Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Identità e coscienza sono indivisibili

identità coscienza

Essendo l’intera vita dell’umano condizionata dalla logica duale, è facile cadere nella trappola della mente che tutto divide.
Questo vale anche in ambito spirituale e si specchia nel dualismo coscienza/identità, dove la prima è considerata la realtà vera e la seconda quella ingannevole, effimera, irreale.
Le cose non stanno proprio così: tutto ciò che prende forma nel mondo del divenire, quindi nello spazio e nel tempo, è generato dal sentire e da questo tenuto assieme. Non esiste realtà che non sia proiettata dalla coscienza, focalizzata dalla mente, estratta dall’indistinto attraverso i sensi.
Certo, l’identità non è un corpo e non ha sensi suoi: è il frutto della relazione tra il corpo mentale, quello emotivo e quello fisico, ma quella relazione tra corpi, e l’esistenza stessa di essi, avviene all’interno, non all’esterno, del governo della coscienza, della sua influenza, del suo tenere tutto assieme essendo di tutto la regista, l’alfa e l’omega.
A noi sembra che l’identità non sia così vincolata al sentire, ci sembra di possedere un libero arbitrio che, in quanto portatori di un nome, ci rende liberi e autonomi, ma le cose non stanno così: il libero arbitrio di cui gode l’identità è relativo al sentire (di coscienza) acquisito, all’insieme delle comprensioni raggiunte, ed anche quando quella libertà è ampia, lo è perché è espressione diretta e incontrastata del sentire.
Immaginiamo un bambino in un campo di calcio che gioca: si può muovere come e dove vuole all’interno del perimetro del campo; a lui sembra di avere una libertà straordinaria nell’organizzare ed esprimere il proprio gioco, in realtà il suo muoversi e creare è condizionato all’ambito della coscienza che ha tracciato il perimetro del campo e l’ampiezza di questo e che ha stabilito le regole del gioco.
Non va pensato che esistano due campi di calcio in cui il bambino gioca in uno come coscienza e nell’altro come identità: il campo è uno e il bambino gioca guidato dalla coscienza e si interpreta con gli strumenti ridotti e relativi dell’identità. Questo fino a quando in sé non sarà maturato un sentire tale che lo sguardo e la lettura della coscienza avranno pervaso l’identità fino a soverchiarla; ad allineare, sintonizzare, armonizzare il suo sguardo con quello del sentire rendendo i due occhi artefici di un’unica identica vista

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