Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Volontà e fiducia

Nel nostro limite duale, facciamo fatica a tenere assieme la complessità dei processi, la molteplicità delle sfumature, l’ambivalenza delle situazioni.
Affermo da tempo che la prima e ultima scuola è la vita e che solo vivendo, e osando vivere, si è condotti oltre sé, oltre il proprio limitato orizzonte identitario.
La vita in sé è perfetta: a ciascuno dispensa il necessario; per ciascuno accadono le scene che, passo dopo passo, atomo di sentire dopo atomo di sentire, conducono alla realizzazione ultima.
Nel programma della vita, nel suo DNA, è inscritto l’intero processo che da ego conduce ad amore: vivere è dispiegare quel processo.
Niente altro che questo è il vivere.
In questa logica e in questa disposizione, il dono più grande è la fiducia: la capacità di non dimenticare mai l’ordine delle cose, di farvi ritorno senza fine, di vivere i fatti come aspetti di quel progetto in manifestazione.
La fiducia non è una conquista, ma un dono. è figlia delle comprensioni e sorge lungo il cammino e ci permette di rimanere integri quando la realtà ci sembra avversa.
Fiducia e volontà sono sorelle: cosa significa?
Sebbene il frutto della fiducia cresca in noi come un dono e divenga parte del nostro sguardo sul mondo, quel frutto matura sulla pianta umana ricca dei suoi condizionamenti: la mente desidera il controllo; l’emozione colora il reale con le sue tinte; l’identità, anche quando è residuale, propone il suo canto.
Il frutto della fiducia è in balia del condizionamento: passata la prima onda, la prima esperienza della fiducia che dilaga in noi e sembra saturarci, la routine dei giorni e degli anni ne stempera la forza e l’irruenza iniziale diviene una nota di fondo, una traccia persistente.
La volontà, fondata sulla consapevolezza del nostro procedere, del nostro disorientarci e perderci, attiva la possibilità di riallinearci, di tornare a zero, di vedere il condizionamento e disconnetterlo.
La volontà è la nota, il richiamo, la forza che giunge dalla coscienza e indica la strada, ricorda il fine, propone i mezzi: attraversa la mente e ne attiva le risorse; irradia il corpo delle emozioni e lo regola e stabilizza; diviene infine azione, gesto, atto coerente.
La volontà che sorge dal sentire attraversa i corpi e si impatta con un’altra volontà, quella che sorge dall’identità, dall’immagine di noi che abbiamo edificato e che tende a preservare il suo equilibrio, la sua visione e i suoi attaccamenti.
La tensione tra le due forze è palese: l’una orienta e indirizza, l’altra resiste e conserva.
L’attrito prodotto è illuminato dalla consapevolezza della persona della via, allenata e avvezza: fiducia e volontà danzano, la prima illumina la seconda e questa riposiziona ad ogni respiro la prima al centro della scena.
Se qualcuno di voi ha pensato che noi non tenessimo in debito conto l’esercizio della volontà nella via spirituale, si è sbagliato: la volontà non ci permettere di evolvere – non si cambia perché lo si vuole, ma perché si è compreso -, ma è forza indispensabile interna al procedere e alla trasformazione interiore.
Non compiamo dei balzi evolutivi grazie all’esercizio della volontà, ma possiamo comprendere – e dunque evolvere – perché viviamo e nel vivere l’esercizio della volontà è come il cibo che tiene in vita il nostro corpo.


Se hai domande sulla vita, o sulla via, qui puoi porle.
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