Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La ricerca esistenziale e la sua responsabilità

Una ricerca esistenziale sorge da una duplice spinta:
– quella della coscienza che ha bisogno di dati, di comprensioni;
– quella dell’identità che avverte una mancanza, una frustrazione, una alienazione.
La ricerca può essere consapevole o inconsapevole. Non c’è essere umano che non persegua la via della conoscenza: tutto il vivente sviluppa la consapevolezza di sé e della scomparsa di sé, che lo voglia o no, che ne sia consapevole o no.
Alcuni, ad un certo punto del loro cammino esistenziale, sperimentano questo in modo consapevole:
-pongono domande in modo consapevole;
-frequentano ambienti dove la conoscenza di sé è posta al centro;
-individuano persone che li possano accompagnare e che sono autorevoli ai loro occhi;
-si assumono la responsabilità di creare e mantenere nel tempo le condizioni affinché la loro ricerca possa svilupparsi e approfondirsi.
Il ricercatore diviene nel tempo consapevole:
-che tutto dipende dalla sua domanda;
-che sempre ci sarà risposta ad una domanda posta con la giusta intenzione e sorretta dal giusto sforzo;
-che sua è la responsabilità del porre la domanda e del creare le condizioni affinché la risposta possa accadere.
L’intero processo è nelle mani del ricercatore, non di altri: se hai sete cerchi l’acqua e ti adoperi per berla.
Se la cerchi nei luoghi sbagliati, se non la sai attingere e conservare, non può imputarne ad altri la responsabilità.
Queste considerazioni sono, nella loro ovvietà, banali, ma purtroppo vanno ripetute senza sosta perché sempre ad alcuni non è chiaro che porre una domanda significa avviare un processo il cui accadere è relativo alla responsabilità che il richiedente è pronto ad assumersi.
La risposta giunge da un singolo, da una comunità?
Di cosa vivono quel singolo, quella comunità?
Di cosa hanno bisogno?
Cosa posso fare io affinché siano messi nella condizione di rispondere a me, o ad altri?
Posso io chiedere, ottenere risposta e poi non curarmi di renderla vita incarnata, coerente per quel che mi è dato?
Posso, certo, ma alla seconda domanda sono certo che ci sarà ancora risposta, dal momento che non ho saputo conservare e proteggere ciò che mi è stato donato?
Ci sarà sicuramente risposta perché questa avviene nella gratuità ma, alla lunga, il mio non rendere vita il dono ricevuto, non condurrà forse alla banalizzazione e allo svuotamento dell’esperienza e non sarò io il primo ad abbandonare deluso?
Ho avuto una possibilità, ma mi sono curato di proteggerla, di sostenerla, di alimentarla, di incarnarla?


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