Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La consapevolezza di essersi persi

L’orgoglio e la presunzione sono tra le principali e più diffuse malattie in ambito spirituale.
Uso il termine malattie non a caso: in una via interiore non si parla di malattie ma di simboli; nel mondo, nell’inconsapevolezza, si parla di malattie, di un qualcosa che ti colpisce e non ti rendi conto di come è arrivato, della sua portata, di come uscirne.
Quando ci si inoltra in un cammino interiore e spirituale si è sospinti da un bisogno, ma anche da una chiamata, una spinta se preferite: qualcosa in noi ci induce ad iniziare, a frequentare, ad impegnarci e a perseverare.
Nel tempo, quella chiamata, o spinta, sembra affievolirsi: in realtà è posta in secondo piano dall’affacciarsi della mente che, oramai confidente con il nuovo ambiente e con i termini del paradigma in cui è inserita, torna in primo piano.
La chiamata sfuma, la mente canta. Come sapete, la mente divide e dove c’è unità va cercando crepe per insinuarsi e, naturalmente, ci riesce, immancabilmente.
Ecco, questa dal nostro punto di vista è la condizione in cui la persona si è persa, ovvero ha perso il contatto con la chiamata.
Cos’è la chiamata? L’impulso della coscienza che supera ogni resistenza ed ogni nebbia e affiora alla consapevolezza affermando la necessità di una svolta, di un cambiamento più o meno radicale.
Quando si è perso il contato con l’origine e la mente è tornata al centro, orgoglio e presunzione fanno la loro parte, come è naturale che sia.
La situazione si può correggere, l’opera confusa della mente può essere ridimensionata se la persona è inserita in un ambiente che per carisma e per capacità ed esperienza è in grado di interloquire in modo autorevole.
Spesso la persona, la mente della persona, non cerca però quell’ambiente che può aiutarla e si isola e, nella solitudine, i fantasmi danzano.
Se la persona ha una pratica meditativa, quella potrebbe aiutarla.
Se la persona ha l’abitudine alle buone letture, quelle le sarebbero di orientamento e di discernimento.
Se la persona ha dei compagni di viaggio cui riconosce una autorevolezza, a quelli dovrebbe chiedere.
La persona che si è persa raramente si rende conto di essersi persa, perché pensa che il perdersi sia sempre una cosa diversa da quella che sta sperimentando: la funzione della pratica meditativa, delle letture, dei buoni amici è di farle da specchio affinché torni a poggiare gli occhi sulla chiamata, sull’essenziale.


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