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Pasqua: imparare, lasciar morire, rinascere

Quando impariamo qualcosa (da un insegnante, da un collaboratore efficace, dalla vita) che ha caratteri universali, nel momento in cui lo impariamo quell’elemento universale viene caratterizzato, interpretato, vissuto in modo personale, assume una connotazione personale.
Non è solo la pratica di ciò che abbiamo imparato che cambia l’ordine delle cose nella nostra vita, ma la capacità di lasciarlo morire, di non considerarlo importante, di non esservi attaccati.
Se l’imparato muore nella forma in cui ci è giunto e in cui è stato interpretato e vissuto allora, e solo allora, attraversando una metamorfosi di forma e di contenuto, riaffiorerà non più come elemento personale ma con un respiro ed una autorevolezza universali.
Il processo è: universale che diviene personale – disconnessione – personale che si fa universale.
Questo principio può essere applicato ad ogni aspetto della vita, dalla via spirituale agli affetti, alla politica: il valore più grande diviene fatto personale, muore come tale e torna a divenire valore per tutti. Se non muore, se non viene disconnesso, rimane solo fatto personale, piccola interpretazione insistita che canta la nostra piccola egoità.
Se i cristiani avessero il coraggio di lasciar morire l’immagine del Cristo che si sono costruiti, quanto grande si potrebbe liberare quell’insegnamento/testimonianza?
Quanto la loro interpretazione lo limita, lo imprigiona e lo soffoca?
Quanto spetta al singolo discepolo liberarsi di quella fede, dei suoi ministri, dei suoi libri, della sua teologia, perdersi nel mondo e lì trovare, lasciare che affiori, il Cristo in sé?
Quanto tutto questo spetta innanzitutto a noi che, pur non professando alcuna fede, abbiamo idee e visioni e modelli interpretativi che attendono soltanto di entrare nel buzzo del compost?

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  1. Perfetto!
    prima di tutto lascerò morire queste parole.

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