Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Identità, gestione e depotenziamento

Dice Samuele nel suo commento a Raggiungere la liberazione: Essere naturale quindi inteso come non essere condizionati dalla propria identità. Però è l’identità stessa che ci permette di vivere le esperienze. Se la coscienza ha scelto una determinata identità per fare le sue esperienze ed accrescere il proprio sentire, non sembrerebbe giusto lasciare che quella identità sia libera di ingombrare la scena e fare la sua parte? Non appare coerente rinunciare o soffocare l’identità; forse è solo questione di non essere in balia della stessa, ma come puoi riuscire al contempo ad assecondarla e a non esserne in balia?
Questa espressione è la chiave: “Però è l’identità stessa che ci permette di vivere le esperienze”. L’identità non è un corpo, non è un veicolo, la coscienza non edifica una identità e poi se ne serve.
La coscienza crea i suoi corpi transitori che le permettono di proiettare e dispiegare il compreso e il non compreso nel tempo e nello spazio, nella vita.
L’identità non è un corpo transitorio: è l’immagine riflessa della natura e delle dinamiche di quei corpi che operano sotto la guida della coscienza.
E’ il riflesso appannato della tensione coscienza/suoi veicoli.
L’identità è la lettura di sé, delle personali meccaniche, del proprio essere nel mondo, del proprio incedere operata attraverso l’auto consapevolezza relativa: è l’interpretazione di sé fondata sulla lettura dei dati che emergono dal conscio e dal subconscio.
L’identità è la risultante delle mutevoli percezioni e interpretazioni di sé; è il frutto dell’immagine che proiettiamo nelle relazioni e delle risposte/reazioni che riceviamo.
L’identità è l’effimero per antonomasia, il cangiante, l’ologramma di sé auto prodotto ed auto alimentato al quale aderiamo nella nostra infinita ricerca di definizione rispetto a ciò che ci circonda.
E’ il frutto della natura divisoria della mente che tutto seziona e a tutto appone una etichetta.
E’ il tentativo più semplice e più immediato di scoprirsi come esistenti: esisto perché contrapposto, separato, diviso da te.
Essendo tutto questo, e niente di reale dunque, l’identità se aderita e sostenuta, diventa il filtro attraverso il quale osserviamo, viviamo e interpretiamo la realtà.
Essendo essa per prima illusione, genera scelte ed interpretazioni illusorie. L’adesione acritica ad essa è mortifera per l’umano.
L’uso consapevole fondato sul dubbio e sulla disconnessione del filtro identitario, conduce invece a conoscere pienamente il processo illusorio, a governarlo e a superarlo.
L’identità, proprio per la sua natura illusoria è l’importante maestra che ci traghetta oltre l’illusione, in quanto il suo insostenibile condizionamento ad un certo punto ci risulta insopportabile.
Per non cadere in sua balia, è necessario coltivare la consapevolezza della sua aleatorietà, vederne il movimento ed il fine, focalizzarsi sul limite nostro che mostra e lavorare quel limite senza mai curarsi più di tanto delle ferite che il nostro amor proprio identitario subisce.
Nessuno attorno a noi ci toglie il diritto di esistere, sebbene la nostra identità legga tutto come pericolo, o come conferma: oltre questa morsa irreale, c’è il teatro della vita nel quale entriamo sapendo che la coscienza ci guida e la questione non è mai se andiamo bene o no, se siamo adeguati o no, se saremo accolti o no, se piaceremo o no: la questione è che ciò che viene ci cambierà e a quel cambiamento dobbiamo essere pronti e duttili.
Si tratta di depotenziare il presente di tutto ciò che la mente /identità vi carica sopra e di aderire ai fatti che marcano il non compreso in noi.


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  1. Grazie. Dovrò soffermarmi un po’ sulla risposta che sento essere esaustiva e al contempo articolata per cui necessita del tempo da parte mia per essere compresa a fondo.

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