Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Morire, rinascere, comprendere

In certi ambienti non si dice “Buona Pasqua!” ma “Buona rinascita!” E’ un’espressione che ho usato anche io in passato, finché non ne ho colto il limite.
Oggi, se qualcuno mi augura di rinascere mi viene da rispondere “No, grazie, ne faccio volentieri a meno.”
Siamo in periodo pasquale, oggi è il venerdì santo, la morte di Gesù.
Il mito racconta che si troverà poi la sua tomba vuota e che, dopo un po’ di tempo, alcuni che l’avevano conosciuto, avranno esperienze interiori tali da poter dire di aver rincontrato il Maestro.
I due di Emmaus dicono di incontrare uno straniero, quindi una figura a loro non conosciuta nelle sue apparenze ma, quando questa parla e condivide gesti e situazioni allora sorge in loro l’evidenza che è lui, il Maestro.
I due non rincontrano Gesù, questo è evidente: se avessero incontrato il Gesù trapassato, lo avrebbero colto nelle sue sembianze umane, simile a come lo avevano conosciuto. Tutta la letteratura sulla visione umana dei trapassati parla del loro apparire nelle sembianze terrene, ma ringiovaniti.
Nel caso di Emmaus le sembianze non sono quelle conosciute, i discepoli riconoscono il maestro dalle parole, dai gesti, dalla situazione che crea: questo ci dice che non incontrano il Gesù risorto, ma il principio spirituale e coscienziale che ha dato luogo alla manifestazione umana, alla persona che chiamavano Gesù.
Non hanno incontrato Gesù, ma il Cristo, il principio-origine di Gesù. Essendo il veicolo fisico di Gesù morto, non potevano che incontrare la sua coscienza-origine.

Luca 24,13-35

13 Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Dal racconto emerge chiaramente che quella che vivono è innanzitutto una esperienza interiore attivata dalle parole, dai gesti, dalla condivisione del pane e, evidentemente e principalmente, di un sentire: “Non sentivamo forse ardere il cuore..”.
Non è forse la stessa esperienza che vivono tutti coloro che, ad un certo punto del loro esistere, incontrano nell’interiore il determinante?
Quell’incontro suscita forti reazioni nell’intimo e, a seconda di come quell’intimo è configurato, nella impressione interiore e nella trasmissione del vissuto vengono usate rappresentazioni e immagini tra le più varie.
Cos’è quella esperienza interiore che hanno vissuto i due di Emmaus e, nel tempo, tanti di noi? L’incontro con il determinante dicevamo, ma cos’è il determinante? E’ una persona, è uno stato di coscienza?
E’ uno stato di coscienza, di sentire che si dischiude alla nostra fruizione perché, finalmente, abbiamo l’ampiezza di sentire per poterlo fruire, cogliere, incorporare pienamente.
Incontriamo il determinante quando abbiamo il sentire adatto ad accoglierlo, quando in noi i fatti della vita, le esperienze ci hanno permesso di ampliare il sentire fino al punto di vedersi realizzata la possibilità di “sintonizzarsi su quella frequenza”.
Quella frequenza c’era già, ma noi non avevamo il ricevitore capace di sintonizzarvisi; quando le comprensioni sono divenute adeguate, quella frequenza è divenuta intelligibile.
Non è il Cristo che è apparso ai discepoli, sono i discepoli che, dopo tutti i fatti, le esperienze, le sollecitazioni hanno finalmente avuto gli occhi, le orecchie, il sentire adeguato per comprendere che in loro era accaduto qualcosa di profondamente nuovo: l’impatto con una dimensione della vita e del vivere che noi chiamiamo l’incontro con il determinante, loro l’incontro con il Maestro.
Tutto questo processo è stato vissuto ed interpretato dai discepoli nei modi storicamente trasmessi: quello non è ciò che è accaduto, ma ciò che è stato vissuto nell’intimo, interpretato con gli strumenti simbolici e allegorici a loro disposizione e comuni al loro tempo.
Gesù è morto; il Cristo, la coscienza-sentire-principio che lo ha generato, no. Una coscienza non muore, né nasce.
Quello stato di coscienza che chiamiamo il Cristo, è una condizione del sentire a cui ogni umano può connettersi quando il suo personale sentire è in grado di coglierne l’ampiezza e la natura.
Tutti coloro che raggiungono una determinata ampiezza di sentire, vivono l’esperienza dell’incontro con il determinante e la interpretano, rappresentano e trasmettono così come è possibile alle loro menti: quell’incontro non avviene con una persona, il Cristo*, ma con un sentire, la Dimensione cristica, con una condizione della coscienza personale e collettiva.
Quello che i cristiani chiamano il Cristo non è dunque che uno stato del sentire comune ad ogni umano, fruibile quando si è conseguito un certo grado di comprensioni.
Il Cristo è coscienza unitaria disponibile a tutti coloro che all’unità si affacciano o sono giunti.
Quello che i cristiani chiamano a quel modo altri chiamano in altro modo e noi non chiamiamo affatto, ma la sostanza è che l’umano va dalla separazione all’unità e quando questa gli si configura alla percezione e all’esperienza, ognuno ne narra secondo i propri personali vocabolari interiori.

*Qui non vogliamo discutere dell’essere persona di Cristo o di Dio, perché ci porterebbe molto lontano. Possiamo dire che “Dimensione cristica” non è un’espressione che configura una vaghezza, ma un sentire preciso congiunto ad una consapevolezza altrettanto precisa.
Il limite delle menti quando affrontano queste questioni è che non riescono a liberarsi della visione duale: dire che Cristo non è persona ma Dimensione cristica, non significa annullare una specificità ma affermare che non è concepibile in senso umano, antropomorfico ed identitario.


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  1. L’esperienza interiore è quella che tu dici. L’affacciarsi alla condizione unitaria e l’incontro con il Risorto sono la medesima realtà. Uno stesso sentire, espresso con categorie differenti. La vibrazione che emerge è nitida, consolidata nel tempo, seppure spesso sommersa da periodi in cui quella condizione unitaria non viene vissuta

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