Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La gestione del dolore

Elena L. scrive: “Stare nel dolore aiuta a elaborarlo, ad andare verso l’essere liberi o stare nel dolore è tempo malato in pasto al nostro ego, ti aggancia e ti tira semplicemente giù per rafforzare un personaggino sofferente?”
C’è una fase in cui non scegliamo di stare nel dolore o non starci, semplicemente il dolore c’è. E’ sorto e cresciuto affondando le sue radici nella mente, si è ammantato di emozione ed ha invaso l’essere: un’onda, sostanzialmente. Perché è sorto? Perché da qualche parte c’è del non compreso, che diviene attrito tra la coscienza che spinge in una direzione e l’identità che tira in un’altra. Quando nei processi interiori che danno luogo alla vita della persona, al suo quotidiano fatto di pensieri, emozioni ed azioni, c’è qualcosa di non chiaro, non direzionato, sorge l’esperienza che chiamiamo dolore, frustrazione, apatia, confusione, aggressività e nervosismo. Ciò che nell’identità prende corpo sorge da qualcosa che la coscienza non ha compreso e/o da un conflitto tra coscienza ed identità.
Il dolore, accadendo, ci segnala che qualcosa non va, questa è la sua funzione insostituibile.
La prima conclusione logica è che dobbiamo permetterci di soffrire.
La seconda è che dobbiamo interrogarci sull’origine di quello stato, dandoci il tempo di indagarne le cause.
La terza è che, non appena abbiamo trovato una causa plausibile, dobbiamo disconnettere da quello stato dell’identità, ricordandoci di che cosa è segno e del contesto più generale nel quale si manifesta (conflitto coscienza-identità).
Non bisogna fuggire dal dolore come non bisogna indugiare in esso: lo consideriamo opportunità che ci indica aspetti di noi che chiedono di essere lavorati, lo lasciamo appena ha assolto al suo compito. E’ un alleato, come tutto nella vita: quando indugiamo in esso non facciamo altro che eccitare la mente con le sue note e diamo luogo alla edificazione di aspetti dell’identità fondati sul lamento, sul vittimismo, sulla distruttività che, nel tempo, daranno luogo a comportamenti e stati dell’essere distorti.

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