Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Samadhi e unione: tutto è relativo e tutti imparano

Si legge che maestri o yogi sperimentano nel cosiddetto “samadhi” lo stato di coscienza cosmica: è vero? e come accade?
I vari livelli di sentire che si raggiungono solo quando si ha l’evoluzione necessaria – e che possono saltuariamente essere sperimentati mediante una disciplina che ponga la mente in stato di quiete e lo stesso corpo astrale in stato di equilibrio – sono così belli a sentirsi, a sperimentarsi, danno una tale benedizione che sono scambiati dal soggetto che li sperimenta per lo stato massimo di coscienza cosmica, mentre così non è.
Il fatto di sentire, in una specie di estasi, che tutto quanto ci circonda fa parte di noi stessi, che gli esseri che ci stanno vicini, sono parte di noi, il sentirlo veramente, non può che dare un senso di liberazione e di grande beatitudine; e questo può essere scambiato, da chi sia alle prime esperienze del genere, per uno stato di coscienza cosmica, perché non può immaginare che la coscienza cosmica è oltre questa beatitudine.
Si tratta semplicemente di uno stato ampliato di coscienza che si raggiunge sempre, ad un certo livello di evoluzione, e che non può essere provato alle prime incarnazioni, ma che non è certo ancora la coscienza cosmica.
Questo ci dimostra, innanzi tutto, che chiunque sia incarnato, se pure si definisca incarnato per missione, o uno spirito divino, anche se è incarnato per portare aiuto agli altri, è pur sempre una creatura che è sulla terra per evolvere e per imparare qualcosa.
Il libro di Francois, Scuola del Cerchio Firenze 77, pagg. 225-226, Edizioni Mediterranee.


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