Il mito di “ciò che già siamo” e del ritorno all’origine

Pare che l’umano disponga di una natura originaria, di una condizione che gli appartiene ma che non conosce perché immerso nell’illusione e nell’ignoranza.
Vivere sarebbe liberare quella natura dal condizionamento e portarla a manifestazione: l’illuminazione sarebbe l’affermazione dello stato originario, non contaminato e non condizionato.
Come sempre, possiamo guardare alla questione dal punto di vista del divenire e da quello dell’essere, qui mi occuperò del primo.
Nell’ottica del divenire esiste un essere umano portatore di un nome, di una identità: quella identità non è un corpo, ma è la risultante della relazione tra i corpi costitutivi dell’umano, il corpo della coscienza e i suoi tre veicoli transitori (mentale, astrale, fisico).
La relazione tra i quattro corpi determina il sorgere dell’esperienza di esistere come entità personale, come identità: quindi, l’esperienza di essere noi non è un dato di fatto, ma la risultante di una relazione e come tale soggetta alle dinamiche della relazione stessa, alle sue perturbazioni, o al suo dissolversi.
L’essere umano può sentirsi o meno identità, non esiste oggettivamente alcuna identità, alcun portatore di nome, alcuna persona, alcun corpo dell’identità.
Esistono coscienze che, a differenza dei corpi transitori che generano, si collocano fuori dal tempo e dal divenire e da quella condizione generano le rappresentazioni che chiamiamo vite.
La coscienza che genera la rappresentazione che chiamiamo “la nostra vita”, che dà forma ai veicoli che la manifestano, è nostra?
Nostra di chi? Se non esiste un portatore di nome, di chi è?
Non solo: quella coscienza è la risultante di innumerevoli fusioni di coscienze aventi pari ampiezza di sentire, quindi è una molteplicità unitaria di sentire individuale, ma non personale.
Individuale nel senso che, a seconda dell’ampiezza di sentire che la costituisce, si coglie più o meno separata/unita alle altre coscienze “esterne” a lei.
Non personale nel senso che non ha alcuna identità, né alcun nome.
Nella sua natura più profonda, il corpo della coscienza altro non è che una interfaccia tra i tre corpi spirituali superiori e i tre corpi transitori inferiori.
Il vero sé sarebbe uno dei corpi spirituali?
Certamente, tenendo in conto che siamo già ampiamente oltre il tempo e il divenire, oltre l’individualità stessa propria della coscienza, in una dimensione in cui poter dire che “quello siamo noi” è piuttosto azzardato.
Ancora una volta: noi chi?
Quello che chiamiamo noi è il processo di manifestazione/percezione di vari gradi del sentire di coscienza, dal più limitato al più vasto, compatibili con l’esperienza umana.
Quando, nel divenire, terminano le rappresentazioni che chiamiamo vite, dei vari nomi, personalità, identità non rimane che il sentire che hanno permesso che si acquisisse: alla fine, c’è solo sentire che non porta alcun nome, quello è un aspetto della vera ed autentica natura che però non è nostra, è semplice vera e autentica natura priva di soggetto cui possa essere attribuita.
Un altro aspetto della vera natura è certamente quella attribuibile ai corpi spirituali superiori.
Un altro aspetto ancora, è certamente la natura dell’Uno che tutto origina.
L’equivoco all’origine dell’espressione “ciò che già siamo” nasce probabilmente da un’esperienza che, da incarnato, l’umano può fare: l’esperienza del sentire che ha già acquisito.
Coso vuol dire? Ciò che in una incarnazione portiamo a manifestazione, non è l’intero sentire già conseguito nel corso delle incarnazioni vissute, ma è solo una porzione di esso perché il compito di una incarnazione non è quello di manifestare il già compreso, ma di comprendere il non compreso: ogni coscienza, durante una incarnazione, si confronta con quanto non sa e su quello realizza scene, chiede dati e indirizza le esperienze dei suoi veicoli.
Può accadere che, durante le esperienze, si contatti non il sentire parziale in manifestazione in quella incarnazione, ma il sentire complessivo già conseguito da quella coscienza e si vivano esperienze molto significanti e impattanti, quelle che in genere vengono chiamate illuminazioni.
E’ quello il nostro vero sé? E’ il sentire conseguito e, se è ampio, è molto poco individuale e per niente personale: di certo non ci appartiene, semmai la nostra piccola rappresentazione appartiene ad esso, ma qui il verbo appartenere è veramente fuori luogo.


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3 commenti su “Il mito di “ciò che già siamo” e del ritorno all’origine”

  1. Illuminante, grazie Roberto. Spesso nell’esprimermi facevo distinzione tra vero e falso sé, ma questa espressione non mi convinceva, sapevo che era impropria. Ora mi è chiaro che quella distinzione, ancora una volta è frutto della dualità del linguaggio e di certa mente che vuole categorizzare e definire, dimenticando di relativizzare e contestualizzare. Trovo importante imparare a distinguere l’idea astratta, che in questo caso si riferisce all’idea che abbiamo di un vero sé, ma potrebbe riferirsi a Dio, all’aldilà o qualsiasi altra idea ci facciamo del mondo cosiddetto spirituale, e la nostra reale esperienza, così come trovo importante imparare a contestualizzare e relativizzare quella stessa esperienza, superando la tentazione identitaria di appropriarsene per rafforzare il proprio senso di sé, con interpretazioni fantasiose e illusorie.

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