Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La gestione delle emozioni e dei pensieri

Sorgono nell’interiore stati e pensieri, a volte sollecitati da situazioni, altre volte per loro proprio moto.
Indipendentemente dalla ragione che ne determina il sorgere, la prima domanda da porsi è: di cosa mi parla questo stato?
Di cosa è simbolo, quale aspetto di me preme per essere osservato e compreso più profondamente?
Una volta affrontata questa domanda e avendo trovato una qualche risposta, se questa è stata incerta e non risolutiva, lo stato tornerà e noi potremo di nuovo affrontarlo: ora, quel che preme, è che non ci blocchiamo nell’indagine, nell’analisi, nel rimuginio, nell’allevare lo stato emotivo lasciandoci pervadere dai suoi umori.
Qui sorge un problema: la nostra identità, la percezione che abbiamo di noi, dice che quello stato è noi, ci costituisce e le rimane innaturale non coltivarlo, non alimentarlo.
Siamo identificati con quello stato. Coltiviamo la convinzione che noi siamo un insieme di stati, di pensieri, di azioni: rinunciare ad essi è rinunciare a noi stessi.
Le cose non stanno così o, detto meglio, stanno in un modo più complesso. Fino ad un certo punto del proprio cammino evolutivo, l’essere umano non può che coltivare quella identificazione, è indispensabile affinché possa avvenire quella rappresentazione che chiama la “sua vita”.
Da un certo punto in poi le cose si fanno più complesse.
L’acquisizione di un sentire più ampio, lo porta a sperimentare stati d’essere che non sono riconducibili al livello identitario e basta: inizia a sperimentare stati governati dal sentire, che trascendono quello che fino ad allora ha sperimentato e che lo proiettano oltre al suo ruolo immaginario di vittima, gli dischiudono l’ampio spettro delle sue responsabilità e le ragioni più profonde di ciò che gli accade.
Quando l’umano si apre a questo nuovo mondo di sentire e di esperienze, comincia a vedere con gli occhi della relatività quello che prima considerava il proprio universo fondato sulle sensazioni, sulle emozioni, sul pensiero, sulle convinzioni, sulle interpretazioni conosciute: si accorge che tutto quello è relativo rispetto all’ampiezza del nuovo che sperimenta e che gli apre una possibilità di comprensione assolutamente nuova ed originale.
Sperimenta anche che, mentre il mondo dei fenomeni è impermanente e spesso frustrante, l’altro mondo, l’altro livello di sé, è profondamente appagante e conferisce stabilità duratura al suo essere e al suo procedere.
Quando una persona è giunta a questo punto del proprio cammino, dopo essersi posta le domande che indicavamo all’inizio, può iniziare a disconnettere dagli stati che sorgono nel suo interiore.
Disconnettere significa lasciar fluire, senza opposizione e senza identificazione ciò che sorge.
Quell’emozione, quel pensiero non sono noi: sono, fino ad un certo punto, un simbolo, e da un certo punto in poi solo un fatto che viene e che va.
Qualcosa che viene e che va, questa è la chiave per trattare le emozioni e i pensieri: non noi, non la nostra vita, non il determinante, soltanto qualcosa che viene e che va.
Cosa, chi siamo noi? Quel sentire ampio e non condizionato sul quale andiamo aprendoci, quello che ci stiamo introducendo a sperimentare.
Ancorati a quel sentire, a quella nuova e più vasta comprensione di noi, possiamo lasciar fluire l’immenso fiume dei fenomeni con la loro scia di impermanenza.
Senza quell’ancoraggio, quella comprensione più ampia di noi e del nostro procedere, la disconnessione può essere pericolosa perché ci conduce, privi di struttura interiore, in un deserto senza riferimenti.


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  1. “Qualcosa che viene e che va”. L’immagine è forte,di grande aiuto.

  2. Quell’ancoraggio lo potremmo chiamare consapevolezza? Anche se siamo già oltre la consapevolezza

  3. ‘sono, fino ad un certo punto, un simbolo, e da un certo punto in poi solo un fatto che viene e che va.’
    Grazie per questo ulteriore spunto di riflessione sul simbolo che un pensiero, un’emozione sottendono e che la disconnessione senza lettura di quel simbolo diventa un esercizio di stile che non porta poi a molto, forse a una rimozione ma non a una comprensione.
    Colgo il filo con il post precedente e vedo il respiro ampio di questi spunti di riflessione, arnesi del mestiere provati e poi dati a chi li voglia provare.

  4. “Senza quell’ancoraggio, quella comprensione più ampia di noi e del nostro procedere, la disconnessione può essere pericolosa perché ci conduce, privi di struttura interiore, in un deserto senza riferimenti.” Mi riallaccio a queste parole per dire come la disconnessione non ci evita di sentire ciò che attraversa e oltre tutto non è possibile scegliere ciò che disconnettere a secondo dei gusti (mi piace e non mi piace)! Proprio non funziona. Se qualcosa arriva vuol dire che ha bisogno della nostra attenzione, che non significa identificazione, in questa disposizione ciò che attraversa può essere sentito nella sua potenza e certo anche dolorosa, ciò che cambia sarà l’atteggiamento: la disposizione a non scappare, ad imparare e a conoscere se stessi, faranno sì che ciò che ci attraversa non sarà mai noi ma sarà la porta di accesso verso la comprensione. In questo modo sì, il dolore, la sofferenza, la paura…potranno essere lavorate, comprese e lasciate andare e probabilmente la loro potenza diminuirà con il tempo.

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