Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il processo di appropriazione

Affermare che tutta la realtà mi riguarda non è come dire che tutto è mio.
Tutta la realtà mi svela e riflette i miei processi interiori, quindi mi riguarda; nello stesso tempo, tutta la realtà non è mia, non mi appartiene, è una sequenza di fatti che la mia interpretazione unisce conferendogli il senso a me funzionale.
La realtà mi parla, ma non mi appartiene: ahimè, ci comportiamo come se la realtà fosse cosa nostra e invece mai lo è.
La realtà è fatto che accade e che sia generata dal nostro sentire, non la rende nostra.
Sembra un assurdo: come, è generata dal mio sentire e non è mia?
Il problema è in quel pronome possessivo.
Fino ad un certo punto del nostro cammino tutto è nostro; da un certo punto in poi prendiamo invece le distanze da quel processo di appropriazione e iniziamo a considerare i fatti nei quali siamo immersi come fatti.
Impariamo da ciò che accade, sappiamo che è generato dal nostro sentire, ma non diciamo più che ciò che accade è nostro, non ce ne appropriamo più.
Come può accadere una cosa simile?
Accede perché si è allentata l’identificazione con noi stessi, non ci percepiamo più come centro e come terminale di tutti i processi e stiamo sperimentando l’alterità irriducibile dell’altro, del fatto, della scena, dell’accadere qualunque esso sia.
In una fase evoluta del nostro procedere esistenziale, l’altro non è più cosa nostra: è cosa della vita che può parlare a noi, come può essere semplice accadere.
Affinché si possa discernere l’una o l’altra possibilità, è necessario che cali la nostra identificazione, il nostro risucchiare tutto e tutti dentro al nostro piccolo confine: osservare, ascoltare, imparare e consegnare il fatto alla vita senza mangiarselo, senza appropriarsene.
Coltivare questo atteggiamento ci conduce a vivere sempre più ad una certa distanza da ciò che accade: la realtà sfila davanti ai nostri occhi e alla nostra consapevolezza, si impatta per il necessario con noi e poi transita e scompare.
In questo atteggiamento non c’è appropriazione: impariamo il necessario e lasciamo andare. Impariamo e contempliamo e, ancora una volta, uniamo il divenire all’essere, il vivere allo scomparire.
Questo è l’argomento del gruppo essenziale 1 del 2 aprile.


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