Finire in pace

Scrive una lettrice che qui chiameremo Ina:
“Anni fa ho avuto la sensazione netta della chiamata, una forza irresistibile che mi ha dirottata dalla vita solita, ho frequentato gruppi spirituali, fatto ritiri. […] col tempo ho lasciato i gruppi […] non c’è più nessuno con cui rapportarmi […] andrebbe bene anche così se ogni tanto non pensassi (come dici tu) di essermi persa […] vuoto..quello sì, la chiamata non la sento più, sono tornata a una realtà insipida […] non ho una pratica spirituale, meno che mai ne vedo il senso, i miei compagni di pratica sono i canti dei merli, i cespuglietti d’erba […] potrei dire che vivo di questo e in questo trovo gioia […] le paure […] mi hanno lasciata da lungo tempo […] ci sono per tutti ma così lontana da tutti […] è un po’ quello che ho sempre desiderato, l’eremitaggio.. e ora ci sono per davvero nell’eremo, rabbrividisco solo al pensiero di tornare in un gruppo di pratica, non amo i ritiri e le letture si sono ridotte..non c’è più ricerca […] È qui che si arriva? Distacco dal mondo, isolamento? Sì, c’è pace….e poi
Dicevo alla nostra lettrice che questioni come quelle che lei pone richiederebbero la possibilità di guardarsi negli occhi e vedere che cosa sorge: il web non è il luogo adatto per discussioni come queste, ma proverò comunque ad affrontare il tema abbozzando un approccio che magari risulterà utile anche ad altri.
Quali sono i punti cardine della situazione esistenziale di Ina?
– Il vuoto;
– la realtà insipida;
– la perdita di senso.
E poi:
– l’assenza di paure;
– la spinta alla solitudine dell’eremitaggio;
– una pace di fondo.
L’esperienza del vuoto, la realtà insipida, la perdita di senso sono le conseguenze del lutto della mente che ha perduto i suoi giocattoli e non ha modo di rimpiazzarli.
Pian piano quegli stati diverranno sempre più marginali fino a scomparire, o a divenire residuali: questo se il processo di Ina va nella direzione del superamento della propria identità e dei suoi attaccamenti e bisogni.
Se queste esperienze non si stempereranno, allora la questione è di tutt’altra natura.
Se diverranno residuali, significa che la coscienza e il suo sentire hanno sufficientemente pervaso l’insieme dei loro veicoli e della vita quotidiana, tanto da guidarla con mano ferma e senza resistenze particolari da parte dell’identità: quei residui che permangono di mente e dei suoi contenuti, che si possono manifestare in certe condizioni particolari per poi lasciare il campo senza strascichi e senza rimpianti, sono fisiologici e non rappresentano alcun disturbo e non dimostrano alcun attaccamento particolare. Ricordo che finché l’umano è incarnato, per il solo fatto che dispone di veicoli transitori, questi producono, per meccanica loro, un’immagine di sé ed una elaborazione di questa da parte della mente/identità.
L’assenza di paure ci dice che queste sono state viste e affrontate, che il passato è stato osservato ed integrato, che il presente non ci è avverso, che il futuro non ci riguarda.
La spinta alla solitudine e all’eremitaggio, è la fase matura di una coscienza che va terminando il proprio compito nel mondo e crea scene di vita dove l’elemento predominante è la contemplazione dell’esistente.
Il mondo come officina delle esperienze, delle consapevolezze da sviluppare, delle comprensioni da consolidare ed acquisire, va perdendo la sua priorità: la coscienza ha portato a compimento ciò che le necessitava, ha i dati che le occorrevano, ha quella completezza di sentire che per questa vita – e forse per tutte le vite – le basta, e allora esce con discrezione dall’officina e si avvia sulla strada dell’eremo.
Il quotidiano è pervaso da una pace di fondo: la pace di chi non ha più domande, non ha ricerche in atto né in cantiere, non si aspetta qualcosa, non deve andare da nessuna parte.
La pace di chi è a posto perché ciò che doveva fare e comprendere lo ha fatto e compreso: quella persona può fermarsi e risiedere in quella pace; non smette di comprendere per il semplice fatto che non ha più la spinta a farlo, comprenderà comunque perché finché c’è vita c’è comprensione in atto, ma questo non la riguarda, non si sente colei che comprende, si percepisce come la vivente di cui il comprendere è essenza.
Quella persona non ha un “e poi” Ina, non ha alcun orizzonte.


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2 commenti su “Finire in pace”

  1. Io ci sono da un po’ in questa condizione. E mi sento disorientata. Anche io mi chiedo e poi? Ma
    A quanto pare non c’è un poi…

    Rispondi

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