Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La tradizione e la fiducia nel cammino spirituale

Ho letto con interesse questa intervista a Raphael. Ho anche evidenziato delle parti: quelle in cui c’è piena condivisione di sguardo; quelle dove c’è perplessità e infine quelle che mi sono sembrate approssimative.
Ad esempio, trovo approssimativo quello che, in genere, dice in merito al cristianesimo.
Raphael riconosce una funzione insostituibile alla tradizione nella via spirituale: solo conoscendo l’esperienza degli altri sedimentata nel tempo, puoi sapere dove sei ora, dove è l’altro a cui magari ti affidi.
E’ un’opinione largamente condivisa da altri e sicuramente corrispondente a verità.
Nella mia vita mi sono trovato alcune volte nella condizione di poter aderire ad una tradizione, ma sempre in me ha prevalso la spinta alla ricerca autonoma, indipendente, libera da legami.
Perché?  Perché ciò che andavo cercando era oltre tutte le forme e le codifiche; perché la mia sfida era indagare il vuoto, non il pieno; perché desideravo verificare e testimoniare un principio:
– l’umano ha a disposizione tutto ciò che gli necessità, in ogni tempo, in ogni situazione se solo ha gli occhi per vederlo.
La tradizione è un po’ come il conto in banca: se finisco le risorse, ho dove reperirle.
Se vivo in un’epoca oscura, c’è chi custodisce il sapere.
Ho lavorato in una direzione molto diversa: tutto è a disposizione di tutti, non è un problema di sorgenti, di dati, di riferimenti, ma solo di comprensioni in divenire.
Per ogni livello di comprensione, esistono fonti, insegnanti, possibilità che possono condurre al livello successivo. Sempre, finché c’è divenire e nell’ottica di esso ci si muove.
Negare questo, significherebbe introdursi in una ben strana, per chi scrive, dimensione di realtà: quella in cui c’è chi ha il necessario e chi no; chi ha opportunità e chi non le ha; quella in cui c’è il  giusto e l’ingiusto.
Non è questo che abbiamo compreso del reale:
– ciascuno ha il necessario al proprio sentire maturato;
– ciascuno ha le scene opportune che attraverso la conoscenza, la consapevolezza, la comprensione lo condurranno a maturare nuovo e più ampio sentire;
– nessun essere è privo di possibilità: tutti hanno accesso alla conoscenza-consapevolezza-comprensione loro possibile.
Sulla base di queste comprensioni, è evidente che noi non possiamo assegnare un particolare rilievo alla tradizione: essa è, ai nostri occhi, una delle molteplici possibilità che si offrono alle esperienze di una coscienza.
Se non è accessibile una data tradizione, la persona ha accesso ad altro: è nell’evidenza della realtà che se il vivere è il conoscere e il comprendere la realtà dell’essere, ogni vivente è messo nella condizione di farlo attraverso molteplici strumenti e possibilità.
La nostra ricerca ci ha condotti a coltivare questa fiducia, ad appoggiare sulla fiducia principalmente ed essenzialmente.
Non sul conosciuto, ma sul gesto dell’affidarsi.
Non sul trasmesso e consolidato, ma sull’aprirsi al vivere osando ad ogni attimo abbandonarsi al disegno profondo che lo genera e lo dispiega.
Dovendo scegliere tra una biblioteca e un deserto, abbiamo scelto il deserto; tra una scuola di iniziazione e la solitudine, abbiamo scelto la seconda.
Tra la tradizione e l’officina del meccanico abbiamo scelto la tuta, il grasso e le bestemmie.
Abbiamo fatto bene? In realtà, non abbiamo mai avuto alcuna possibilità di scelta: il sentire conseguito lì ci ha portati e quello che abbiamo perseguito non è meglio o peggio di altro , è semplicemente quello che a noi è stato possibile perseguire.
Quando qualcuno ci chiede un’indicazione, non ci viene da dire: “Leggi quello! Consulta quell’altro!” Rivolgiamo l’invito a vivere, a buttarsi, ad osare, ad osservare, ad ascoltare, a divenire consapevoli mai considerandosi vittima.
Per noi la chiave è nella scena che accade, nella profondità dell’essere, degli esseri che quella scena vivono, non altrove.
L’invito è ad imparare dalla vita osandola con audacia, fidandosi, confidando che mai la vita tradisce, perché quella che chiamiamo vita in realtà altro non è che la proiezione del nostro sentire e delle sue esigenze di approfondimento e di comprensione.
Essendo questo la vita, come può essa mancare di soluzioni? Essendo generata dal nostro intimo, dalla nostra radice, come può condurci in un luogo sbagliato, non adeguato, carente di possibilità?
La vita è in sé libera e ci rende liberi perché contiene, ad ogni gesto e ad ogni respiro, il necessario per realizzare la propria natura.
Tutta l’acqua va al mare ma, per una sua strana e irreale presunzione, l’umano pensa che sia egli a condurla al mare.
Tutti gli esseri realizzano l’unità semplicemente vivendo e tutte le vie e le tradizioni non sono che il frutto delle menti e dei loro tentativi di ricondurre l’incondizionato, l’inafferrabile, l’immenso disegno ad una regola e ad un controllo.
Basta vivere, diremmo.


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