazie!

  4. Stamattina, più ce mai, queste parole allentano la mia ansia e la mia identificazione. I lavori della casa e i problemi ad essa connessi, mi portano troppo spesso a stare nella mente e nel fare. Grazie Robi.

  5. Grazie per questi preziosi chiarimenti Roberto. Come diresti tu, questo è un post da fissare in tutti i nostri neuroni. Un abbraccio!

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