Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il mito e la fine della religione

Mi interroga il rapporto delle persone con le tradizioni e con i miti, ne ho parlato in questo post recente.
Riconosco il valore del mito: oltre la lettera rivela una realtà più profonda e significativa per l’umano in genere.
Il mito svela alla mente una realtà vasta che solo in parte da essa può essere indagata.
E’ una specie di segnale direzionale, indica dove va condotta la ricerca ma, questa, va portata avanti con gli strumenti propri della mente (1), o con altri strumenti?
Se dal paradigma comune si espungono tutti gli elementi di una conoscenza più profonda; se si nega una antropologia che non sia meramente materiale, neuronale, come e da quali strumenti dell’umano viene condotta quella ricerca?
Chi indaga la realtà? La mente? O esiste anche la coscienza, il sentire di coscienza come strumento di indagine?
E il sentire di coscienza è appannaggio dei mistici, o è strumento universale disponibile in proporzione al sentire stesso conseguito?
Non esiste nella cultura occidentale corrente la nozione di sentire di coscienza, bisogna far riferimento alla cultura esoterica per trovarne traccia e legittimità.
Serve il mito al sentire per indagare la natura della realtà? No.
Serve il mito per condurre alla porta del sentire, questo si: il mito parla alla mente e questa indagando si apre al mistero di cui non conosce la natura, ma ad esso si concede avviando un processo di ben altra natura.
I cristiani parlano di un figlio di dio fatto uomo, morto e risorto: mito allo stato puro che indica la direzione della ricerca attraverso i simboli.
La mente indaga sospinta dalla necessità di trovare risposte alla domanda di senso che incombe, genera immagini, logiche e novelle ma non comunica niente sulla natura di quel figlio, sulla esperienza intima dell’unione con il “padre” che l’ha travolto.
Per comprendere, non per capire, quell’esperienza, lo strumento di indagine non è la mente, né il mito che la orienta: è il sentire che apre, che dischiude quello sperimentare, che rivela l’accaduto, che lo rende accessibile, che lo fa accadere come inequivocabile.
A tutti e per tutti? No, a coloro che hanno ampiezza di sentire conseguita tale da poter “contenere” quella esperienza.
Il mito parla a tutte le menti e, da questo punto di vista, è universale; il sentire svela la realtà dello sperimentato da quel “figlio”a coloro che quello hanno in sé già conseguito.
Tutti conseguiranno quel sentire e il dischiudersi di quell’esperienza: il cammino delle coscienze a quello conduce ma, fino a quando il sentire non ha quella ampiezza, quella esperienza non è prefigurabile che attraverso il mito. Prefigurabile, non sperimentabile.
Quando il sentire ha la maturità necessaria, non solo il mito non le serve ma diviene inutile sovrastruttura, contenuto della mente che vela l’essenziale.
Il sentire della persona e il sentire del “figlio” si conoscono, hanno la stessa natura, sono la stessa cosa.
Raccontiamo qualcosa fino a quando non lo sperimentiamo, ma quando lo conosciamo e lo abbiamo compreso non lo raccontiamo più, lo testimoniamo.
Allora, la testimonianza non ha più bisogno del mito, né di esso tende a servirsi: crea le immagini e i linguaggi che conducono radicalmente oltre il mito che mostra così la sua natura di strumento che prepara la via.
Finché il sentire non ha l’ampiezza necessaria, tutto questo non accade e non si dischiude all’esperienza.
La religione muore quando il sentire è maturo.

(1) Qui per mente si intende il complesso mente-emozione che genera l’identità.


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